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114 AO 392 Settembre 2016 – Tavola rotonda Cyber Security

114 AO 392 Settembre 2016 – Tavola rotonda Cyber Security

Sempre più nel mondo dell’automazione, o meglio nell’OT (Operational Technology), si stanno facendo largo i concetti di Industrial Internet e Industria 4.0. La premessa da fare é che Industrial Internet e Industria 4.0 non sono sinonimi. Di Industrial Internet ha iniziato a parlare nel 2012 Marco Annunziata, chief economist ed executive director of Global Market Insight di General Electric, indicandola come il luogo in cui avviene la convergenza tra l’industria e le possibilità fornite dai sistemi di gestire Big Data, fare analisi, raccogliere informazioni da tutti gli ulteriori sensori che e possibile connettere e integrare, grazie proprio alla connettività messa a disposizione da Internet (http://www.ge.com/ docs/chapters/Industrial_Internet.pdf). Il termine Industria 4.0 (in realtà Industrie 4.0, in tedesco) é stato usato in Germania dal 2011 come espressione per definire nuovi scenari per le smart factory nei quali modelli organizzativi innovativi e modulari sono coadiuvati da una estesa digitalizzazione a supporto e integrazione delle attività umane e di quelle automatizzate per aumentare la catena del valore, anche all’esterno del perimetro della fabbrica (https://en.wikipedia. org/wiki/Industry_4.0).

Quando Internet scende in fabbrica

La OT, come detto, é la Operational Technology, ovvero l’insieme di tutti i ‘sistemi intelligenti’ che gestiscono informazioni dell’impianto: é, in pratica, il versante fabbrica dell’altro dominio dei sistemi in azienda, la IT Information Technology, che da sempre e preposta a definire le strategie e mettere a disposizione sistemi e infrastruttura ove vengono generati e gestiti dati e informazioni. In una prospettiva non troppo distante é ipotizzabile che tutti questi sistemi siano destinati a convergere nel segno di Internet: già oggi infatti è proprio tramite Internet che sistemi IT di organizzazioni, aziende, pubbliche amministrazioni che devono scambiare dati tra loro sono connessi in rete. Internet è il mezzo con il quale le persone parlano tra loro, sia a mezzo voce, video, messaggistica, social ecc. ma è anche il mezzo che collega gli oggetti (IoT, Internet of Things): auto, parchimetri, bus, televisori, antifurti, moto, biciclette elettriche, semafori, contatori, ascensori, telecamere, aerei, navi, treni, sensori del meteo sul territorio, strumenti da laboratorio, braccialetti fitness, celle frigo nei magazzini e nei supermercati, impianti di riscaldamento in scuole, uffici, condomini e centri commerciali e chi piu ne ha piu ne metta. Naturale quindi che anche tutti i sensori e dispositivi distribuiti su impianti nell’industria e nelle Infrastrutture, sia in fabbriche sia distribuiti sul territorio utilizzino Internet per comunicare stati, valori, allarmi, trend, dati e informazioni. E questi sensori e dispositivi dell’Industrial IoT, oltre che a parlarsi tra loro, sono raggiungibili via Internet dall’uomo, che ne può leggere valori e stati, comandarli, accenderli, spegnerli.

I cyber-rischi

Proprio questo fa intravedere quali possano essere i rischi insiti in questo nuovo ordine delle cose: per proteggere un impianto, che probabilmente è già connesso a Internet oggi (anche se, in qualche caso, l’utilizzatore nemmeno lo sa) e se non lo è lo sarà sicuramente domani, bisogna pensare a proteggersi da cosa o chi potrebbe causare problemi, incidentali o dolosi che siano, alla fabbrica, alle persone, all’ambiente. Ecco perché è necessario rivolgere un occhio attento alla sicurezza, e non solo a quella che gli anglosassoni chiamano safety ma anche alla security. E parlando di dispositivi computerizzati, reti e connessioni, è necessario quindi valutare i rischi informatici, che non sono solo quelli degli hacker o degli attivisti che vogliono prendere di mira un impianto per ragioni più o meno chiare.

Come proteggersi?

L’incidente o il danno può essere dietro l’angolo: una recente analisi di Sans (Sans 2016 State of ICS Security Survey) sullo stato della security dei sistemi di controllo industriale (ICS, Industrial Control Systems) indica che il 42% delle minacce ai sistemi arrivano dall’interno delle organizzazioni. In questa cifra rientrano quelle intenzionali, i sabotaggi, che rappresentano oltre il 10% del totale; quelle non volute (errori degli operatori dovuti a scarsa competenza oppure a sistemi di interfacciamento non chiari), che pesano per oltre il 15%; o ancora i problemi derivanti da malfunzionamenti o da non accurata integrazione IT/OT (circa il 10%). I criteri di protezione del mondo OT possono essere differenti da quelli dell’IT: per fare in modo che Industria 4.0 e Industrial Internet possano dare i benefici auspicati, è necessario iniziare a pensare a una ‘Security by Design’, fin dall’inizio del progetto. Tenendo ben presente che sistemi e applicazioni già presenti sull’impianto, da quelli destinati ad avere vita propria e da non connettere a quelli che invece si vuol mettere in rete in ottica smart factory, hanno bisogno di una necessaria valutazione anche sul piano security. Abbiamo parlato di sicurezza con Andrea Natale, marketing manager di Tyco Integrated Fire & Security (www.tycofs.it), Francesco Tieghi, responsabile digital marketing di ServiTecno (www. servitecno.it), Cristian Randieri, presidente & CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it), Emanuele Temi, product specialist cyber-security di Phoenix Contact (www.phoenixcontact. it), Giancarlo Carlucci, PlantStruXure offer – product expert & business development di Schneider Electric (www. schneider-electric.com).

Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Come valutate la domanda di sicurezza da parte dei vostri clienti, aziende utilizzatrici di sistemi di automazione, controllo e telecontrollo? Negli ultimi 6-12 mesi avete notato maggiore consapevolezza e maggiore attenzione al tema da parte del mercato al quale vi rivolgete?

Cristian Randieri: Confrontando le nostre esperienze nel campo dell’automazione con i dati generali ottenuti da recenti studi condotti da Inside Agency in termini di sicurezza e del risk management possiamo confermare l’attendibilità di tali studi anche nel campo dell’automazione industriale. Purtroppo il quadro generale evidenzia che ancora oggi circa il 70% delle aziende del nostro settore non godono di un sistema di sicurezza adeguato; circa il 90% delle aziende considerano il tema della sicurezza come strategico per i prossimi anni e più della metà considera debole l’attuale offerta di sicurezza sul mercato italiano. Se da un lato la domanda di sicurezza aziendale risulta essere in fortissima crescita, dall’altro i manager aziendali non si sentono assistiti e ben tutelati nel gestire i rischi economici, finanziari e reputazioni che possono ledere le loro aziende e il loro business. Considerando che gran parte del mondo dipende ormai da infrastrutture elettroniche e supporti informatici detentori di dati e informazioni strategiche è evidente che il tema della sicurezza aziendale rientra nella sfera degli asset più critici di ogni azienda. Le principali ricerche di settore confermano il trend di continua crescita sia a livello nazionale sia estero, evidenziando l’altissima richiesta di fondi e nuove normative per un comparto che secondo le stime più attendibili potenzialmente potrà raggiungere i 170 miliardi di euro già nel 2020. Per questo oggi è importantissimo operare una campagna di sensibilizzazione verso il tema dei sistemi di sicurezza all’interno dei CDA di grandi e medie imprese, affinché un team dedicato, che faccia capo alla figura del risk manager, si occupi di elaborare la migliore strategia al fine di gestire e al tempo stesso prevenire il rischio in relazione ai vari aspetti che vanno dall’assenteismo dei dipendenti, all’infedeltà aziendale, alla cyber-security.

A.O.: Parlate di sicurezza con i vostri clienti? Quali reputate siano gli eventuali rischi ai quali sono maggiormente esposti gli utilizzatori dei sistemi di automazione di fabbrica da voi proposti?

Randieri: Al giorno d’oggi vivendo in un mondo sempre più interconnesso e alla luce dell’imminente trasformazione delle nostre aziende nel contesto di Industria 4.0 è ormai indispensabile disporre di un sistema di risk management che, mettendo al centro la protezione dei dati e delle informazioni, tuteli la reputazione, la competitività e il benessere finanziario di ogni società. Purtroppo lo stratificarsi di soluzioni proprietarie rende più difficile mantenere una visione chiara e completa di tutti gli elementi presenti all’interno delle rispettive reti industriali. Questo influisce in particolare sul lavoro degli industrial engineer che lavorando direttamente sui processi devono poter monitorare un impianto per capire se si stanno verificando anomalie che possono nascondere insidie per la sicurezza e la relativa continuità operativa. Alla luce di ciò è ovvio che non si può più fare a meno di un sistema di sicurezza integrato e ben collaudato. Il rischio più grande che riscontriamo di frequente consiste nell’incapacità di valutare se la propria organizzazione sia sufficientemente consapevole e preparata a rispondere ai rischi in modo rapido, sicuro ed efficace. Gestire l’incertezza non è semplice poiché significa prevedere gli impatti sulle proprie attività da eventi inattesi e ciò non può prescindere da un’attenta preparazione nel prevedere, anticipare o definire i più adeguati sistemi di gestione dei rischi compatibilmente alla propria realtà aziendale. Per questo motivo occorre rivolgersi a consulenti o aziende che abbiano maturato un knowhow decennale possibilmente anche a carattere internazionale.

A.O.: Sono utili gli standard di security, industriali o di mercato che siano? Possono aiutare nella proposta commerciale? Ed eventualmente quali sono gli standard più richiamati e utilizzati?

Randieri: La continua evoluzione dei rischi in termini di minacce informatiche per i sistemi di automazione suggerisce che un elevato livello di sicurezza può essere raggiunto con l’approccio di tecniche di security digitali meglio definite con il termine di ‘sicurezza funzionale’. I sistemi di controllo industriali, proprio per la loro natura, hanno bisogno di implementare alti livelli di security per la sicurezza funzionale. Senza security il raggiungimento delle funzioni di sicurezza non può essere garantito. Per questo motivo, se ad esempio un sistema di automazione esegue una funzione di sicurezza a seguito di un attacco cyber classificato come potenzialmente pericoloso, il sistema di controllo deve essere progettato e validato in accordo ai migliori standard presenti nel mercato. Tutto ciò al fine di garantire un adeguato livello di security contro le minacce esterne aumentando il livello di protezione dei dati e l’affidabilità dei sistemi. L’obiettivo chiaramente è quello di diminuire la vulnerabilità e la violazione della sicurezza digitale e quindi ridurre possibili danni pericolosi. A tal proposito la serie degli standard IEC62443, definiscono le linee guida per incrementare la sicurezza digitale degli impianti industriali di automazione e dei sistemi di controllo. Questi standard vantano un’ampia applicazione poiché non si limitano ai soli utilizzatori finali (es. proprietari della rete), ma si estendono anche ai system integrator, operatori di security e costruttori di sistemi di controllo. L’applicazione correttamente di tali standard di norma prevede a priori la conduzione di un Security Assessment al fine di determinare il livello di sicurezza più idoneo per i prodotti o i sistemi d’interesse. I vantaggi ottenuti mediante l’applicazione di questa tipologia di assessment permettono anche di far crescere la propria credibilità aziendale sul mercato proporzionalmente a un conseguente incremento delle vendite. E’ ben noto infatti che la maggior parte dei sistemi di comando e controllo sul mercato richiedono una dimostrazione del proprio livello di security.

A.O.: Secondo voi il tema sicurezza può avere impatti sul percorso di adozione dei concetti di Industry 4.0 e Industrial Internet? Ed eventualmente come e per quali motivi?

Randieri: Il tema sicurezza purtroppo non può prescindere dal percorso di adozione dei concetti di Industry 4.0 e Industrial Internet poiché è fondamentale gestirne i diversi aspetti, tutelando, ad esempio, quelli più operativi, che si occupano di acquisire i valori generati negli impianti monitorandoli in tempo reale ed entrando nel dettaglio dei protocolli di comunicazione siano essi open che proprietari. Purtroppo la differenza rispetto alla tipica sicurezza dei sistemi informativi aziendali risiede nel fatto che quando ci si riferisce all’automazione industriale nei termini di Industry 4.0 le conseguenze di un cyber attacco possono dimostrarsi molto meno gestibili e possono generare una grande quantità di problemi diffusi, offuscando la visibilità e capacita di controllo fondamentali per il corretto funzionamento delle infrastrutture critiche. E’ ben noto, ad esempio, che in alcuni casi basta un ritardo di pochi millisecondi sull’azionamento di una valvola per avere conseguenze davvero disastrose. Questi ambienti critici sino a qualche anno fa erano completamente isolati, mentre oggi sono interconnessi con le reti aziendali. Tutto ciò comporta naturalmente un aumento dei rischi associati all’esposizione verso Internet delle relative infrastrutture. Un esempio riguarda il caso della tecnologia smart grid che coinvolge le centrali elettriche dislocate sul territorio per le quali i gestori, attraverso una serie di analisi, possono decidere in tempo reale se, quanto e dove produrre energia. Per fare ciò questi ambienti industriali devono essere necessariamente interconnessi con le reti aziendali, utilizzano protocolli di comunicazione che spesso non prevedono meccanismi avanzati di cifratura e di autenticazione. Ne segue che la costruzione di un attacco mirato ai sistemi industriali diventa un rischio concreto quando i malintenzionati riescano a stabilire una connessione. In un contesto dinamico come quello di Industry 4.0 non è quindi possibile pensare a una netta divisione di compiti e competenze tra cyber-security e industrial security, in quanto oggi e assolutamente necessario possedere le competenze specifiche di entrambi i campi. La sfida di ogni azienda che intende aderire ai canoni di Industry 4.0 consiste nel mettere assieme informazioni sia IT che industriali rendendole leggibili e fruibili da professionisti con background differenti. Questo consente di individuare, e anche prevenire, anomalie nel funzionamento degli impianti. Ad esempio integrandosi con tecnologie esterne quali i sistemi di log management e i firewall che consentono anche a chi opera all’interno del Security Operation Center di avere a disposizione un panorama completo di quanto accade nella rete industriale. Questo consente anche al dipartimento di IT Security di poter contribuire alla sicurezza di un mondo considerato in precedenza intoccabile per timore di fare danni irreparabilità.

A.O.: Quali sono i prodotti da voi maggiormente proposti o caldeggiati riguardo alla sicurezza?

Randieri: In campo industriale, i protocolli di comunicazione utilizzati sono moltissimi, per cui ogni azienda ha un’infrastruttura di automazione tipicamente diversa dalle altre generalmente caratterizzata da un mix di sistemi proprietari e open. Un mondo sicuramente molto frammentato in cui è richiesto uno sviluppo continuo di nuove soluzioni che possano stare al passo con le più moderne tecnologie. Il tutto si complica se ad esempio prendiamo in considerazione il caso degli aggiornamenti dei sistemi Scada che proprio per la loro natura di norma non possono essere eseguiti in background ma vengono eseguiti solamente durante i fermi programmati nell’anno. In questo contesto l’implementazione di un ‘layer di sicurezza’ si rivela un’operazione critica in quanto andrebbe a influire sulle prestazioni generali dell’intero sistema. Per questo motivo occorre sviluppare nuovi standard in grado di risolvere alla base questa particolare problematica. In questo contesto le soluzioni che la nostra azienda propone si riferiscono a una tecnologia che mediante dei sensori ‘appliance’ collegati in modo passivo e non intrusivo alla rete industriale ne permettono un continuo monitoraggio senza richiedere un fermo impianto e soprattutto senza interferire con il sistema industriale da proteggere. Il sistema, utilizzando dei particolari algoritmi di apprendimento, ‘impara’ in automatico il funzionamento normale del sistema che ha sotto osservazione, ispezionando le comunicazioni più basilari ed entrando nel merito dei protocolli utilizzati fino al dettaglio dei singoli elementi controllati (pompe, ventole, compressori e le relative impostazioni e stati). In altre parole la soluzione riconosce automaticamente e in tempo reale tutte le componenti infrastrutturali creando una mappa del funzionamento dell’impianto sia dal punto di vista fisico sia di rete. A partire da ciò genera un profilo di sicurezza adatto all’ambiente e da proteggere generando allarmi specifici in caso di attività anomala.

A.O.: Che impatti potranno avere sulla sicurezza industriale il cloud computing e Internet of Things?

Randieri: Nel mondo industriale proteggere dati, processi, proprietà intellettuale, e non di meno la continuità operativa (in termini di Fault-Tolerance e Disaster Recovery), è oggi una sfida complicata sia da nuove minacce sempre più evolute che si diffondono attraverso le reti IP che da comportamenti errati della forza lavoro. Anche i sistemi industriali di recente hanno dimostrato la loro vulnerabilità agli attacchi cyber. Un utilizzo sempre più diffuso di reti Ethernet per i sistemi d’automazione collegati e integrati a sistemi di nuova concezione per mezzo di reti aperte ha aumentato il rischio di malware e l’esposizione a nuove minacce. Inoltre grazie all’utilizzo di sistemi sempre più aperti si introduce la necessità di condividere in tempo reale informazioni sullo stato degli impianti con le squadre di pronto intervento, ponendo nuove sfide alla sicurezza, senza mai dimenticare che i sistemi industriali richiedono una continuità funzionale pressoché totale. Se poi aggiungiamo anche l’Internet of Things, il cloud computing, Industry 4.0 e i Big Data è d’obbligo porsi dei quesiti in merito a cosa succederà e come si possono mettere in sicurezza tali dati. Queste nuove dirompenti tecnologie non possono essere utilizzate senza aver predisposto un sufficiente livello di cyber-sicurezza che di fatto deve essere considerata una sorta di enabler. In un mondo completamente interconnesso chiunque è potenzialmente in grado di danneggiare gli altri. Sfortunatamente esistono nuovi cybercriminali sempre più evoluti, ma è anche vero che esistono delle tecniche atte a identificarli. Considerando il fatto che i Big Data aiutano a identificare anomalie ovunque, è possibile pensare di monitorare l’intera rete alla ricerca di comportamenti sospetti al fine di tracciare i criminali. Per poter fare ciò e necessario presentare le principali evidenze relative allo stato di sicurezza dell’Industrial Internet of Things e dei servizi cloud, con riferimento ai trend generali e alle problematiche evidenziate da chi e gia attivo in questo settore. Ovvero, occorre valutare gli aspetti relativi a data protection e compliance che l’estesa connettività IoT da un lato e la remotizzazione delle informazioni dall’altro, potrebbero richiedere, tenendo sempre presenti i principali riferimenti normativi. Secondo il recente rapporto di Kroll “The Unusual Suspects” sulla cyber-security nelle imprese e emerso che oltre a quanto appena citato ci sono delle altre possibili minacce che provengono direttamente dall’interno dell’azienda stessa. Tale studio ha riscontrato che spesso le violazioni sono causate da utenti privilegiati e dal personale di alto livello in genere che tende a seguire con meno diligenza le linee guida per la sicurezza dei dati. Un altro fattore di cui tener conto è la non esatta conoscenza dei dati aziendali e la loro ubicazione. Il rapporto evidenzia come sia necessario identificare i dati essenziali al fine di utilizzare efficacemente le proprie risorse; sebbene l’88% del campione dichiari di conoscere il valore dei dati aziendali, soltanto il 17% sa dove tali dati sono memorizzati e il 33% non è a conoscenza se questi siano difesi da un adeguato livello di sicurezza. Ancora una volta emerge come fattore determinate per la sicurezza cambiare il modo di pensare di dipendenti e manager, soprattutto quando si inizia a discutere in termini di Industry 4.0 e di smart manufacturing. In pratica anche se le difese verso attacchi esterni sono eccellenti, se l’attacco arriva dall’interno, molte volte anche per scarsa conoscenza o formazione, i danni aziendali potrebbero essere irreparabili. Poiché le informazioni aziendali possono essere custodite sia all’interno dell’azienda che in applicazioni remote cloud, in questo contesto potrebbero essere molte persone a potervi accedere e farne uso. Il problema non è il dipendente malintenzionato ma quello in buona fede, tipicamente disattento o non adeguatamente formato in merito.

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Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 392 (Settembre 2016), pubblicata da E. M. Tieghi.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-settembre-2016.

Art. 111 Progettare 399 Giu-Lug 2016 – Rassegna “Sensori di processo”

 Intellisystem Technologies presenta uno strumento per l’automazione del monitoraggio delle fiaccole industriali tipicamente impiegate nel comparto Oil&Gas. Grazie all’utilizzo di particolari termocamere a infrarossi è possibile ottenere in realtime una mappa termica completa della fiamma e di conseguenza della relativa combustione. In questo modo è costantemente assicurato il controllo visivo della presenza di una fiamma anche in condizioni particolari quali: forte controluce, chiarore poco visibile, condizioni di scarsa visibilità dovuto alla nebbia ecc. Il sistema proposto denominato FSE (Flare Stacks Eye) si interfaccia facilmente con i sistemi di automazione e protezione DCS dell’impianto in cui viene installato. Grazie a questa soluzione è possibile di fatto migliorare la sicurezza del posto di lavoro nonché l’ottimizzazione della combustione del prodotto che viene bruciato a favore di un minore impatto ambientale riducendo i tempi d’intervento in caso di anomalie.

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A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato su Progettare N. 5 – Giugno/Luglio 2016.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/pr-giugnoluglio-2016

Art. 112 SS 81 Lug-Ag 2016 – SMART CITY PIU’ SICURE CON LE NUOVE TECNOLOGIE E LE TELECAMERE DI RETE INTELLIGENTI

Diversi fattori tra loro convergenti, quali il crescente bisogno di sicurezza urbana, l’esigenza di una maggiore fruibilità di servizi pubblici e di diffusione delle informazioni, nonché l’attenzione sempre maggiore rivolta al risparmio energetico e all’ambiente, hanno spinto le grandi aree metropolitane di tutto il mondo a ripensare la modalità attraverso cui gestire la sicurezza di ogni cittadino secondo i più moderni canoni della Smart City.

Oggi una città a misura d’uomo, più sicura, con una comunicazione efficace, un turismo florido e un’aria più salubre non può prescindere dall’uso combinato delle moderne tecnologie che assieme rientrano nella definizione concreta del concetto di Smart City. La città intelligente, intesa come tale, è un progetto urbanistico in grado di connettere tecnologia e capitale umano capace di rendere più sostenibile l’ambiente in cui viviamo migliorando la vita dei cittadini, riducendo al tempo stesso l’impatto ambientale dello sviluppo e rendendo più accessibili i servizi. La sicurezza urbana è da sempre stato un argomento molto controverso e ampiamente dibattuto che riguarda la gestione delle città. Oggi la prevenzione delle nuove forme di crimine richiede un controllo sempre più capillare del territorio, imponendo alle amministrazioni locali costi rilevanti a cui si sommano i continui tagli alle forze dell’ordine, mettendo in crisi la capacità di monitoraggio della sicurezza dei cittadini. Se poi consideriamo le frequenti catastrofi naturali che affliggono il nostro paese, e l’accentuata instabilità politica sul territorio (sia nazionale che estero) da cui scaturiscono nuovi rischi ambientali e terroristici, si manifesta sempre più l’esigenza di avere una maggiore capacità non solo di prevedere e prevenire ma soprattutto reagire tempestivamente alle potenziali situazioni di crisi.

In tutti questi aspetti le tecnologie più moderne svolgono un ruolo di fattore abilitante fondamentale se usate con intelligenza e lungimiranza. Il principio guida alla base di qualsiasi Smart City usa l’innovazione per migliorare la qualità della vita delle persone con il fine di accrescere il loro benessere equo e sostenibile favorendo nel contempo la nascita e il consolidamento di una comunità destinata a crescere sempre più nell’immediato futuro. Sotto il profilo della sicurezza anticrimine, se da un lato le città del futuro hanno la possibilità di sfruttare nuove soluzioni tecnologiche sempre più intelligenti, dall’altro, il più delle volte il loro pieno utilizzo si trova ad essere limitato da infrastrutture di comunicazione poco efficienti accompagnate da una visione “miope” da parte delle Pubbliche Amministrazioni. Queste ultime dovrebbero cambiare il modo di considerare e progettare la sicurezza dei propri cittadini passando dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione, senza trovarsi a dover intervenire impreparati e all’ultimo minuto per provare a salvare il possibile. Gli investimenti della pubblica amministrazione dovrebbero essere mirati ad un effettivo miglioramento della sicurezza anziché migliorarne semplicemente la percezione comune. Di contro i professionisti della sicurezza hanno un ruolo altrettanto importante che non può semplicemente limitarsi a quello di comparsa, poiché sono chiamati in prima linea col ruolo di autentici artefici del cambiamento. Sono proprio le aziende di settore che investono maggiormente in ricerca e sviluppo (R&S) ad essere le maggiori candidate nel proporre e suggerire soluzioni ancor più sostenibili ed efficaci. Ciò che ancora oggi manca è la cultura e la concretezza per far in modo che il tema Smart City sia attuabile anche nel nostro paese, senza che questa rimanga solamente un’idealizzazione di un concetto futuristico pressoché irraggiungibile. Più nel concreto, nelle nostre comunità bisogna realizzare progetti in cui mettendo al centro le persone si riesca ad interpretare le loro percezioni in merito a come si sentano protetti all’interno del contesto in cui vivono. Per esempio sarebbe necessario andare oltre i tipici messaggi della protezione civile e le allerte meteo, favorendo invece la cultura della prevenzione e della sicurezza. Considerato che i problemi che interessano le grandi città sono in scala gli stessi delle piccole comunità ma con esigenze diverse, è proprio a partire da ciò che la tecnologia da adoperare per contrastare il crimine deve essere adattata al meglio alle specifiche esigenze di un mondo criminale in continua evoluzione. Nelle Smart City la sicurezza è un bene fondamentale e primario poiché alla base della coesione sociale, proprio per questo una città intelligente deve essere considerata un luogo sicuro. Per questa ragione la tecnologia deve non solo coinvolgere attivamente anche i cittadini, ma anche agevolare gli interventi delle Forze dell’Ordine. Attualmente le diverse migliaia di telecamere che sorvegliano di continuo le nostre città supportano il servizio d’ordine pubblico in modo poco ottimale ed efficiente poiché la maggior parte delle volte non sono interconnesse ad un unico centro servizi, limitandosi a delle semplici registrazioni difficili anche da consultare. Da qui la necessità di ricondurre la sicurezza di una città non tanto all’esplosione numerica delle telecamere installate, quanto al privilegiare la loro integrazione, la gestione e l’analisi delle immagini a favore dell’impiego più efficace delle nuove tecnologie. In un contesto di continua crescita della popolazione è naturale aspettarsi anche un aumento del crimine direttamente proporzionale alla relativa densità.

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Crimine che nelle città intelligenti sarà sempre più evoluto e che spingerà le Forze dell’Ordine ad essere sempre pronte e più preparate nel garantire la sicurezza anche a fronte dei nuovi scenari molti dei quali imprevedibili. In quest’ottica, il ruolo della moderna videosorveglianza è emblematica viste le potenzialità di un simile strumento. Per migliorare la sicurezza di una città, contrastando i crimini e assicurando l’ordine pubblico, bisogna intervenire in modo capillare partendo dal basso, ovvero dalle strade, utilizzando le telecamere di rete (o più comunemente telecamere IP o Network Camere) come strumento di prevenzione e di indagine sui reati commessi. La videosorveglianza cittadina oltre ad essere uno strumento vero e proprio per garantire la sicurezza, aiuta le persone a sentirsi più sicure a casa loro, proteggendo le strutture e le infrastrutture più critiche da minacce ambientali e criminali. Negli anni l’evoluzione della videosorveglianza ha potenziato il valore di tale tecnologia migliorando non solo nel fronte della sicurezza ma anche in quello del “Decision Support System”, offrendo nuovi strumenti a supporto della pianificazione degli interventi immediati ed in tempo reale. Grazie alle nuove modalità di visione, tipologie di registrazione e di connessione, la video sorveglianza di ultima generazione (molte volte definita col termine videosorveglianza 2.0), è largamente apprezzata in ogni ambito della sicurezza delle persone e delle cose. Il fulcro di tale evoluzione è intrinseco nell’utilizzo delle telecamere di rete che unitamente ad una migliore gestione delle informazioni associate alle immagini con un maggiore livello di dettaglio e di analisi diventa uno strumento fortemente strategico se applicato nell’ottica dei “Big Data”. I più moderni sistemi di ripresa IP integrati con una nuova intelligenza applicativa, potenziano ancor più il valore della videosorveglianza.

Le telecamere di rete più moderne, infatti, sono da considerarsi dei veri e propri sensori hi-tech capaci non solo di catturare immagini ad una qualità superiore, ma anche di integrare al proprio interno degli algoritmi di analisi che oggi rappresentano un tassello fondamentale della moderna tecnologia definita con l’Internet of Things (IoT) intesa come elemento basilare su cui poggia l’intero concetto di Smart City. Quando si parla di IoT ci si riferisce ad oggetti intelligenti (ovvero capaci di avere una capacità di elaborare i dati internamente) interconnessi tra loro, meglio identificati come un nodo di una rete tipicamente ethernet. Facendo leva su queste nuove tecnologie è possibile incrementare la qualità dei servizi associati alle attività di monitoraggio e di controllo, introducendo una nuova capacità di identificazione e tracciabilità delle informazioni atte a favorire uno sviluppo sempre più virtuoso delle Smart City. Da quando i sistemi di videosorveglianza fanno di internet un elemento strutturare è stato possibile acquisire sempre più informazioni interpretabili con un orizzonte di comprensione contestuale più ampio che spazia dal miglioramento del flusso del traffico al sostegno dei servizi on-demand. Secondo i più noti analisti del settore risulta che se siamo ancora all’inizio di uno sviluppo massivo che caratterizzerà un mercato delle videosorveglianza sempre più dinamico ed in continua evoluzione. In Italia l’ANIE Sicurezza stima per il 2016 un giro d’affari pari a 19,4 miliardi di dollari per il mercato che comprende: telecamere, software di gestione video, DVR (Digital Video Recorder), NVR (Network Video Recorder) e storage. Per creare una città intelligente del futuro non bastano solo le telecamere intelligenti se queste non sono dovutamente interconnesse tra loro in modo efficace al fine di convergere in una piattaforma operativa centralizzata in cui processare tutte le informazioni acquisiste in campo.

E’ pertanto essenziale, se non fondamentale, che i dati registrati vengano analizzati e trasformati in informazioni interattive che sappiano coinvolgere appieno non solo le istituzioni pubbliche ma anche i cittadini chiamati ad essere parte attiva dell’ecosistema intelligente della città. La carenza di infrastrutture di rete purtroppo ancora oggi rappresenta uno dei punti deboli del nostro Paese. Grazie ai moderni smartphone e tablet tutti i cittadini e turisti, definibili col termine “Smart”, potranno interagire con le istituzioni fornendo informazioni preziose in tempo reale relative allo stato di sicurezza e alla gestione della città. In questo modo le amministrazioni locali potranno estendere la loro rete di sensori in modo dinamico e distribuito a costo zero, avendo uno strumento in più per essere informate in anticipo in merito a tutte le possibili allerte, ponendo al tempo stesso i cittadini al centro della città intelligente. Si tratta di una svolta epocale, perché decentralizzando l’intelligenza si può ridurre il carico di lavoro dei sistemi centrali, ma anche il traffico, con vantaggi facilmente intuibili. Infatti è solamente attraverso una piattaforma di collaborazione comune che tutti i diversi device potranno dialogare tra loro, moltiplicando così le opportunità e i vantaggi per tutti i cittadini che devono diventare sempre più “Smart”.

E’ possibile pertanto prevedere uno scenario di collaborazione in cui sono sempre più coinvolti i social media, che vedono i cittadini trasformarsi da semplici fruitori ad autentici fornitori di informazioni rivelandosi utili per altre persone presenti nella medesima area metropolitana. In questo modo, è possibile superare tutte le problematiche legate alla mancanza di connessione che spesso rappresentano uno dei principali limiti a un reale sviluppo delle Smart City e al potenziamento dei sistemi di sicurezza già esistenti. Solo partendo da una base sociale di coesione e partecipazione comune è possibile sfruttare al meglio i sensori, la piattaforma e le applicazioni che caratterizzeranno le nostre città. Solo a partire da un’attenta analisi contestuale e storica dei dati sarà possibile attivare nuove applicazioni sempre più intelligenti per la città, come la gestione ottimizzata dell’energia, del traffico, del rumore e della sicurezza. Le telecamere di rete racchiudono in se delle grandi potenzialità ancora oggi non molto sfruttate. Essendo dei veri e propri computer embedded, tipicamente con sistema operativo Linux, è possibile realizzare al loro interno applicazioni molto complesse e completamente innovative capaci di interagire con altri sensori esterni ed algoritmi che permettono ad esempio la gestione ottimale dell’illuminazione pubblica in base alle esigenze di illuminazione reali a favore della riduzione del consumo di energia elettrica. Proprio per questo motivo le telecamere di rete costituiranno la spina dorsale dell’internet delle cose cittadina, a condizione che siano progettate per una facile integrazione e con un’architettura aperta e scalabile. Se da un lato la tecnologia è pienamente matura dall’altro si riscontra che gli installatori non sono ancora sufficientemente preparati in termini di “Intelligent Content Management” legato all’uso della videosorveglianza di nuova generazione dove la security non si limita semplicemente al controllo e monitoraggio di ambienti ma si riferisce soprattutto all’analisi dei comportamenti per definire migliori servizi di supporto ai cittadini. Gli installatori che in un prossimo futuro non si aggiorneranno o adegueranno alle nuove tecnologie rischieranno di perdere competitività in un mercato fiorente caratterizzato da un’elevata dinamicità. Secondo l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, in Italia, l’attenzione dei consumatori a questo tema cresce: quasi il 50% dei proprietari di casa dichiara di essere intenzionato ad acquistare prodotti dalla videosorveglianza caratterizzati da una nuova sensoristica integrata. Il 65% degli utenti, preferirebbe gestire in modo integrato gli oggetti intelligenti. Dal momento che l’87% delle soluzioni censite nel rapporto risultano verticali e non integrabili tra di loro e tanto meno con prodotti di altri fornitori: agli installatori è richiesta una maggiore capacità d’integrazione dei vari prodotti e sistemi. Gli installatori che non faranno un salto di qualità in questa direzione, diventando dei veri e propri System Integrator, resteranno indietro e verranno superati dai loro colleghi più competenti che meglio si saranno adattati alla continua metamorfosi che investe la pluralità di nuove tecnologie a supporto non solo delle Smart City ma anche dello Smart Building e della Smart Home. Nell’immediato futuro le telecamere di rete intelligenti avranno un ruolo fondamentale nella definizione di una piattaforma aperta per lo sviluppo di nuove applicazioni nel contesto Smart City. Occorrerà lavorare duramente nel mettere a punto a livello normativo la standardizzazione della piattaforma di comunicazione tra i vari sistemi. La nuova frontiera della videosorveglianza sarà il “Data Enrichment”, ovvero la capacità di migliorare i dati grezzi acquisiti dalle telecamere superando tutte le limitazioni in cui i dati raccolti vengano semplicemente salvati, senza che questi possano essere utilizzati per scopi pratici.

Il futuro di questo settore non può prescindere da città intelligenti capaci di mettere in correlazione infrastrutture diverse e tra loro eterogenee facendo leva sulla raccolta ed analisi dei cosiddetti Big Data. In tale scenario, la videosorveglianza può giocare un ruolo importante, che non si limita a trasmettere l’allarme o l’immagine, ma crea una base di dati davvero utile per migliorare la vivibilità di una città. Partendo dalla sicurezza urbana, passando per le moderne tecnologie IoT e Big Data, le Smart City possono davvero contribuire a creare un contesto sempre più piacevole e sicuro per i cittadini. Le tecnologie esistono già: la sorveglianza cittadina con opportuni e mirati investimenti per la videosorveglianza è un mercato sempre più aperto e dinamico, ma occorre aumentare la consapevolezza e competenza degli amministratori in merito alle potenzialità offerte dalla tecnologia stessa. In fin dei conti una città può essere considerata “intelligente” solo se si mostra tale assieme a chi l’amministra.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato su Safety & Security N. 81 – Luglio/Agosto 2016.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ss-luglioagosto-2016.

Art. 113 – LM N. 39 – Managers e Industrie 4.0

 Da diverso tempo si sente parlare di Industria 4.0 o della quarta rivoluzione industriale, per usare due espressioni oggi in voga tra gli economisti e gli esperti di teoria aziendale, per indicare la diffusione in tutta la filiera della produzione della digitalizzazione dell’industria mediante nuovi strumenti, tecnologie e tools per dati e analisi. Da cui il termine “Smart Manufacturing”. Mentre la prima rivoluzione industriale fu determinata nel ‘700 dall’invenzione della macchina a vapore, la seconda dall’utilizzo e la produzione dell’elettricità e la terza dall’avvento dell’informatica, la quarta si basa invece su un fenomeno ancor più complesso che parte dallo sviluppo dell’Internet of Things (l’Internet delle cose), cioè la capacità di connettere alla rete e di far dialogare tra loro molti oggetti reali, compresi quelli più sofisticati come i macchinari dell’industria. Si tratta di tecnologie che cambieranno il modo di progettare, costruire e distribuire qualsiasi prodotto facendo leva su un nuovo concetto di “digitalizzazione” che partendo dal concetto di “ meccatronica” (branca dell’ingegneria dell’automazione che studia il modo di far interagire tre discipline: la meccanica, l’elettronica, e l’informatica al fine di automatizzare i sistemi di produzione) si espanderà in tutta la catena industriale permettendo di analizzare, organizzare e gestire in modo automatico grandi quantità di informazioni, da cui il termine “big Data”.

VIGE UNA CERTA CURIOSITÀ CHE UNITA A UNA BUONA DOSE DI SCETTICISMO IL PIÙ DELLE VOLTE PUÒ SFOCIARE IN UNA REFRATTARIETÀ AL CAMBIAMENTO

Dando per scontato che quelli appena citati sono tra i temi più caldi del momento e come tali sono sulla bocca di tutti gli operatori del mondo industriale, appare chiaro che vige una certa curiosità che unita a una buona dose di scetticismo il più delle volte può sfociare in una refrattarietà al cambiamento. Se in determinati ambiti produttivi, in particolare nelle grandi aziende, questi concetti sono ben noti e consolidati, nel tessuto economico italiano costituito da piccole e medie imprese non solo non sono chiari, ma soprattutto non vengono recepiti come opportunità. Occorre, quindi, sensibilizzare il tessuto imprenditoriale per far conoscere le caratteristiche fondamentali di questo nuovo fenomeno e i principali abilitatori tecnologici, anche attraverso la condivisione di “best practices” che evidenzino le opportunità offerte dalla trasformazione digitale sullo sviluppo del business. L’Industria 4.0 oggi non può prescindere da un investimento forte sui temi della ricerca e dell’innovazione. E’ fondamentale investire anche nel capitale umano puntando sulla competenza e la tecnica di figure professionali e manageriali formate, autonome e responsabili, che siano in grado di rafforzare la competitività delle imprese italiane. Diventa cruciale la formazione digitale delle figure dirigenziali in azienda, nonché inserendo nelle organizzazioni di soggetti come i “digital enablers” in grado di diffondere le conoscenze e competenze digitali necessarie.

 

LO SVILUPPO DELLO “SMART MANUFACTURING” AVRÀ SICURAMENTE EFFETTI NELL’IMMEDIATO SUI LIVELLI OCCUPAZIONALI, PER VIA DI UNA NATURALE E PROGRESSIVA SOSTITUZIONE DELL’UOMO DA PARTE DELLE MACCHINE NELLO SVOLGIMENTO DI DIVERSE MANSIONI

Sul fronte occupazionale, lo sviluppo dello “Smart Manufacturing” avrà sicuramente effetti nell’immediato sui livelli occupazionali, per via di una naturale e progressiva sostituzione dell’uomo da parte delle macchine nello svolgimento di diverse mansioni. Dalla ricerca “The Future of the Jobs” presentata al World Economic Forum è emerso che, nei prossimi anni, fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Alcuni rintracciadi questi, quali la tecnologia del cloud (ovvero la remotizzazione delle informazioni digitali su sistemi distribuiti mediante l’utilizzo di internet) e la flessibilizzazione del lavoro, stanno influenzando le dinamiche già adesso e lo faranno ancora di più nei prossimi anni. L’effetto stimato prevede la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, con la contemporanea scomparsa di 7, con un saldo nettamente negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. Le stime riguardanti l’Italia riportano un pareggio (200mila posti creati e altrettanti persi), sicuramente meglio di altri Paesi europei come la Francia e la Germania. Si stima che le maggiori perdite si concentreranno nelle aree amministrative e della produzione: rispettivamente 4,8 e 1,6 milioni di posti persi. Secondo la ricerca compenseranno parzialmente queste perdite l’area finanziaria, il management e più in generale tutti i lavoratori impiegati nei settori denominati STEM, acronimo di Science, Technology, Engineering, Mathematics (matematica, informatica, scienze naturali, tecnologia).

 

L’IMPATTO DI INDUSTRIA 4.0 SULLE LEADERSHIP AZIENDALI METTERÀ A DURA PROVA TUTTA UNA SERIE DI POSIZIONI DI MIDDLE MANAGEMENT

Cambieranno di conseguenza le competenze e le abilità professionali ricercate: nel 2020 il “problem solving manager” rimarrà la soft skill più ricercata, ma diventeranno più importanti il pensiero critico e la creatività. Con uno scenario in così rapida evoluzione dobbiamo essere pronti a cogliere i benefici di questa nuova rivoluzione poiché nel breve termine non si possono escludere saldi occupazionali negativi e nel medio-lungo termine non è assolutamente garantita una contrazione degli occupati in numero assoluto, considerato anche l’impatto nell’indotto, in particolar modo nel terziario avanzato. Dobbiamo imparare a cogliere a pieno i benefici della quarta rivoluzione industriale, attuando iniziative sistemiche per lo sviluppo dello Smart manufacturing e investendo sempre di più nella formazione e nella riqualificazione professionale dei lavoratori affinché possano padroneggiare le competenze digitali per le mansioni del futuro L’impatto di Industria 4.0 sulle leadership aziendali metterà a dura prova tutta una serie di posizioni di middle management, che rischiano di essere superate dai nuovi modelli organizzativi che faranno leva su di un nuovo stile di leadership orientato all’innovazione. La quarta rivoluzione industriale, così come promette capovolgimenti dell’organizzazione del lavoro e nelle competenze richieste per operai, impiegati, professionisti, avrà sicuramente un impatto sui livelli dirigenziali. I manager sono i potenziali protagonisti di Industry 4.0, sia come esperti funzionali che come esperti ICT dovranno mettersi in gioco con nuove competenze professionali fornendo una visione strategica, corredata da competenze di coaching e motivazionali e un’autorevolezza tecnica sufficiente per essere considerato anche dai più ostili all’innovazione. Un profilo molto difficile da trovare poiché le caratteristiche di verticalità della leadership di oggi, difficilmente passeranno a un’orizzontalità complessa da gestire del domani. Per guidare le imprese al salto culturale imposto da Industry 4.0 occorre, a mio avviso, una figura nuova il “Digital Trasformation Manager”, capace di accompagnare le PMI nel percorso di adeguamento al nuovo modello di sviluppo industriale facendo leva sulla formazione al fine di mutare i propri focus: dalle tradizionali “soft skills” allo sviluppo di competenze di project/program management, che sostengano la fase di implementazione dei nuovi processi imposti dalle tecnologie emergenti. Più in generale l’Industria 4.0 richiede competenze trasversali e flessibili, molto difficili da trovare, più rintracciabili nelle capacità del singolo, che non nelle qualifiche formali, date da titoli di studi, certificazioni e posizioni gerarchiche. Per esempio, servirà un informatico non tanto certificato su una specifica piattaforma software, ma che abbia una forte esperienza su più fronti e sia disponibile ad adeguarsi alle nuove esigenze tecnologiche in modo naturale e flessibile. Tutto ciò è possibile solo se si predispone in tempo la riqualificazione della forza lavoro con programmi specifici sul digitale non solo in aula, ma anche on the job seguendo il modello del workshop interattivo, per esempio utilizzando le più moderne tecnologie che si basano sul concetto di “realtà aumentata”.

Tutto ciò non è sufficiente se non si attua una pianificazione strategica della forza lavoro mappando le competenze del capitale umano e, con sistemi previsionali, proponendo soluzioni di mobilità interna, di formazione per colmare gap di competenze, di piani di sviluppo, di outsourcing e insourcing, a seconda dei bisogni e del personale presente all’interno dell’azienda. Secondo quanto sostiene The Boston Counsulting Group (BCG) nello studio “How Will Technology Transform the Industrial Workforce Through 2025?”, analizzando 23 aziende manifatturiere tedesche si è posto il problema di valutare quali siano le nuove competenze richieste e come interagiscano fra loro tecnologie, uomini e macchine. Lo studio ha messo in risalto uno scenario che ci fa capire come la profonda trasformazione non riguarderà uno spodestamento del capitale umano ma piuttosto un’assistenza della tecnologia al lavoro dell’uomo grazie ai sistemi digitali che permetteranno l’ottimizzazione dei tempi di lavoro a favore di una drastica riduzione dei fermi macchina per i clienti. Con una proiezione di 10 anni lo studio presenta lo scenario su quello che sarà il bilanciamento tra ruoli e funzioni nel 2025. Per le aziende che adotteranno l’Industria 4.0 si prevede un incremento aggiuntivo di produttività dell’1% annuo e una crescita dei posti di lavoro del 5%, confrontata con l’attuale forza lavoro di 7milioni nelle aziende analizzate. Se da un lato è vero che si perderanno 610mila posti di lavoro nelle funzioni di assemblaggio e produzione con un maggiore uso di computerizzazione e automazione, tuttavia saranno necessari 910mila posti di lavoro in più legati a competenze IT, analytics e ricerca e sviluppo da un lato (210.000), e dall’altro nei ruoli resi necessari dalla crescita delle aziende. Si prevede che in Germania la richiesta di operatori informatici e di data integration raddoppierà: i data scientist, che sono la figura più nuova insieme ai robot coordinator, saranno quelli che cresceranno di più con 70.000 nuovi posti di lavoro seguiti da 40.000 operatori informatici. Infine, se in Germania ci sarà una perdita di posti di lavoro del 4% nella produzione (120mila posti di lavori), e dell’8% nel controllo qualità (-20.000), tuttavia ci sarà anche una crescita del 7% nella manutenzione dei sistemi (10.000). Nonostante questi dati confortanti, risulterebbe che nel 2025 anche in Germania mancheranno 120.000 ingegneri informatici per rispondere alle nuove esigenze della Industria 4.0, con una richiesta di maggior coordinamento tra scuola, università e impresa. L’economia delle idee dovrà partire dalla formazione universitaria, formando gli studenti di oggi per farli diventare specialisti dell’innovazione nelle imprese, offrendogli tutti gli strumenti necessari per poter sfruttare al massimo questa occasione storica.

Oggi purtroppo assistiamo al paradosso che da un lato vede la tecnologia sempre più matura ed in grado di supportare questa nuova rivoluzione industriale e dall’altro l’incapacità di molte aziende di sviluppare le competenze necessarie per pilotarne il cambiamento. Il successo sarà dettato dalla capacità di ogni singola azienda di acquisire le competenze necessarie ed indispensabili per non farsi travolgere dal cambiamento. Di conseguenza, le competenze andranno aggiornate costantemente avviando corsi di riconversione e riqualificazione laddove fosse necessario. A differenza delle rivoluzioni industriali precedenti, che hanno impiegato decenni a modificare gli assetti nel mercato del lavoro, l’Industria 4.0 avrà un impatto rapidissimo. Un modello di Industria 4.0, caratterizzato da un elevato grado di innovazione e sviluppo/trasferimento tecnologico, deve poter contare su capitale umano qualificato e investire sulle competenze. A livello universitario, è essenziale potenziare la formazione nelle materie STEM all’interno delle Università e individuare programmi e modalità per rendere maggiormente “attrattivi” questi insegnamenti agli studenti. Il modello universitario dovrebbe favorire l’aggregazione in rete degli studenti poiché rappresenta oggi l’unico mezzo in grado di sostenere il processo di digitalizzazione delle imprese manifatturiere grazie ad alcuni vantaggi specifici sui quali fare leva per formare i managers pronti a sostenere la sfida di Industria 4.0, tra cui:

  • La capacità di “fare massa critica” rimanendo sempre aggiornati sullo stato dell’arte della tecnologia al fine di migliorare le competenze acquisiste;
  • La possibilità di condividere standard, linee guida, strumenti mediante un linguaggio comune;
  • La condivisione delle risorse umane necessarie per adeguarsi ai nuovi standard;
  • L’opportunità di sviluppare soluzioni innovative nel campo dell’informatizzazione dei prodotti e dei processi specifici per la realizzazione del programma comune di rete;
  • La possibilità di sviluppare documentazione e formazione comune per il personale delle aziende della rete.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista LM Leadership & Management N. 39  – Luglio/Agosto 2016.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/lm-luglioagosto-2016.

Art. 108 AO 391 Giu-Lug 2016 – Librarsi in volo

I sistemi TID (Thermal Inspection Drone) possono essere utilizzati per il monitoraggio delle linee di trasmissione elettrica.

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Quando di parla di Smart Energy Grid si parla di infrastrutture intelligenti, abilitate da applicazioni innovative dell’ICT a supporto della visione smart city, in grado di coniugare libertà dei comportamenti individuali ed efficienza di sistema, integrazione delle risorse energetiche distribuite e sicurezza di fornitura, utilizzo prioritario delle fonti rinnovabili e programmabilità delle condizioni di rete. Nella realtà invece, l’età delle infrastrutture della rete elettrica, l’obsolescenza di alcune delle tecnologie utilizzate e un ritmo di crescita della capacità del sistema inferiore alla crescita della domanda (in particolare nei valori di picco) impongono una riprogettazione e riorganizzazione del sistema di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica. Di conseguenza quando si parla di reti intelligenti dobbiamo tenere in considerazione il concetto di maggiore efficienza energetica senza mai dimenticare l’efficienza delle infrastrutture di trasporto che in altri termini si traduce nel mettere a punto nuove soluzioni per il loro monitoraggio e controllo. Intellisystem Technologies da diversi anni attiva nel disegno e nella realizzazione di soluzioni innovative per il monitoraggio e il miglioramento dell’efficienza delle Smart Grid, ha acquisito una comprovata esperienza attraverso lo sviluppo di soluzioni innovative a supporto di una maggiore, e più efficiente gestione e monitoraggio delle infrastrutture di trasporto dell’energia elettrica. In risposta a queste problematiche il dipartimento di Ricerca ha messo a punto un nuovo strumento denominato TID (acronimo di Thermal Inspection Drone) della linea ThermalTronix per la diagnostica e il monitoraggio delle linee aeree mediante l’utilizzo di particolari droni progettati per un utilizzo prettamente industriale.

I droni

Tutti oggi sanno che i droni sono dei robot con limitate capacità decisionali comandati a distanza, tipicamente definiti anche con gli acronimi APR (Aeromobili a Pilotaggio Remoto), UAV (Unmanned Aerial Vehicle) e UAS (Unmanned Aerial Sistema). Storicamente sono nati per scopi militari, ma con il passare degli anni grazie alle nuove tecnologie presenti nel mercato hanno iniziato a diffondersi anche nel comparto industriale con svariate applicazioni che permettono di ottenere risultati alla pari delle tecniche che sino a qualche tempo fa prevedevano l’impiego esclusivo di elicotteri o piccoli aerei caratterizzati da costi di esercizio decisamente maggiori. Quello che oggi rende questi velivoli radiocomandati molto più di un sofisticato giocattolo è la possibilità di essere equipaggiati con strumentazione avanzata e innovativa che non si limita più alle tradizionali fotocamere, videocamere, strumenti di geo-localizzazione. I droni progettati e realizzati da Intellisystem Technologies sono veri e propri strumenti di misura volanti, in grado di librarsi in volo raccogliendo e trasmettendo i dati misurati a terra in modo facile, sicuro e decisamente economico.

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L’ispezione delle linee aeree di alta tensione con il sistema TID porta significativi benefici

Parallelamente al mondo dei droni, negli ultimi anni nel settore della manutenzione predittiva degli impianti e delle apparecchiature in genere, si è notevolmente sviluppata la termografia. Partendo dal principio che ogni corpo emette per irraggiamento onde elettromagnetiche nel campo dell’infrarosso (invisibili all’occhio umano), la termografia, com’è ben noto, è una tecnica diagnostica non invasiva che permette di individuare valori di temperatura superficiale senza entrare direttamente in contatto con l’oggetto da misurare. Grazie a queste particolari telecamere è possibile ottenere immagini ad alta risoluzione degli oggetti misurati con una precisione che raggiunge i soli 0,2 °C. Nel caso degli elettrodotti, tipicamente le misure termografiche richiedono ispezioni da postazioni sopraelevate o riprese ravvicinate di oggetti molto alti. Sino ad oggi per fare ciò l’unica soluzione prevedeva l’impiego di particolari piattaforma aeree o potenti teleobiettivi. Questa seconda soluzione considerando che le apparecchiature termografiche montano a bordo particolari lenti al germanio, ha costi davvero proibitivi. Per tutti gli altri casi in cui si presentava il caso d’ispezione di elettrodotti difficilmente accessibili, l’unica soluzione rimaneva quella di utilizzare un elicottero dotato di apparecchiature ancora più sofisticate e costose.

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L’avvento dei droni per uso industriale ha aperto una nuova era per le ispezioni termografiche, pur non sostituendo certe operazioni settoriali specialistiche dove aerei ed elicotteri rimangono indispensabili. I droni hanno reso possibile l’ispezione aerea termografica anche negli ambiti più comuni; di fatto l’unione da un lato della tecnologia di questi ultimi e dall’altro quella termografica rappresenta il connubio perfetto tra i due strumenti sofisticati e altamente tecnologici. Soluzione sicuramente vincente per affrontare sopralluoghi e ispezioni in tutta sicurezza e velocità anche negli ambienti più critici. Il team di Ricerca e Sviluppo di Intellisystem Technologies ha messo a punto il primo strumento per applicazioni industriali che permette le ispezioni termografiche a basso costo mediante un drone di ultima generazione che monta a bordo, a seconda del modello, particolari termocamere. Quest’ultime essendo ultra compatte sono installate in una piattaforma stabilizzata grazie alla quale è possibile ottenere le massime prestazioni in termini di stabilità delle riprese.

Thermal Inspection Drone

Il sistema TID è stato accuratamente testato su diversi campi di utilizzo mostrando ottimi risultati che hanno permesso di ottenere foto termiche d’insieme e mappature termiche dall’alto uniche (basti pensare alla semplicità con cui è possibile monitorare un elettrodotto). Grazie ad esso è possibile effettuare ispezioni termografiche su impianti e strutture difficili da esaminare per collocazione o dimensioni, tutto in breve tempo e senza dover allestire ponteggi, utilizzare cestelli o ricorrere a costosi mezzi aerei. La rapidità di accesso, la capacità di avvicinarsi e di spostarsi in tutte le direzioni, di mantenere una posizione per tutto il tempo desiderato ed effettuare riprese da prospettive differenti, tipiche di un drone, consentono di individuare facilmente i punti di una struttura in cui risulti necessario un intervento, consentendo una riduzione di costi e tempi in fase di manutenzione.

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L’ispezione mediante il sistema TID consiste nel filmare la linea ad alta o bassa tensione al fine di individuare la presenza di eventuali punti critici detti ‘caldi’, quali ad esempio i contatti dei sezionatori, le morsettiere elettriche nei punti di connessione tra linea aerea e quelle in cavo ecc. Tali punti rappresentano ovviamente un’anomalia nel corretto funzionamento del componente oggetto della misura, che in molti dei casi si traduce in una possibile perdita di energia elettrica o peggio ancora in una possibile interruzione di collegamento elettrico, qualora il componente dovesse danneggiarsi ulteriormente. I risultati dell’ispezione vengono in seguito analizzati ed elaborati a terra, consentendo di ottenere l’analisi della struttura della linea, come la tipologia degli isolatori, dei pali, armamento, terreno, dispositivi di protezione contro le sovratensioni, condizioni dei trasformatori a palo, condizioni esterne delle cabine ecc. e il rilievo delle anomalie geo-referenziate (isolatori rotti, strefolature, pali rotti o sbandati, presenza di piante vicino alla linea), per una più rapida individuazione e riparazione delle stesse.

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I benefici

L’ispezione delle linee aeree di alta tensione con il sistema TID porta significativi benefici in termini di riduzione dei costi rispetto all’utilizzo dei sistemi convenzionalmente adoperati (elicotteri, arrampicatori industriali ecc.); riduzione dei costi in termini di minor impiego di personale coinvolto nelle operazioni di misura e conseguentemente la relativa riduzione dei tempi di ispezione; maggiore qualità delle immagini grazie a un approccio visuale ravvicinato e aumento della sicurezza per il personale. Le applicazioni sono relative a controlli periodici di manutenzione predittiva; stima dei danni; analisi dettagliata dei problemi di dispersione della rete ecc.; analisi della vegetazione cresciuta intorno all’infrastruttura. Il sistema TID è anche disponibile nella versione a due diverse telecamere, entrambe integrate sullo stesso supporto al fine di avere esattamente lo stesso punto di ripresa. Ciò permette di ottenere un’ispezione visiva a doppia visione, sia nel campo del visibile che a infrarosso. In questo caso la registrazione delle immagini può essere realizzata in modalità ‘split mode’ (entrambe le viste in un unico schermo) o in modalità ‘switch’ (che consente il passaggio dalle immagini da una modalità di ripresa all’altra). Oltre a una ripresa a grandangolo e alla possibilità di effettuare degli zoom dettagliati con la telecamera che opera nel campo del visibile, in determinate zone della video ripresa è possibile inserire in sovraimpressione alcuni dati specifici a discrezione del cliente, quali ad esempio la posizione GPS, l’altezza sul livello del mare, la data e l’orario di ripresa, nonché i principali dati della linea e tutte le altre informazioni ritenute utili. Le potenzialità per le ispezioni offerte dal sistema TID di Intellisystem Technologies sono molteplici. L’evoluzione dei sensori e dei droni ci consentirà in pochi anni di offrire al mercato droni a basso costo capaci di volare in modo del tutto autonomo e programmato, unitamente a sensori termici sempre più performanti, permetteranno di analizzare una mole considerevole di dati e immagini sempre più definite. Attualmente in Italia l’unico modo per utilizzare un drone in ambito industriale è quello affidarsi ai pochi professionisti che hanno completato il percorso di accreditamento come operatori presso Enac con mezzi omologati. La cosa è tutt’altro che semplice, ma è necessario comprendere che far volare un oggetto radiocomandato non è un gioco da ragazzi e i danni che si possono provocare potrebbero essere notevoli.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Automazione Oggi N. 391 – Giugno/Luglio 2016.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-giugnoluglio-2016-3

116 AO 392 Settembre 2016 – Tavola Rotonda Una Rivoluzione Epocale

La nuova ‘rivoluzione industriale’ secondo alcuni è già iniziata, secondo altri non ancora: vediamo cosa dicono gli ‘esperti’ e cosa le aziende…

Quella che stiamo vivendo è la terza o la quarta rivoluzione industriale? Questioni di lana caprina, qualcuno potrà dire: nella vita pratica dei singoli e nella realtà sociale ed economica quello che conta non è la classificazione del fenomeno quanto piuttosto la conoscenza delle sue effettive dinamiche e dei suoi impatti su tutto il resto. E’ senz’altro vero. Ma è anche evidente che il modo col quale valutiamo una situazione condiziona i modi e i tempi coi quali si interviene (o non si interviene). Ora, quasi tutti, sulla scia degli studi pubblicati nel dicembre scorso dall’economista tedesco Klaus Schwab, l’ideatore e animatore del Forum Economico di Davos, che ogni anno a gennaio raduna i leader dell’economia mondiale, i capi di stato, gli intellettuali e le ONG, assumono il modello ‘quarta rivoluzione’, secondo il quale la prima rivoluzione industriale è quella settecentesca, legata all’introduzione della macchina a vapore; la seconda è quella innescata nel secolo successivo, dominata dall’elettricità e giunta agli albori dell’era elettronica, dopo aver avviato i processi di produzione di massa. Poi e arrivata la terza rivoluzione industriale, con la digitalizzazione delle tecnologie, la ‘lean manufacturing’ e la fabbrica automatica integrata. Secondo Schwab, sulle fondamenta della Terza ora si sarebbe già nel pieno della quarta rivoluzione industriale, caratterizzata dai Cyber Physical Systems cioè dall’intreccio stretto di nuove tecnologie che integrano e fanno dialogare le sfere fisiche, digitali e biologiche. A rafforzare la classificazione proposta da Schwab ha certamente contribuito l’iniziativa tedesca che nel 2011 ha lanciato il programma Industrie 4.0, codificando il numero 4 come simbolo della fase industriale in atto. Qualcuno però dissente e non è uno qualsiasi. E’ Jeremy Rifkin, uno dei più acuti e riconosciuti analizzatori degli scenari socioeconomici, tecnologici e produttivi; autore di fortunati best seller, a partire da quel Entropy che a fine anni ‘70 delineava le nuove prospettive dell’energia. Rifkin ritiene che la fase della digitalizzazione, la terza, sia appena iniziata e debba ancora mostrare pienamente tutte le sue implicazioni e le sue potenzialità. Quelle ‘novità’ che caratterizzerebbero la quarta rivoluzione, cioè l’interconnessione tra i diversi domini e la creazione di reti di ogni tipo, sono in verità già in atto da qualche decennio e devono ancora alimentare le tappe che porteranno alla completa trasformazione dello scenario produttivo. Dopo si potrà parlare di quarta rivoluzione, anche se al momento non si può ancora dire quale volto assumerà. Si può tuttavia iniziare a delinearne i contorni osservando meglio quello che sta accadendo oggi, cioè guardando meglio dove si sta dirigendo la terza rivoluzione. Rifkin propone (lo aveva fatto esplicitamente poco prima del Forum di Davos su The Huffington Post) “un modo migliore di interpretare la nostra era” e invita a puntare l’obiettivo sulla convergenza di tre ambiti: la comunicazione, l’energia e i trasporti; tutti e tre sono soggetti al processo di digitalizzazione e insieme stanno dando vita a un super sistema nel quale confluiscono l’Internet della comunicazione digitalizzata, l’Internet dell’energia e l’Internet dei trasporti e della logistica. Governare e armonizzare questi processi convergenti, adottando anche i nuovi modi di fare impresa, più collaborativi e reticolari, sarà il modo per portare a maturazione la rivoluzione industriale attuale; aprendo la strada alla successiva che, secondo Rifkin “non si verificherà in modo brusco ma avverrà, invece, nell’arco di trenta o quarant’anni”. Nel frattempo, se consideriamo la realtà di tante imprese nostrane, non solo PMI, potremmo avere un attimo di sconforto vedendo che in molti casi la terza rivoluzione non e ancora decollata… ma vediamo cosa ne pensano le aziende.

Con Cristian Randieri, Phd, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it); Edgardo Porta, direttore marketing di Rittal; Guido Porro, managing director, Euromed, di Dassault Systemes; Alberto Griffini, product manager Advanced PLC & Scada di Mitsubishi Electric; Stefano Sivieri, marketing & communication manager di  Phoenix Contact.

Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri

Automazione Oggi: Si parla sempre più spesso, anche in Italia, di ‘quarta rivoluzione industriale’. Le piccole-medie aziende italiane sono però molto confuse. Come state cercando di alfabetizzare il mercato su questi temi?

Cristian Randieri, Phd, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it): “Negli ultimi anni in azienda abbiamo dedicato diverso tempo ad analizzare in che modo la nostra realtà possa adattarsi alle sfide imposte dal concetto di Industria 4.0. Studiando il modello originario tedesco siamo giunti alla conclusione che la trasformazione della nostra azienda, e più in generale delle PMI italiane, in quest’ottica sia da realizzare adattando al nostro contesto le innovazioni tecnologiche e organizzative sviluppate in altri Paesi dove la struttura industriale e molto diversa dalla nostra. Si devono pertanto adattare i nuovi modelli organizzativi creati in Germania, Francia e Regno Unito al contesto italiano, prendendo da essi solo ciò che e compatibile o comunque adattabile con la nostra struttura industriale. Questi modelli, per esempio, sono basati su un’automazione spinta, ipotizzando ingenti investimenti in ricerca, cosa purtroppo inadatti al modello industriale italiano. Data la caratteristica dimensionale del nostro sistema economico è necessario sviluppare un modello fondato sulla flessibilità nell’utilizzo delle soluzioni organizzative già implementate altrove. E proprio qui si genera grande confusione, in quanto le tecnologie nate e sviluppate per la grande dimensione non sono facilmente adattabili alle piccole realtà. Grazie alle moderne tecnologie su cui si basa Industria 4.0, d’altronde, è possibile unire la maggiore efficienza e produttività con le competenze della manifattura artigiana, purché si faccia riferimento alle caratteristiche tipiche del sistema industriale italiano, caratterizzato da imprese di piccole dimensioni che basano il loro vantaggio competitivo sulla leadership di nicchia e il capitalismo familiare che limita le risorse finanziarie disponibili. Per ovviare a questi limiti suggeriamo di creare reti di imprese o cluster di distretto: nel primo caso le piccole imprese aggregandosi creano un nuovo soggetto giuridico, al fine di raggiungere un certo obiettivo di business, quale per esempio l’implementazione di una tecnologia basata sul concetto di Industria 4.0; nel secondo caso, le medie imprese attive nei distretti industriali che rappresentano i capo-filiera trasmettono ai piccoli fornitori le innovazioni, tra cui l’approccio a Industria 4.0, che favorisce la piena integrazione del capo-filiera con la catena di subfornitura, migliorando i flussi orizzontali e verticali interni al distretto stesso. All’interno della supply chain è inoltre possibile costituire il cosiddetto ‘rating difiliera’, che favorisce i finanziamenti a favore dei piccoli fornitori attribuendo loro lo stesso rating dei ‘big’ locali. Occorre quindi inventarsi catene del valore differenti, basate sulla personalizzazione, sull’alta gamma e sulla creatività; facendo leva sull’utilizzo delle nuove tecnologie per rafforzare l’attuale vantaggio competitivo, quello più tipico del ‘made in Italy’ artigianale di alta qualità, applicata al contesto industriale. Altro tema legato a Industria 4.0 è quello della trasformazione ‘antropologica’ dell’operaio, che prende avvio dall’educazione e dalla ‘cultura’. Infine, non bisogna dimenticare lo sforzo in termini di ricerca e sviluppo e formazione che le piccole imprese, come anche la nostra, devono effettuare per riuscite ad adattare al proprio contesto le nuove tecnologie. Per poter scegliere quali strumenti utilizzare, acquistare, modificare, implementare, occorre essere continuamenti aggiornati sullo stato dell’arte della tecnologia, il che si traduce in investimenti in ricerca e sviluppo”.

A.O.: Nell’ambito delle tecnologie che costituiscono l’ossatura di Industria 4.0, quali pensate possano essere quelle più facilmente adottabili dalle aziende italiane e perché?

 

Randieri: “Purtroppo ancora oggi la maggior parte delle PMI italiane teme che i vantaggi del digital manufacturing vadano soprattutto ai grandi vendor telco e IT, invece che ai costruttori di tecnologia manifatturiera. Questo e poi uno dei motivi per i quali anche la maggioranza delle PMI tedesche non intende investire a breve termine nel progetto Industrie 4.0. Il timore più grande dei nostri produttori industriali è quello definito come ‘digital disruption’, che li limiterebbe a un ruolo di meri fornitori di hardware, con l’ulteriore aggravio del fatto che i maggiori sviluppatori di software di controllo per automazione sono multinazionali straniere. L’Italia ha iniziato in ritardo a occuparsi di digital manufacturing ed è in ritardo in generale sul tema del digitale, dove l’Italia e al quart’ultimo posto nella graduatoria europea Desi 2015 (Digital Economy and Society Index), davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania. Tutto questo ha notevoli ripercussioni anche sull’industria sommandosi alla resistenza culturale tipica del settore manifatturiero nel passare da tradizionali processi ‘product oriented’ a processi ‘service oriented’, sviluppati su piattaforme digitali. Ritengo dunque sia ancora presto per poter dire quale tecnologia sarà la più adattabile e trainante per le nostre imprese nel prossimo futuro”.

A.O.: Ci sembra che molti fornitori di automazione stiano proponendo soluzioni hardware IoT, ma che siano molto meno quelli in grado di offrire validi analytics: qual è il vostro punto di vista al riguardo?

Randieri: “Le potenzialità offerte da IoT, cloud computing, smart device, Big Data e analytics consentono oggi di realizzare modelli operativi innovativi, capaci di generare vantaggi competitivi non indifferenti, in quanto permettono di ottenere e gestire processi realtime con un contenuto informativo sempre più esteso, da cui scaturisce una maggiore capacita predittiva dei gestori di processo, dalla manutenzione predittiva alla gestione delle scorte. Di conseguenza, lo sviluppo delle tecnologie digitali permetterà sempre più alle aziende di raccogliere enormi quantità di dati relativi al funzionamento dei propri processi, tra cui quelli manifatturieri e riguardanti la catena di fornitura. L’analisi dei dati richiede pero modelli e tecnologie potenti, al fine di fornire informazioni utili per la gestione del business. Per questo motivo l’implementazione della Big Data analytics e considerata una ‘business critical capability’. La connessione tra miliardi di oggetti attraverso l’IoT risulta però essere inefficiente se la mole di dati generati non può essere analizzata utilizzando i Big Data nel ciclo produttivo e post-vendita. In Italia vi sono ancora poche figure professionali in grado di lavorare con gli analytics e nella maggior parte dei casi si corre all’estero per trovarle. Queste figure professionali sono infatti una via di mezzo tra l’ingegnere, il matematico e il ricercatore scientifico. Ritengo che la grande sfida dell’automazione risiede nel campo della neuro-informatica e della neuro-robotica, con l’obiettivo principale di avvicinare informatica e processi cognitivi umani. E scommettendo sull’intelligenza artificiale, o meglio sul ‘soft computing’, che si potrà potenziare la capacità di apprendimento delle macchine e dei sistemi informatici chiamati a prendere decisioni in tempi rapidi. La diffusione dei primi processori neurali e la ricerca nell’ambito dell’apprendimento automatico hanno avuto negli ultimi anni un’accelerazione, portando allo sviluppo di sistemi informativi capaci di svolgere attività anche complesse e di risolvere problemi non strutturati. Nel mondo manifatturiero l’applicazione delle tecniche d’intelligenza artificiale è ancora limitata, ma le sue potenzialità sono comunque rilevanti”.

A.O.: La manifattura additiva potrebbe cambiare totalmente le logiche produttive. Guardiamo con particolare attenzione alle stampanti 3D per metallo: quanto siamo vicini alla possibilità di passare dai prototipi alla ‘mass production’?

Randieri: “Il sistema industriale italiano è stato tra i più veloci ad adottare la tecnologia di stampa additiva. Di fatto, alcune aziende adoperano già da diversi anni tale tecnologia con vantaggi facilmente comprensibili, in primis risparmio di materiale e riduzione del tempo di lavorazione. In generale, se mettiamo a confronto due oggetti, di cui uno costruito secondo le tecniche tradizionali e uno secondo la tecnica additiva, quest’ultimo avrà un peso pari a circa la metà del primo, il che si traduce in un risparmio di materiale e meno ore di lavoro per ripulire il pezzo. Per non parlare poi delle geometrie estreme, tipicamente quelle cave, e delle forme che la fusione in conchiglia non può permettersi. L’unica pecca riguarda l’integrazione del sistema delle stampanti 3D per metallo con l’intero sistema manifatturiero nel complesso, perché non è stato ancora messo a punto un software di integrazione digitale del sistema fabbrica e dei relativi fornitori. Una fabbrica che decide di lavorare secondo le tecniche additive deve essere pensata affinché i progettisti ragionino in termini di additive manufacturing. Devono poter osare soluzioni di design non sperimentabili con le tecniche di lavorazione tradizionale. Altro fattore limitante per la diffusione di tale tecnologia, oltre all’elevato costo del macchinario e alla sua limitata diffusione, è rappresentato dal fatto che sul mercato è difficile trovare le figure professionali che sanno adoperare bene con tale tecnologia, visto che l’approccio progettuale e totalmente differente da quello classico. La figura professionale da creare è quello di esperto nei processi a stampa additiva. In conclusione, penso che in Italia la diffusione di questa tecnica all’interno delle piccole aziende di natura artigianale dovrà ancora aspettare del tempo”.

A.O.: Quali credete che possano essere le prospettive del settore dell’automazione industriale in Italia per i prossimi cinque anni?

 

Randieri: “Le prospettive del settore dell’automazione industriale in Italia per i prossimi cinque anni sono legate alla capacità delle aziende tricolori nel combinare strategia e tecnologia, al fine di generare un effetto moltiplicatore sul business per diventare o di continuare a essere imprese ad alte performance, capaci di competere a livello globale. L’intero settore dovrà saper cogliere questa combinazione, disegnando l’evoluzione della propria strategia di business, cambiando drasticamente i paradigmi di organizzazione, competizione e pianificazione strategica. Innescando, di fatto, una trasformazione pervasiva e veloce; una sfida che richiederà molto impegno e sacrificio da parte dell’intera filiera che, se non riuscirà a collaborare unendo gli sforzi di tutti, non sarà in grado di reggere la competizione internazionale. Tutto ciò poi non è sufficiente se non vengono impartite direttive e modus operandi da parte del Governo. L’unica risposta a ciò al momento è del novembre 2015, quando il Ministero per lo Sviluppo Economico ha iniziato a lavorare su un testo intitolato “Industry 4.0, la via italiana per la competitività del manifatturiero”. L’obiettivo è “come fare della trasformazione digitale dell’industria un’opportunità per la crescita e l’occupazione”. In sintesi il documento dovrebbe individuare alcune aree dove intervenire per tenere anche l’Italia al passo con l’epocale trasformazione in atto, ovvero: rilanciare gli investimenti industriali in ricerca e sviluppo; aiutare la crescita delle imprese; favorire le nuove imprese innovative (startup); definire criteri di azione condivisi a livello europeo; cybersecurity e tutela della privacy; migliorare le infrastrutture di rete e diffondere conoscenze approfondite sull’Industria 4.0”.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 392 (Settembre 2016), pubblicata da M. Gargantini e R. Maietti

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-settembre-2016-3.

117 AO 392 Settembre 2016 – Tav Rotonda 4 Riv Ind benefici x imprese e lavoratori

Continuiamo la tavola rotonda che abbiamo pubblicato sul numero di giugno-luglio di Automazione Oggi. Nel numero precedente abbiamo parlato delle professioni più ‘a rischio’ in tema di Smart Manufacturing e da dove si può partire per la trasformazione di un’impresa in un’ottica di Industria 4.0

Abbiamo incontrato alcune aziende del settore ICT e dell’automazione industriale. Ci hanno fornito un’ampia visione di come cambiano le figure professionali a seguito delle nuove tecnologie di Industry 4.0 con alcune indicazioni legate a questa importante trasformazione industriale. Hanno risposto alle nostre domande: Alberto Muritano, CEO di Posytron (www. posytron.com), Francesco Tieghi, responsabile digital marketing ServiTecno (www.servitecno.it), Guido Porro, managing director Euromed Dassault Systemes (www.3ds.com/it/), Cristian Randieri, president & CEO di Intellisystem Technologies (www. intellisystem.it), Michele Dalmazzoni, collaboration & business outcome leader Cisco Italia (www.cisco.com/c/it_it), Giuseppe Biffi, Simatic PLC group manager di Siemens Italia (www. siemens.it), Diego Tamburini, manufacturing industry strategist di Autodesk (www.autodesk.it), Ezio Fregnan, Comau HR training manager (www.comau.com), Giuseppe D’Amelio, IM Solutions & Services director – Information & imaging Solutions di Canon Italia (www.canon.it), Paolo Carnovale, head of product marketing industrial di RS Components (it.rs-online.com), Sophie Borgne, marketing director – Industry di Schneider Electric (www.schneider-electric.it).

 

Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri

Automazione Oggi: Quale figura professionale è più adatta a dirigere la trasformazione digitale in un’azienda?

Cristian Randieri: L’impatto di Industria 4.0 sulle leadership prevede tempi duri per una serie di posizioni di middle management, che rischiano di essere superate dai nuovi modelli organizzativi che faranno leva su un nuovo stile di leadership orientato all’innovazione. La quarta rivoluzione industriale, che cosi come promette capovolgimenti dell’organizzazione del lavoro e nelle competenze richieste per operai, impiegati, professionisti, avrà sicuramente un impatto sui livelli dirigenziali. I manager sono i potenziali protagonisti di Industry 4.0, sia come esperti funzionali sia come esperti ICT dovranno mettersi in gioco con nuove competenze professionali fornendo una visione strategica, corredata da competenze di coaching e motivazionali e un’autorevolezza tecnica sufficiente per essere considerato anche dai più ostili all’innovazione. Obiettivamente, un profilo molto difficile da trovare poichè le caratteristiche di verticalità della leadership di oggi, difficilmente passeranno a un’orizzontalità complessa da gestire. Per preparare le imprese al salto culturale imposto da Industry 4.0 occorrerebbe una figura nuova ‘il Digital Trasformation Manager’, capace di accompagnare le PMI nel percorso di adeguamento al nuovo modello di sviluppo industriale facendo leva sulla formazione al fine di mutare i propri focus, dalle tradizionali soft skill allo sviluppo di competenze di project/program management, che sostengano la fase di implementazione dei nuovi processi.

 

A.O.: Assumere nuove persone competenti sul tema potrebbe essere di aiuto per la trasformazione. Quale profilo scegliere? Quali sono le competenze richieste?

 

Randieri: L’Industria 4.0 richiede competenze trasversali e flessibili, difficili da trovare, più rintracciabili nelle capacità del singolo, che non nelle qualifiche formali, date da titoli di studi, certificazioni e posizioni gerarchiche. Per esempio, servirà un informatico non tanto certificato su una specifica piattaforma hardware, ma che abbia una forte esperienza su più fronti e sia disponibile a cambiare in modo naturale e flessibile. Tutto ciò è possibile solo se si riqualifica la forza lavoro con programmi specifici sul digitale non solo in aula, ma anche on the job, per esempio mostrando gli effetti della realtà aumentata grazie all’aiuto delle più moderne tecnologie. Tutto ciò non è sufficiente se non si attua una pianificazione strategica della forza lavoro mappando le competenze del capitale umano e, con sistemi previsionali, proporre soluzioni di mobilità interna, di formazione per colmare gap di competenze, di piani di sviluppo, di outsourcing e insourcing, a seconda dei bisogni e del capitale umano presente all’interno dell’azienda. Secondo quanto sostiene The Boston Counsulting Group (BCG) nello studio ‘How Will Technology Transform the Industrial Workforce Through 2025?’, analizzando 23 aziende manifatturiere tedesche si è posto il problema di valutare quali siano le nuove competenze richieste e come interagiscano fra loro tecnologie, uomini e macchine. Lo scenario emerso ci fa capire che la più profonda trasformazione non riguarderà uno spodestamento del capitale umano ma piuttosto enfatizzerà un’assistenza della tecnologia al lavoro dell’uomo. Nello studio si fa l’esempio dei tecnici di manutenzione che, aiutati da sistemi di controllo da remoto, potranno intervenire sugli impianti in modo più efficiente, individuando tempestivamente il guasto ordinando i pezzi di ricambio. In questo modo, grazie ai sistemi digitali, si ottimizzano i tempi di lavoro per il manutentore a favore di una drastica riduzione dei fermi macchina per i clienti. Con una proiezione da oggi a 10 anni lo studio presenta lo scenario su quello che sarà il bilanciamento tra ruoli e funzioni nel 2025. Per le aziende che adotteranno l’Industria 4.0 si prevede un incremento aggiuntivo di produttività dell’1% annuo e una crescita dei posti di lavoro del 5%, confrontata con l’attuale forza lavoro di 7 milioni nelle aziende analizzate. Se da un lato è vero che si perderanno 610 mila posti di lavoro nelle funzioni di assemblaggio e produzione con un maggiore uso di computerizzazione e automazione, tuttavia saranno necessari 910 mila posti di lavoro in più legati a competenze IT, analytic e ricerca e sviluppo da un lato (210.000), e dall’altro nei ruoli resi necessari dalla crescita delle aziende. Si prevede che in Germania la richiesta di operatori informatici e di data integration raddoppierà: i data scientist, che sono la figura più nuova insieme ai robot coordinator, saranno quelli che cresceranno di più con 70.000 nuovi posti di lavoro e 40.000 i primi. Infine, se ci sarà una perdita di posti di lavoro del 4% nella produzione (-120 mila), e dell’8% nel controllo qualità (-20.000), tuttavia ci sarà una crescita del 7% nella manutenzione dei sistemi (10.000). Nonostante questi dati confortanti, risulterebbe che nel 2025 anche in Germania mancheranno 120.000 ingegneri informatici per rispondere alle nuove esigenze della Industria 4.0, con una richiesta di maggior coordinamento tra scuola, università e impresa.

 

A.O.: Le università sono attive nel formare esperti su queste nuove professioni? Come si devono attivare?

Randieri: Oggi assistiamo al paradosso che da un lato vede una tecnologia sempre più matura e in grado di supportare questa nuova rivoluzione industriale e dall’altro l’incapacità di molte aziende ad appropriarsi delle competenze necessarie per pilotare il cambiamento. Il nodo cruciale del successo consiste nell’acquisire le competenze necessarie e indispensabili per non farsi travolgere da questo cambiamento. Le competenze andranno aggiornate costantemente avviando corsi di riconversione laddove necessario. L’economia delle idee dovrà partire dalla formazione scolastica e universitaria, preparando gli studenti di oggi per farli diventare specialisti dell’innovazione nelle imprese, in grado di portare nuove iniziative sfruttando al massimo questa occasione storica. A differenza delle rivoluzioni industriali precedenti, che hanno impiegato decenni a modificare gli assetti nel mercato del lavoro, l’Industria 4.0 avrà un impatto rapidissimo. Un modello di Industria 4.0, caratterizzato da un elevato grado di innovazione e sviluppo/ trasferimento tecnologico, deve poter contare su capitale umano qualificato e investire sulle competenze. A livello universitario, è essenziale potenziare la formazione nelle materie STEM all’interno delle Università e individuare programmi e modalità per rendere maggiormente attrattivi questi insegnamenti agli studenti. Ciò è, altresì, di fondamentale importanza per creare quelle competenze che rispondano adeguatamente alla domanda delle imprese che vogliano realizzare investimenti privati in ricerca e innovazione. Il modello universitario dovrebbe favorire l’aggregazione in rete degli studenti poichè rappresenta oggi l’unico mezzo in grado di sostenere il processo di digitalizzazione delle imprese manifatturiere grazie ad alcuni vantaggi specifici sui quali fare leva per formare i manager pronti a sostenere la sfida di Industria 4.0: la capacita di ‘fare massa critica’ e rimanere sempre aggiornati sullo stato d’arte della tecnologia e migliorare le competenze acquisiste, la possibilità di condividere standard, linee guida, strumenti con un linguaggio comune, la condivisione delle risorse umane necessarie per adeguarsi ai nuovi standard, l’opportunità di sviluppare soluzioni innovative nel campo dell’informatizzazione dei prodotti e dei processi specifici per la realizzazione del programma comune di rete e la possibilità di sviluppare documentazione e formazione comune per il personale delle aziende della rete. Tutto questo non basta. Sulla base di questi presupposti è indispensabile che in Italia venga riqualificata la figura del ricercatore universitario che dovrà essere inserito all’interno dei gruppi di lavoro aziendali. Purtroppo nel nostro paese queste figure sono poco valorizzate e nella maggior parte delle volte vengono fatte fuggire all’estero regalando ‘capitale umano’ ad altri stati. Io in primis ho vissuto questa esperienza poichè in passato sono stato uno dei tanti comprovati ricercatori universitari italiani ‘eliminati’ dal sistema Italia che con coraggio e orgoglio anziché emigrare si è rimboccato le maniche e ha fondato la propria azienda nel Sud Italia.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 392 (Settembre 2016), pubblicata da G. Miragliotta e C. Marchisio.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-settembre-2016-4.

118 FN 88 Settembre 2016 – ThermalTronix TT1000LN

 oil-gas-application-intellisystemIntellisystem Technologies (www.intellisystem.it) ha introdotto di recente sul mercato la linea di termocamere industriali denominata ThermalTronix, di cui la famiglia TT1000LN è tra le prime al mondo appositamente realizzata per il monitoraggio termico a distanza e senza contatto di impianti industriali. Grazie alla tecnologia termica a infrarosso è possibile scorgere il più piccolo dettaglio anche in condizioni metereologiche avverse, quali presenza di nebbia, pioggia o vapore. La telecamera TT1000LN, nata per il monitoraggio video professionale di ambienti industriali critici, grazie alla sua solida struttura vanta una robustezza ‘industrial-grade’ non indifferente. Il suo utilizzo è destinato a industrie del comparto oil&gas e ad altri ambienti caratterizzati da alte temperature e atmosfere particolarmente corrosive, in cui è importante una costante verifica e analisi dello stato di corrosione, per esempio in serbatoi per lo stoccaggio di idrocarburi. Il sistema di ripresa può essere comandato anche a distanza grazie al sistema di comunicazione Ethernet integrato, che rende fruibili le immagini riprese in modalità realtime attraverso Internet. Permettendo la sorveglianza di aree di grande estensione per la rilevazione incendi e di materiali potenzialmente pericolosi e infiammabili, il sistema assicura il costante monitoraggio delle condizioni problematiche e pericolose in genere, al fine di prevenire possibili incidenti e interruzione della produzione. Infine, TT1000LN è in grado di fornire le massime prestazioni in termini di qualità delle immagini termiche acquisite e relative funzioni di analisi integrate, con gestione di allarmi.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Fieldbus & Networks N. 88 – Settembre 2016

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/fn-settembre-2016

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