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(Italiano) 148 Industry Design 4.0 Nov 2018 – La comunicazione via satellite per la business continuity ed il disaster

(Italiano) 148 Industry Design 4.0 Nov 2018 – La comunicazione via satellite per la business continuity ed il disaster

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E’ ormai un dato di fatto che le moderne applicazioni IT non possono più prescindere dalla rete mediante la quale sono garantiti i collegamenti a sedi remote, i software gestionali centralizzati, la posta elettronica, le operazioni bancarie, le applicazioni CLOUD, i sistemi IoT, e così via.

Purtroppo alla crescente domanda di servizi e traffico di rete non è seguita un’analoga crescita delle relative infrastrutture, tantoché l’attuale ecosistema Internet non è più sostenibile a causa di un traffico dati sempre più gravoso, per lo più generato da applicazioni e servizi fondamentali per ogni azienda. In pochissimo tempo è variato notevolmente l’utilizzo della rete, passando da un sistema che sino a qualche anno fa si basava sulla trasmissione di testi ad un sistema con una forte componente multimediale, circostanza che ha causato un aumento indiscriminato del traffico dati caratterizzato dallo scambio di file multimediali di grandi dimensioni. Sfortunatamente questa mole di traffico è destinata crescere sempre più negli anni, rendendo necessari nuovi investimenti in infrastrutture che tardano a venire, di conseguenza la quasi totalità della rete è oggi gestita in modalità “Best Effort”; ossia la maggior parte degli operatori di telecomunicazione Italiani (ma anche esteri) non garantiscono il loro servizio offerto in termini di interruzione di servizio (cadute di rete). E’ anche vero che la minoranza di essi contrattualizza secondo il concetto di SLA (Service Level Agreement), garantendo al cliente un risarcimento indipendentemente dal danno subito in caso di disservizi della rete. Malgrado ciò nella maggior parte dei casi il danno subito supera di gran lunga in mero risarcimento offerto dall’operatore. Anche il tempo d’intervento di un operatore non po’ essere valutato a priori perché il controllo della rete è frammentato spesso tra i diversi operatori. Tutte queste complessità ci fanno capire che nella maggior parte dei casi i tempi di risoluzione dei problemi saranno certamente più lunghi di quelli che la nostra attività aziendale si può permettere.

Quando si parla di disater recovery e business continuity di norma ci si riferisce a quelle tecniche che assicurano la capacità aziendale nel continuare ad esercitare il proprio business a fronte di eventi avversi che possono colpirla. In particolare oggi la tecnologia offre la possibilità di realizzare varie soluzioni di continuità e Disaster Recovery atte a garantire l’erogazione continua dei servizi IT definiti col termine “mission critical”. La business continuity occupandosi della pianificazione della continuità operativa e di servizio è responsabile del ripristino dei processi aziendali essenziali anche in caso di eventi disastrosi che hanno una probabilità molto bassa di accadere, ma le cui conseguenze possono essere estremamente gravose per il business. Mediante la definizione del Business Continuity Plan (BCP) devono essere identificati i pericoli potenziali che minacciano l’organizzazione; suggerendo e fornendo una struttura che consente di aumentare la capacità di adattamento alle condizioni d’uso con una capacità di risposta la più veloce possibile; in maniera da salvaguardare gli interessi delle parti in causa, le attività produttive, l’immagine, riducendo i rischi e le conseguenze sul piano gestionale, amministrativo e legale. In pratica, di norma i sistemi e i dati considerati “primari” vengono ridondati in un sito secondario denominato “Disaster Recovery Site” per far sì che in caso di disastro tale da rendere inutilizzabili i sistemi informativi del sito primario, sia possibile ripristinare le attività sul sito secondario nel più breve tempo e con la minima perdita di dati possibile.

Per ottemperare a ciò i manager della medio-grandi aziende e grandi aziende guardano sempre più le problematiche della sicurezza informatica con occhi diversi cercando sempre di trovare nuove soluzioni tipicamente basate su componenti hardware e software ma difficilmente viene preso seriamente in considerazione il caso più estremo in cui possa avvenire una catastrofe naturale per cui si ha il cedimento di tutte le infrastrutture terrestri di comunicazione. Tutti quanti sperimentiamo banalmente il collasso delle reti cellulari nei minuti che precedono e susseguono la mezzanotte di ogni nuovo anno. In questi minuti è quasi impossibile riuscire a comunicare con un altro interlocutore a cause del sovraccarico delle linee che non sono progettate per gestire una così grande moltitudine di comunicazioni simultanee. Se adesso per un attimo provassimo ad immaginare un caso concreto di calamità naturale ecco che ci rendiamo subito conto di quanto siano vulnerabili i nostri sistemi di comunicazione. Anche se alcune compagnie stanno seriamente studiando polizze assicurative specifiche, al momento non esistono assicurazioni che possano coprire i danni provocati da un attacco informatico e tanto meno da un evento catastrofico, sia esso naturale che ad opera dell’uomo, che metta in ginocchio tutti i sistemi di telecomunicazioni comunemente adoperati quali ad esempio internet e la telefonia sia essa fissa che mobile.

D’altro canto anche l’art. 32 del GDPR che si occupa nello specifico della sicurezza del trattamento dei dati personali (“Tenendo conto dello stato dell’arte e dei costi di attuazione, nonché della natura, dell’oggetto, del contesto e delle finalità del trattamento, come anche del rischio di varia probabilità e gravità per i diritti e le libertà delle persone fisiche, il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento mettono in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio”) ci ricorda che quest’ultima dovrà essere garantita attraverso l’adozione di una serie di misure concrete. Secondo questa norma, infatti, il titolare e il responsabile del trattamento dei dati personali dovranno predisporre ed attuare delle misure tecniche e organizzative idonee a garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio.

Più nello specifico, alcune delle misure che il titolare o il responsabile del trattamento dei dati potranno concretamente adottare sono, come stabilito dall’art. 32, paragrafo 1:

  1. la pseudonimizzazione e la cifratura dei dati personali;
  2. la capacità di assicurare la continua riservatezza, integrità, disponibilità e resilienza dei sistemi e dei servizi che trattano i dati personali;
  3. la capacità di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati in caso di incidente fisico o tecnico;
  4. una procedura per provare, verificare e valutare regolarmente l’efficacia delle misure tecniche e organizzative al fine di garantire la sicurezza del trattamento.

In particolare il punto 3. attribuisce rilievo anche al concetto di disaster recovery, che come già detto, consiste nella capacità di reagire in modo efficace e tempestivo ad eventuali criticità dovute ad incidenti fisici o tecnici, allo scopo di ripristinare la disponibilità e l’accesso dei dati personali oggetto di trattamento. Considerando che le misure richieste sono improntate sulla tutela dei diritti di privacy, è evidente che tali misure coinvolgono molti degli aspetti operativi della maggior parte delle aziende strettamente legati alla connettività. Qualora infatti il back-up periodico, non possa aver luogo, per motivi di connettività dovuti a disastri (ad esempio alla gestione cloud di database remoti), qualsiasi azienda si troverebbe con le proprie informazioni non allineate. Ne consegue che è importantissimo, anche dal punto di vista giuridico, premunirsi contro il rischio di perdita dati anche in caso di disastri. Per far ciò unitamente ai sistemi di memorizzazione è d’obbligo ridondare anche la connettività.

Ridondare le infrastrutture di rete terrestri con altre terrestri, è una soluzione da scartare in caso di disastri poiché anche se le linee dati sono differenziate è molto probabile che un terremoto o una inondazione possa mettere fuori servizio tutte le centrali della zona; indipendentemente dall’operatore che le gestisce. La stessa cosa vale anche per tutte le reti wireless (siano esse Wi-Fi che cellulari) che poggiano su infrastrutture terrestri (la quasi totalità). Poiché le catastrofi possono verificarsi inaspettatamente in qualsiasi momento, ed ovunque, la capacità aziendale di mantenere in essere le comunicazioni dati in queste situazioni di criticità è una chiave di successo per mantenere in vita una complessa infrastruttura IT aziendale. All’occorrenza di una catastrofe è richiesto un team di persone esperte nel campo delle telecomunicazioni che siano in grado di mantenere in funzione tutti i sistemi IT aziendali. Ad oggi la soluzione via satellite è l’unica che garantisce una la continuità delle telecomunicazioni, anche nei casi più drammatici, fornendo un servizio di ridondanza ed implementabile in pochissimo tempo. Tutto ciò grazie al fatto che il mondo delle connessioni dati Satellitari è molto cambiato; sino a qualche tempo fa gli elevati costi ne permettevano il loro utilizzo solo per applicazioni prettamente militari. Il lancio di nuovi satelliti e l’innovazione tecnologica degli ultimi giorni hanno permesso l’incremento delle prestazioni proporzionale ad un notevole abbassamento dei costi inerenti i servizi ad essi connessi, permettendo la loro diffusione in ambiente sia industriale che civile. Grazie alle nuove flotte di satelliti geostazionari, in orbita a circa 36.000 km dalla Terra, la connessione satellitare «bidirezionale» è in grado di offrire collegamenti alla rete ad alta velocità in qualunque zona del globo, a patto che sia possibile un allacciamento del sistema ad una fonte di energia. Con i recenti satelliti lanciati alla fine del 2013, la connessione satellitare è diventa addirittura tecnicamente competitiva rispetto alle attuali connessioni terrestri in fibra ottica.

I satelliti ricevono e inviano dati alle antenne ricetrasmittenti installate presso il cliente e li ritrasmettono a grandi infrastrutture connesse alle dorsali in fibra ottica, denominate Teleporti, dislocate in tutto il globo. Grazie a questi ultimi è possibile «prolungare» a largo raggio le comunicazioni internet, dati e voce, offrendo servizi ad alto valore aggiunto: dall’ultimo miglio bidirezionale alla creazione di reti di distribuzione di contenuti, alle connessioni ad Internet a banda larga, alla realizzazione di reti private (VPN), fino all’emissione di segnali radiofonici e televisivi. La ridondanza satellitare è sicuramente uno dei temi che debbono essere affrontati nel BCP di ogni azienda poiché ogni satellite funziona senza alimentazione terrestre; l’unica alimentazione da garantire è quella del modem installato a terra (a bassissimo consumo, e quindi alimentabile con sistemi UPS e batterie tampone). Tutte queste caratteristiche garantiscono la ridondanza a livello di sistema, estrema flessibilità e scalabilità unitamente ad una rapida implementazione. In conclusione possiamo affermare che la tecnologia satellitare, grazie alla sua fisicità, è attualmente il sistema di telecomunicazione più sicuro poiché meno attaccabile e intercettabile da pirati o vandali (motivo per cui è ampiamente usato in ambito militare).

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Industry 4.0 Design Magazine N. 4 – Novembre 2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/industry-4_0-design-magazine-novembre-2018

(Italiano) 140 EMB 66 Novembre 2017 – Droni industriali: un nuovo mercato in evoluzione

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Valutare e mappare coltivazioni agricole, estensione di boschi, emissioni di inquinanti, danni subiti a seguito di eventi calamitosi o catastrofici: applicazioni a cui i droni assolvono in modo efficace ed economico

I droni rappresentano oggi uno strumento sempre più versati­le, grazie ai numerosi utilizzi e campi di applicazione, tanto da caratterizzare un mercato in forte crescita anche nel nostro Paese. Secondo un rapporto stilato dall’ENAC nel 2015, in Italia erano già in uso due anni fa più di 1200 velivoli ad uso professionale, con ben 600 aziende specializzate nella loro produzione, e questo numero sta crescendo in modo esponen­ziale, grazie ai reali vantaggi offerti dall’im­piego di queste minuscole macchine. Dalle sue origini militari, questo fenomeno si è spostato all’uso civile e industriale, inve­stendo settori che spaziano dalla sicurez­za all’edilizia, passando per l’architettura, l’agricoltura e la manutenzione predittiva di impianti industriali. Il settore può essere essenzialmente suddiviso in due macro aree, una riguardante i rilievi topografici e l’al­tra orientata a vere e proprie campagne di misura, che prevedono l’installazione a bordo di sofisticati sensori e dispositivi quali ad esempio termocamere e sistemi LIDAR (Light Detection and Ranging o Laser Imaging Detection and Ranging). Stiamo assistendo ad una progressiva specializzazione del settore, da cui stanno emergendo soluzioni industriali sempre più verticali, che lasciano sempre meno spazio all’im­provvisazione degli hobbisti, puntando verso una maggiore qualificazione, promossa dal contributo della normativa di settore dettata dall’ENAC per regolamentare l’utilizzo dei droni in ambienti aperti. Il reale vantaggio derivante dall’utilizzo dei droni consiste nell’aumento di produttività, poiché consente in poco tempo e i modo più economico di compiere operazioni che in altri tempi prevedevano necessariamente l’impiego di aerei ed elicotteri veri e propri.

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Fig. 1 ll drone Intellisystem Technologies TT1640S-TID-A

La rapidità di accesso, la capacità di avvicinarsi e di spostarsi in tutte le direzioni, di mantenere una posizione per tutto il tempo desiderato ed effettuare riprese da prospettive differenti, tipiche di un drone, consentono di individuare facilmente punti di una struttura in cui risulti necessario un intervento, consentendo una riduzione di costi e tempi in fase di manutenzione. Anche se i droni aerei sono quelli maggiormente dif­fusi nel mercato, il termine “drone” sta assumendo un significato sempre più allargato, comprendendo non solo velivoli, ma anche apparecchiature terrestri (“rover”) e veri e propri sommergibili in miniatura. I velivoli si utilizzano quando si rende necessaria una visione dall’alto per scopi ben precisi: riprese aeree, ispezioni, mappatura, fotogrammetria, campagne di misure. I rover sono droni su ruote che garantiscono grande stabilità e possibilità di caricare pesi mag­giori, equipaggiabili con video-camere e sensori, che consentono riprese stabili dal basso particolarmente utili in situazioni di ispezione e sorveglianza. I droni marini sono invece simili a piccoli sottomarini su cui è possibile installare una telecamera stagna per fare riprese subacquee, molto utili per il monitoraggio am­bientale e per il controllo della flora e della fauna di tutti gli ambienti acquatici quali laghi, fiumi, mari e oceani. Quello dei droni, grazie alla loro flessibilità d’uso, è diventato in poco tempo uno dei trend tecno­logici emergenti e sono in molti a credere e a investire capitali nell’industria dei remote piloted aircraft sy- stems; le prospettive sono ampie, così come le appli­cazioni che vedranno un uso sempre più intensivo di queste tecnologie nelle nostre città e industrie, am­bienti che possono presentare delle criticità comples­se da affrontare.

ThermalTronix TT1640S-TID-A - Camera View 2 - Intellisystem

Fig. 2 – Particolare della telecamera

 

Alla luce di tutte queste considerazioni, l’azienda italiana Intellisystem Technologies ha messo a punto diversi strumenti drone-based denominati TID (acronimo di Thermal Inspection Drone) per la diagnostica e il monitoraggio industriale, mediante l’utilizzo di particolari droni progettati per un utiliz­zo professionale e intensivo. I droni di Intellisystem Technologies possono essere considerati come dei veri e propri strumenti di misura, in grado di librarsi in volo raccogliendo e trasmettendo i dati misurati a terra in modo facile, sicuro e decisamente economico. I sistemi TID vengono spesso equipaggiati con parti­colari termocamere ultra compatte, installate in una piattaforma stabilizzata, grazie alla quale è possibile ottenere le massime prestazioni in termini di stabilità delle riprese, che permettono la misura dei valori di temperatura superficiale senza entrare direttamente in contatto con l’oggetto da misurare, quale ad esem­pio una porzione di impianto o una linea aerea ad alta tensione. Grazie a queste particolari telecamere, è possibile ottenere dall’alto foto termiche d’insieme e mappature termiche a elevata risoluzione con una precisione che raggiunge gli 0,2 0C. Pur non sosti­tuendo certe operazioni settoriali specialistiche dove aerei ed elicotteri rimangono indispensabili, questa soluzione innovativa rende possibile l’ispezione aerea termografica in tutta sicurezza e velocità anche negli ambienti più critici, come strutture e impianti indu­striali difficili da esaminare per collocazione o dimen­sioni, senza la necessità di allestire ponteggi, utilizza­re cestelli o ricorrere a costosi mezzi aerei alternativi. I droni di Intellisystem Technologies sono stati accu­ratamente applicati in diversi campi di utilizzo indu­striale; reti elettriche e ferroviarie, impianti energeti­ci come parchi eolici o distese fotovoltaiche, sono solo alcuni esempi in cui i sistemi TID sono stati utiliz­zati per individuare anomalie e malfunzionamenti, risparmiando tempo utile in fase di pianificazione dell’intervento e tagliando i costi operativi.

Fig. 3 – Esempio di applicazione del Thermal Inspection Drone in situazione di emergenza

 

I sistemi TID possono essere impiegati in tutti quei settori industriali che prevedono l’offerta di servizi e soluzioni orientate alla conoscenza, al monitoraggio e alla governance del territorio attraverso l’utilizzo dei droni attraverso l’identificazione, la caratterizzazio­ne, la qualificazione e la misurazione degli elementi territoriali ripresi con la loro localizzazione, forma, dimensioni e caratteristiche. Recentemente, anche il comparto Oil&Gas ha mo­strato un particolare interesse verso l’utilizzo dei sistemi TID. Quando una compagnia petrolifera ha bisogno di effettuare delle misure termiche superfi­ciali in un impianto di una raffineria o su una piat­taforma petrolifera, deve sostenere enormi spese per la progettazione e costruzione di imponenti strutture di ponteggio che, nel caso delle piattaforme off-shore, possono superare anche i 100 metri di altezza. Utiliz­zando sistemi come quelli di Intellisystem Technolo­gies, è possibile ridurre drasticamente non solo tali costi ma anche il personale impiegato e i tempi di intervento, passando dall’utilizzo di un team di cin­que tecnici specializzati rispetto a una squadra di 100 persone e riducendo i tempi da diverse settimane a un paio di giorni. L’im­piego dei droni per questa tipologia di con­trolli permette alle com­pagnie petrolifere di of­frire anche una migliore sicurezza sul lavoro, contribuendo a ridurre i rischi a cui sono esposti gli operai che di norma si occupano della ma­nutenzione predittiva. Questo tipo di analisi aerea è un metodo che permette di valutare in maniera completa, rapida e affidabile le prestazioni di impianti di grandi dimensioni. Mantenere le strut­ture onshore e offshore in conformità a standard e requisiti normativi è fondamentale per assicurarne la sicurezza e il rispetto per l’ambiente.

Fig. 4 – Esempio di applicazione drone in ambito Oil & Gas

La soluzione offerta rappresenta quindi anche una delle tecnologie più promettenti per migliorare anche la risposta ai disastri ambientali che a volte purtroppo colpiscono il comparto Oil&Gas, proponendosi come valido stru­mento d’ausilio alle relative operazioni di soccorso poiché, grazie alle immagini termiche catturate dai droni, è possibile individuare superstiti, e in caso d’in­cendio è possibile quantificare la presenza dei focolai più attivi per i quali è necessario intervenire più tem­pestivamente. Al tempo stesso, i sistemi TID possono essere usati dai responsabili della sicurezza per avere una visione d’insieme della situazione di emergenza, permettendo una più fa­cile individuazione delle criticità strutturali del­le infrastrutture dan­neggiate e pericolanti. In questo modo, tutte le zone di diffìcile accesso e pericolose per l’uomo possono essere esplora­te e osservate nei detta­gli in tutta sicurezza. In questi scenari, i droni di Intellisystem Technolo­gies possono essere uti­lizzati per assistere la valutazione dei rischi, la mappatura e la pia­nificazione dei soccorsi rendendo le operazioni più sicure e veloci per le squadre di pronto in­tervento. Tra 10 anni, i droni saranno strumen­ti di uso comune grazie alle loro performance sempre più spinte, che faranno leva sulle mo­derne tecniche di In­telligenza Artificiale. Avranno a bordo sistemi avanzati anticollisione e una sensoristica sempre più sofisticata, grazie alla quale saranno in grado di mettersi in volo seguendo rotte sicure in modo del tut­to automatico e senza supervisione di esseri umani. Non saranno solo macchine atte a catturare dati ma saranno capaci di elaborarli in realtime, costituendo di fatto dei sistemi IoT che alimenteranno database in Cloud in modo efficiente, trasparente e fruibile. Intellisystem Technologies sta conducendo, in colla­borazione con altre aziende ed enti, una serie di studi e ricerche finalizzati ad attuare questa vision futura.

A cura di S. Iacobucci. Articolo pubblicato sulla rivista Embedded N. 66 – Novembre 2017.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/embedded-novembre-2017

(Italiano) 141 EMB 67 Febbraio 2018 – Le reti industriali scelgono IIoT

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La connettività al cloud sta cambiando le reti industriali dove i bus di campo perdono terreno travolti dalle applicazioni IIoT che sono riuscite persino a far superare le iniziali ostilità territoriali fra i due principali consorzi IIC e I4.0

Intellisystem propone alcuni nuovi gateway per reti industriali in grado d’interfacciarsi sia ai bus di campo sia alle connessioni Ethernet o Wireless. IT-EMG-1108 può convertire e interfacciare i segnali delle reti Modbus-TCP e Modbus-RTU connettendoli insieme a una connessione 10/100M Ethernet e/o con fino a otto seriali RS-485/422 con velocità di trasferimento fino a 115200 bps. IT-EMG-1104 è simile ma con quattro porte RS-232 mentre l’IT-EMG-1102 ha due porte RS-485/422.

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Fig. 1 – I gateway per reti industriali Intellisystem IT-EMG-1108 interfacciano i protocolli Modbus-TCP, Modbus-RTU e le connessioni Ethernet, RS-485/422 e RS-232

A cura di L. Pellizzari. Articolo pubblicato sulla rivista Embedded N. 67 – Febbraio 2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/embedded-febbraio-2018

(Italiano) 146 I figli di Archimede Settembre/Ottobre 2018 – 63° Congresso del CNI

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La mia proposta

Da diverso tempo all’interno di tutti gli Ordini professionali e del CNI non si fa altro che porsi la domanda sul come trovare nuove soluzioni capaci di far superare i forti limiti dei nostri professionisti, dovuti in gran parte alle esigue dimensioni dei vari studi professionali di appartenenza, facendo leva sul concetto di aggregazione. Considerando che l’approccio dei vari professionisti a costituirsi in associazioni di professionisti ha tutt’oggi un’applicazione molto limitata per via della pesante burocrazia che impone dei passaggi molto impegnativi. Ne va da sé che comunque il problema rimane e che l’opportunità di aggregarsi con strumenti nuovi rappresenta una vera e propria necessità per far fronte alle sfide interne del mercato italiano e soprattutto quando ci si accinge a quel processo di internazionalizzazione per il quale bisogna fare squadra con gli altri colleghi. Occorre pertanto essere capaci di superare le limitazioni legate alla funzione del sistema ordinistico e quindi i vincoli legati alle dinamiche del territorio di appartenenza.

Ciò che occorre è l’istituzione e quindi creazione di una rete professionale tra gli ingegneri con un approccio più moderno. Mi riferisco ad un approccio non più gerarchico ma bensì ad un approccio che potremmo definire tipico del modello Blockchain, ovvero un approccio pear to pear che non prevede un terzo elemento quale garante. In occasione del 63° Congresso del CNI tenutosi a Roma nei giorni 12-14 Settembre con riferimento a quanto il CNI stesso ha riconosciuto nelle premesse della mozione congressuale in corso di approvazione, ovvero “l’opportunità di proporre e sperimentare nuove e più efficienti forme organizzative del lavoro professionale per fare fronte alle forze competitive del mercato, anche incentivando strumenti di interscambio di informazioni e di opportunità di lavoro.”, ho sentito l’esigenza di proporre una mozione specifica e propositiva a nome dell’Ordine Professionale di Siracusa, di cui faccio attivamente parte quale referente per il Comitato Italiano Ingegneria dell’Informazione C3i. Considerando che oggi il mezzo di comunicazione più moderno ed efficace risiede nell’utilizzo professionale dei social networks, a mio avviso, appare ovvio che tale strumento è da considerarsi fondamentale per favorire il concetto di “aggregazione” precedentemente espresso.

L’utilizzo professionale di questi strumenti di fatto permette la creazione di un modello peer to peer capace di evolversi autonomamente nella creazione di un ecosistema che si basa sullo scambio di informazione e conoscenza tra i vari professionisti enfatizzando il concetto di collaborazione ed appunto “aggregazione”. L’oggetto della mozione da me presentata è stato quello di suggerire la definizione e pianificazione di una strategia comune per istruire le segreterie e i media manager degli Ordini Provinciali e gli ingegneri tutti, ad utilizzare in modo coordinato i social network commerciali (Linkedin, Twitter, Facebook, Instagram, Pinterest e così via). Al fine di dare visibilità alle attività dei diversi Ordini Provinciali e del CNI, occorre creare una massa critica volta a far leva sulla comunicazione per favorire l’aggregazione tra i vari soggetti. La mia proposta è stata accolta favorevolmente dal Presidente Zambrano, che ha evidenziato un pregresso interesse e sensibilità del CNI stesso verso queste nuove tematiche. Personalmente mi ha anche richiesto l’invio di un’adeguata comunicazione per l’inserimento di quanto suggerito al documento ufficiale inerente la mozione congressuale stessa.

Il video ufficiale della mozione da me presentata è reperibile al seguente link: https://www.youtube.com/watch?- v=kzWsVXueSvM

 

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista I figli di Archimede N. 3 – Settembre/Ottobre 2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/i-figli-di-archimede-settembre-ottobre-2018.

(Italiano) 139 AO 399 Giugno/Luglio 2017 – Tavola Rotonda “Edge e Cloud Computing”

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un vantaggio strategico per ridefinire le modalità in cui un’azienda può sviluppare i suoi servizi, fornirli ai suoi clienti e gestire in modo eciente le sue operazioni. Ne parliamo con le aziende

Quando nel 2006 è stato lanciato l’Amazon Web Service pochi ipotizzavano che questo servizio avrebbe raggiunto un valore di oltre 3 miliardi. La crescita esponenziale dell’Internet of Things ha, poi, ulteriormente contribuito alla diffusione del cloud e alla conseguente esplorazione di nuove applicazioni, l’Edge Computing è una di queste. Il passo successivo è quello di far diventare l’Edge Computing l’architettura dominante per tutte le applicazioni data driven.

La voce dei protagonisti

Con Christian Eder, marketing director di Congatec; Giuseppe Surace, chief product & marketing officer di Eurotech; Cristian Randieri, predicente & CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it); Alberto Griffini, product manager avanced PLC & Scada di Mitsubishi Electric; Alberto Olivini, portfolio consultant motion control di Siemens Italia; Lodovico Piermattei, consulting & solution engineer di Vertiv in Italia; Locatelli Claudio, membro del comitato scientifico SPS IPC Drives Italia.

 

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Il concetto di architettura a tre livelli si è completamente trasformato rispetto a quello degli anni ‘90, quando era basato su interfaccia, business logic e database. In che modo l’Edge Computing sta cambiando l’attuale concetto di architettura a tre livelli i cui pilastri sono il cloud, il machine learning e il fast data?

Cristian Randieri, presidente & CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it): L’uso delle infrastrutture cloud ha permesso di rendere virtuale e scalabile la ben consolidata architettura a tre strati. L’evoluzione dei dispositivi IoT ha prodotto una nuova classe di applicazioni aventi caratteristiche molto stringenti per quanto riguarda la modalità di interazione e connessione tra la sorgente di produzione dei dati e la risorsa che li elabora. Ciò si traduce in un aumento della latenza, spesse volte intollerabile per alcune applicazioni che spaziano dalla realtà aumentata sino alla guida autonoma nel contesto automotive. Di conseguenza, occorre spostare le risorse in un punto della rete più vicino alla produzione dei dati utilizzando il modello Edge Computing, da cui nasce la definizione di una nuova infrastruttura di rete a tre livelli che inserisce risorse utilizzabili direttamente sull’edge della rete.

A.O.: Secondo l’ABI il valore di mercato dell’IoT raggiungerà i 23 miliardi di dollari entro la fine del decennio. Altri studi atte-stano che il numero dei dispositivi connessi attraverso l’IoT è di circa 5 miliardi. Con il suo diffondersi l’Edge Computing è destinato a diventare il principale strumento per la raccolta dei dati. I vantaggi rispetto ai suoi lontani ‘antenati’ sono facilmente riconoscibili, ma quali sono le applicazioni attuali e future  per le principali industrie italiane?

Randieri: È ovvio supporre che le applicazioni attuali e future per le principali industrie italiane riguarderanno tutti i progetti che richiedono minore latenza, maggiore flessibilità e più capacità di elaborazione a livello locale. Mi riferisco a tutti quei progetti industriali basati sull’Internet of Things che richiedono applicazioni realtime sul territorio, quali ad esempio la Smart Mobility e le Smart City, ovvero tutte quelle applicazioni in cui il tempo di latenza è un fattore cruciale che può essere risolto con soluzioni specifiche e verticali rappresentate dall’Edge Computing o meglio dagli Edge Data Center.

A.O.: Ad oggi i settori più restii nell’applicazione di soluzioni cloud ed edge rimangono quello pubblico e quello finanziario. Quali sono le soluzioni più adatte alle imprese di questi settori?

Randieri: Malgrado a oggi questi settori rimangono ancora quelli più restii nell’applicazione di soluzioni cloud ed edge, è noto che nel settore finanziario i millisecondi possono fare una differenza drammatica per gli algoritmi di trading e che in quello sanitario le informazioni sui pazienti in tempo reale possono marcare il confine tra la vita e la morte. Questi scenari richiedono, quindi, velocità e scalabilità, raggiungibili con l’implementazione di un’architettura di calcolo edge, capace di ottimizzare in loco la sicurezza e, soprattutto, il tempo d’elaborazione dei dati.

A.O.: Dal lato delle SMB (Server Message Block), invece, come si può rispondere all’esigenza di allineare le architetture in cloud con l’Edge computing?

Randieri: Per rispondere all’esigenza di allineare le architetture cloud con l’Edge Computing le SMB devono in primis attuare quello che viene definito ‘Shift in Corporate Thinking’ unitamente a una maggiore comprensione dell’architettura Edge da configurare e adottare. In generale, senza dubbio è possibile ottenere una riduzione dei costi garantendo un servizio migliore data-oriented con piattaforme più efficienti appositamente progettate.

A.O.: L’infrastruttura IT di un’azienda è sempre più sotto pressione per lo smisurato volume di dati che vengono processati. L’integrazione tra Cloud ed Egde Computing fornisce una valida risposta in termini di ottimizzazione dell’infrastruttura, ma come si inserisce il Fog Computing in questo scenario?

Randieri: Da più fonti il Fog Computing è indicato come il paradigma di elezione per l’Internet of Things, che vede sempre più oggetti interconnessi in rete per scambiare dati da elaborare e analizzare. In realtà riportare l’elaborazione più vicina alla fonte dei dati si rivela di grande utilità anche in molti altri contesti, come le Smart Grid nel contesto di un’ottimizzazione della comunicazione m2m, anche per le stesse Smart City spinte dall’esigenza di portare le decisioni sempre più vicine al luogo in cui vengono acquisiti i dati.

A.O.: Integrazione, automazione e analisi sono le tre sfide che continuano a guidare lo sviluppo delle infrastrutture IoT. Quali sono le soluzioni che proponete per rispondere ecacemente queste sfide?

Randieri: Le soluzioni che intendiamo proporre nel prossimo futuro riguardano l’unificazione delle piattaforme di networking per il supporto eterogeno di varie tecnologie di networking. Siamo convinti di poter offrire nuove metodologie d’integrazione delle tecnologie siano esse operative sia dell’informazione. La tecnologia fog amplierà di fatto l’offerta di nuovi servizi che il Cloud Computing da solo non potrà sostenere, come ad esempio quelli di sicurezza. È proprio a tali servizi di sicurezza che stiamo puntando pensando di offrire nuove soluzioni capaci di includere il monito-raggio locale dello stato di sicurezza degli endpoint, delle credenziali di protezione e degli aggiornamenti software agli endpoint, nonché la rilevazione e la protezione di malware per conto degli endpoint stessi. Cooperando con altri fornitori di servizi e infra-strutture locali intendiamo offrire la tecnologia fog come servizio capace di permettere agli utenti di accedere a sistemi fog privati e pubblici distribuiti prossimi ad essi. In altre parole intendiamo offrire ai nostri clienti un servizio fog chiavi in mano.

 

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 399 (Giugno/Luglio 2017), pubblicata da S. Beraudo.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-giugno_luglio-2017-3

(Italiano) Copy 142 I figli di Archimede Marzo/Aprile 2018 – Il Cloud Computing che verrà

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Lo stato dell’arte del Cloud Computing 

Il Cloud Computing oggi vive una continua metamorfosi, caratterizzata da un incessante cambiamento che deve essere sfruttato appieno dalle aziende a loro vantaggio. Quest’ultime per rimanere competitive dovranno rispondere alle domande dedicate al mantenimento del loro mercato, facendo i conti con questi mutamenti dinamici ed evitando di rimanere indietro per incompetenza digitale. Nell’epoca della “digital transformation” capire meglio l’evoluzione del Cloud Computing nel suo prossimo futuro rappresenta un fattore chiave e di successo per consolidare i mercati in cui si opera.  I vantaggi del Cloud Computing sono oramai ben definiti e documentati. Per questo motivo sempre più aziende decidono di affidarsi a questa tecnologia, abbandonando i propri centri di calcolo alla ricerca del contenimento dei costi e della possibilità di usufruire di una struttura IT più performante e innovativa.

Capire meglio l’evoluzione del Cloud Computing nel suo prossimo futuro rappresenta un fattore chiave e di successo

È proprio il concetto d’innovazione che negli ultimi anni ha spinto gli utenti ad essere sempre più esigenti nei confronti delle soluzioni Cloud portando ad una continua evoluzione del settore, spingendo tale tecnologia a livelli inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Il Cloud Computing, proprio per la sua eterogeneità, è una tecnologia caratterizzata da molteplici sfaccettature che la pone sempre al centro di differenti discussioni IT e che propone scenari tecnologici futuribili. Così, proprio per enfatizzare le possibili applicazioni del Cloud Computing, a volte si specula su ciò che potrebbe essere la prossima evoluzione della nuvola. Si scommette su importanti meccanismi di sicurezza che rendano questa tecnologia più appetibile anche agli scettici che temono per l’incolumità della privacy dei dati. In realtà i servizi Cloud stanno cambiando rapidamente e continueranno a cambiare in maniera repentina nei prossimi anni, portando il Cloud Computing verso un’importante evoluzione, ma gli scenari futuribili sono davvero tanti e per certi versi imprevedibili.

l Cloud Computing: una tecnologia dalle molteplici sfaccettature.

Secondo le ultime ricerche condotte da Gartner, il Cloud Computing diventerà sempre più una soluzione IT di tipo ibrido capace di racchiudere le potenzialità di sicurezza di un Cloud privato con le estensibilità funzionali di un Cloud Computing pubblico. E’ stato stimato che nel biennio 2017-2018 il 75% delle aziende IT si scontreranno con le problematiche di garantire il mantenimento della qualità nei servizi, innovandosi e facendo leva sulla ricerca di nuove soluzione più efficaci ed efficienti. In altre parole, ciò significa che molte aziende italiane nei prossimi anni perderanno le loro attuali posizioni di mercato per incompetenza digitale. E’ proprio il concetto di predizione del futuro delle soluzioni tecnologiche a rappresentare uno dei punti chiave che le nostre aziende devono saper sfruttare per stare al passo con i maggiori competitors.  A mio avviso, il futuro della nuvola è ben più complesso e si giocherà in parallelo su più fronti, tra cui quello della customer experience, della collaborazione online e quello dello storage.

Customer Experience   

In un mercato sempre più saturo di prodotti simili in cui il consumatore è sempre  più evoluto e meno fedele al marchio, le aziende hanno la necessità di spostare l’attenzione del consumatore su altri elementi, come l’esperienza di consumo.  Secondo quest’ottica le aziende iniziano a proporsi come “fornitori di emozioni ed esperienze” dando vita al concetto di Customer Experience che si basa più sulle esperienze di consumo che sul valore d’uso dei prodotti offerti.  Ne segue che la nuova strategia per creare valore non è più incentrata sul prodotto in sé, ma presuppone di far vivere una nuova esperienza al possibile acquirente suscitando in esso nuove emozioni e sensazioni a partire dai prodotti stessi. In altri termini, il consumatore non è più interessato solamente all’utilità d’acquisto, ma è alla ricerca di nuove “esperienze d’acquisto” che lo coinvolgano pienamente e che lo rendano protagonista della scelta fatta. Ponendosi come protagonista, acquista un prodotto non solo per soddisfare un bisogno funzionale ma anche per trovare appagamento nel suo utilizzo.

La nuova strategia per creare valore presuppone di far vivere una nuova esperienza al possibile acquirente.

Secondo quest’ottica, i Servizi di Cloud contribuiranno ad aumentare l’esperienza del cliente e identificare nuovi modi per trattenere il bacino di clienti già acquisiti. Per mettere in atto queste strategie occorre pianificare ogni interazione e relazione col cliente utilizzando strutture organizzative moderne, facendo training e sviluppando nuovi piani d’azione. Attualmente la maggior parte delle aziende, indipendentemente dalle loro dimensioni, utilizzano metodi automatici per la gestione dei rapporti con i propri clienti utilizzando sistemi CRM proprietari, che  richiedono investimenti di una certa importanza. Il problema in questo caso è che è necessario mantenerli aggiornati per tenere il passo con la crescita strategica del business. Il caso limite si raggiunge quando si ha un disperato bisogno di un aggiornamento del sistema CRM, ma non è possibile metterlo in atto per indisponibilità economica. Ciò si traduce nel peggiore dei casi nell’incapacità di soddisfare le aspettative dei clienti deteriorandone le relazioni, sicuramente difficilmente recuperabili. L’utilizzo del Cloud Computing migliorerà l’ambito di innovazione grazie alla sua flessibilità operativa e scalabilità, permettendo di trasformare rapidamente i modelli relazionali dei clienti in soddisfazione del cliente target; raccogliendo i dati dei clienti provenienti da varie fonti (utilizzando i Big Data), analizzandoli, valutandoli ed usandoli per creare nuovi processi di coinvolgimento, consentendo di costruire nuove relazioni più solide con i clienti.  In sostanza, la nuvola sarà un valido strumento per tenere il passo con le richieste del mercato, guidando le aziende del futuro verso l’Experience Economy, migliorando l’agilità del business consentendo  di apportare modifiche all’infrastruttura tecnica aziendale, se e quando necessario; innescando a sua volta un ciclo virtuoso per il raggiungimento di nuovi obiettivi aziendali mirati alla Customers Experience.

Collaborazione Online   

Anche se già esistono svariate suite collaborative tipo Google Drive e Office 365, queste non rappresentano ancora la reale evoluzione che il Cloud Computing potrebbe avere in tal senso. In realtà queste piattaforme di collaborazione online attualmente si limitano a  svolgere un compito semplice limitato al  co-tutorato e alla condivisione di file di piccole dimensioni facilmente trattabili dal punto di vista computazionale, come  ad esempio i documenti Word o Excel. Ragion per cui molti sono ancora convinti che il Cloud Computing si limiti solo ad un sistema di archiviazione online dei  file, in ausilio allo storage già disponibile  in locale a cui far ricorso quando si hanno risorse locali non sufficienti, come spesso accade nel caso dei dispositivi portatili di cui si prediligono le dimensioni ed il peso contenuto. In questo contesto la vera sfida che il Cloud Computing dovrà affrontare, è quella di permettere a tutti di creare, modificare e simulare in modo collaborativo modelli e sistemi a partire da file di complicata gestione computazionale, come potrebbero essere i file di immagini e di processo in formato RAW.

Il Cloud Computing permetterà di modificare e simulare in modo collaborativo modelli e sistemi.

Questa tipologia di servizi richiede una potenza computazionale non indifferente e significativa che va associata ad un livello di up-time garantito capace di supportare sia i processi molto onerosi che le sessioni collaborative di elaborazione dei file. In realtà, non si è poi così lontani da realizzare anche questo nuovo step del Cloud Computing che sotto certi sensi  si accosta al concetto di Parallel Computing, estendendone le funzionalità. Un esempio embrionale del futuribile potrebbe essere già offerto da ambienti di simulazione Cloud, che permetta agli ingegneri e tecnici di simulare in modo professionale e nel browser i loro modelli e sistemi a partire dai propri dati ed  immagini. Questa piattaforma è ancora in via di evoluzione e la tecnologia su cui si basa è ancora agli inizi, ma potrebbe essere il migliore esempio di quella vera collaborazione a cui il Cloud Computing deve mirare come sua prossima evoluzione.

Efficienza energetica: nuovi processori ARM 

I Cloud provider sono chiamati a soddisfare le richieste sempre più ingenti sia in termini di mole di dati sia in termini di calcolo. È prevedibile quindi che per contenere i costi in termini di efficienza elettrica il prossimo obiettivo sia quello di utilizzare processori specificatamente progettati per il Cloud. In particolare s’intravede all’orizzonte il possibile utilizzo dei processori ARM di ultima generazione quale prossimo passo evolutivo del Cloud Computing. Attualmente la maggior parte dei server Cloud utilizzano processori Intel della famiglia x86 che, essendo stati utilizzati da diversi anni, ancora oggi sono considerati affidabili nel garantire la funzionalità continua del Cloud. Alla luce di ciò è più che ragionevole pensare che nel prossimo futuro i server Cloud possano adottare processori ARM a discapito degli x86.

Si intravede all’orizzonte il possibile utilizzo dei processori ARM di ultima generazione.

Di fatto diversi brand tra cui Dell e Hewlett-Packard, unitamente ai principali fornitori di servizi Cloud, quali Amazon e Microsoft, stanno già studiando nuove  soluzioni che prevedono l’utilizzo di server basati su processori ARM. La partita tra le due tecnologie si giocherà nel campo della maggiore efficienza energetica e della conseguente riduzione dei costi che al momento vede i  server ARM imbattibili rispetto ai cugini X86 in termini di rapporto ingombro-potenza operativa, avvantaggiati nel futuro  del Cloud Computing.

Storage 

Molte infrastrutture Cloud per ottimizzare il loro carico di lavoro utilizzano delle strutture hardware virtualizzate. La nuova esigenza delle architetture Cloud consiste nel voler rinnovare file system e stack software al fine di migliorare l’utilizzo dei rispettivi componenti chiave. Ciò è supportato dal fatto che nel prossimo futuro i carichi di lavoro sostenuti dal Cloud saranno completamente diversi. Occorrono quindi delle soluzioni ottimizzate che possano sfruttare i momenti in cui i processori non effettuano calcoli poiché, quando ciò accade, i fornitori di servizi stanno dissipando risorse a fronte  di una perdita di guadagno.

Le unità disco dovranno lavorare, in futuro, molto di più.

Tutto ciò è riconducibile al classico collo di bottiglia dei sistemi a microprocessore rappresentato dall’inattività delle unità disco di archiviazione dei dati. Dal punto di vista puramente economico, l’optimum si raggiungerebbe se le unità disco eseguissero operazioni di lettura e scrittura continuamente, senza periodi di inattività. Si tratta di un traguardo ambizioso che molti costruttori stanno cercando di perseguire, perché i periodi di inattività dei dischi, di norma, servono per eseguire verifiche e scansioni sui dischi stessi.  Pertanto, oltre a dover essere utilizzate all’interno di ambienti caratterizzati da condizioni più rigide, le unità disco dovranno lavorare molto di più. I costruttori che per primi riusciranno in questo  intento saranno coloro che deterranno  il mercato del futuro sistema InterCloud  che prevede la convergenza dei tre servizi Cloud quali IaaS (Infrastructure as a Service), PaaS (Platform as a Service) e  SaaS (Software as a Service) in un unico  servizio accessibile da ogni luogo.

Conclusioni 

Le sfide del Cloud Computing del futuro spingono ad interrogarsi sul potenziale  trasformativo e sull’impatto che questa tecnologia potrà avere all’interno delle aziende, quale punto di partenza nel  percorso di comprensione dei trend e  dei driver per l’adozione di questo moderno modello di delivery tecnologico che si espande continuamente in nuove  direzioni. Come per il business, l’innovazione che nel prossimo futuro il Cloud Computing porterà passa dall’ICT, ma è prima di tutto una questione di “vision”. Bisogna avere conoscenza ed esperienza, oltre alla necessaria intuizione per essere protagonisti dell’evoluzione della competitività del nostro sistema Paese.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista I figli di Archimede N. 1 – Marzo/Aprile  2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/i-figli-di-archimede-marzo-aprile-2018.

(Italiano) 144 I figli di Archimede Luglio/Agosto 2018 – Green Energy – Intervista a Cristian Randieri

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Il continuo ed inesorabile peggioramento delle condizioni ambientali del nostro pianeta è un indicatore palese che in questo momento l’umanità non è in condizione di avviare una politica atta ad invertire le attuali tendenze. Nonostante vi sia una provata consapevolezza e conoscenza scientifica delle modalità con cui l’essere umano modifica l’ambiente e su come tutto ciò comporti effetti negativi, disastrosi, immediati e duraturi, alla sua salute, nonostante vi siano tutti gli strumenti tecnici necessari per modificarne le cause, rimane un dato di fatto che i vari ambiti in cui i cicli virtuosi delle rinnovabili e dello sviluppo sostenibile non sono completamente ancora parte del tessuto sociale e della consapevolezza del singolo.

Oggi il termine sostenibilità è divenuto parte del linguaggio comune

Cosa resterà del paesaggio che ci ha caratterizzato? Come pensate possa convivere il passato con il futuro, nei vari ambiti in cui i cicli virtuosi delle rinnovabili e dello sviluppo sostenibile non sono completamente ancora parte del tessuto sociale e della consapevolezza del singolo?

Purtroppo facendo un bilancio di quanto fatto in questa direzione negli ultimi decenni nei vari stati industrializzati, e dalle organizzazioni internazionali in cui si affronta il problema della sostenibilità, è facile giungere alla conclusione che il modello sinora adottato è stato capace di peggiorare in maniera significativa la situazione. Questo perché nel tempo i vari operatori, per mistificare le proprie azioni e presentarle come ambientalmente qualificate, hanno volutamente generato una grande confusione terminologica che ha portato alla rarefazione del termine stesso. Tutto questo è ampiamente dimostrato dalla parzialità dei successi raggiunti che presentano carattere di specificità e località, contribuendo a dimostrare da un lato che altri percorsi sono perseguibili, e dall’altro che pur avendone le capacità non sono diffusamente perseguiti. Tale confusione si riversa sull’intero tessuto sociale e si rispecchia nelle modalità con cui si attribuisce ai vari progetti il termine sostenibile o ambientale evidenziando come la cultura di questo modello non sia ancora universalmente riconosciuta. Da tutto ciò scaturisce la cattiva coscienza di sapere perfettamente che un percorso di sostenibilità cambia profondamente la struttura culturale, sociale e produttiva di una società e di non volerla assolutamente cambiare anche a rischio della salute di tutta la popolazione mondiale. La sostenibilità non è compatibile con questo modello, è alternativa e parla un linguaggio diverso. La via che porta ad una maggiore consapevolezza del singolo individuo in termini di cicli virtuosi delle rinnovabili e dello sviluppo sostenibile purtroppo si contrappone al concetto di crescita, ed implica una riduzione delle quantità, la ridistribuzione delle ricchezze per permettere un più equo miglioramento del benessere dell’individuo, l’eliminazione degli sprechi intesi come ragione della rincorsa all’arricchimento, di contro va aumentata l’autonomia e la consapevolezza delle comunità coinvolte. Per bloccare il continuo peggioramento delle condizioni del pianeta, non sono sufficienti gli stentati passi fatti dai vari governi, è necessario avviare un processo diffuso di riqualificazione e conservazione ambientale che limiti gli interessi di quelli che sono i promotori di questo modello, che riduca i profitti, che modifichi la cultura in modo da favorire la difesa di piccoli vantaggi di una società dannosa per l’ambiente e nociva per gli uomini. Tutto questo è perseguibile solo a fronte di un’acquisizione di comportamenti sia individuali che collettivi che consentano di uscire dalla quotidianità, dall’asservimento ad abitudini incongrue, dall’autoritarismo delle decisioni, dal decisionismo dei poteri economici.

 

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Purtroppo gli individui ancora oggi non hanno consapevolezza degli effetti negativi che i loro comportamenti producono in altri luoghi; né comprendono l’importanza della gestione corretta delle risorse che hanno a disposizione nel loro territorio. Per ricomporre tali relazioni occorre sostenere le economie locali, svincolandole dal mercato globale, dando un sempre più ampio spazio per far emergere le capacità tecniche e creative dei singoli individui. Il luogo sociale in cui ciò può avvenire sono le comunità di individui, siano esse geografiche o a-geografiche, autogestite, che devono essere rese capaci di gestire direttamente, concordemente e sostenibilmente le risorse e l’ambiente.

 

L’ordinamento giuridico ha sviluppato e messo a punto un apparato normativo su efficienza energetica, bio-edilizia ecc. Ma il cambiamento è ancora lontano. Quali sono gli altri passi da compiere?

Un’ambiziosa strategia di miglioramento energetico del patrimonio immobiliare nazionale è necessaria per il perseguimento dei molteplici obiettivi in termini di efficienza energetica che sono sempre più determinanti per il Paese. Qualche passo in avanti è stato fatto grazie alla messa a punto della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN), le cui linee sono state presentate recentemente dai Ministri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, che riconoscendo il ruolo centrale dell’efficienza energetica punta sull’esigenza di migliorare i meccanismi di incentivazione. Se da un lato ancora oggi la domanda di riqualificazioni “profonde” è ancora molto scarsa, purtroppo assistiamo a delle prassi elusive molto diffuse che di fatto trascurano l’efficienza energetica in occasione degli interventi di manutenzione degli immobili. La consapevolezza dei vantaggi da parte dell’utente finale è ancora insufficiente, occorre pertanto agire energicamente facendo leva sull’ottimizzazione dei meccanismi di stimolo.

Qualche passo in avanti è stato fatto grazie alla messa a punto della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN).

Esistono ancora diverse gravi limitazioni che impediscono la promozione efficace degli interventi integrati e maggiormente ambiziosi, a discapito di una maggiore sinergia tra gli incentivi e gli strumenti di finanziamento più efficienti. Nel nostro Paese l’attività edilizia rappresenta, da sempre, un driver preferenziale per il rilancio dell’economia.

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Agendo sul potenziamento dei nuovi meccanismi di incentivazione, finalizzati alla promozione degli interventi più virtuosi ed al loro finanziamento, permetterebbe di ottenere uno strumento di sviluppo svincolato dai lunghi tempi della pianificazione delle opere pubbliche capace di combinare la sua propulsione espansiva con gli importanti vantaggi sociali, economici e ambientali che derivano dal particolare tipo di operazioni coinvolte.

 

La modalità di produzione della green energy prevede un approccio su scale più piccole preferendo reti di produzione distribuite e basate sulla microgenerazione e co-generazione. Ma sarà sufficiente al fabbisogno energetico di tanta popolazione?

 

I grandi impianti di produzione energetica, anche se basano la loro produzione da fonti rinnovabili, di fatto ne concentrano la produzione, e di conseguenza il profitto, causando un esproprio verso la relativa comunità locale dalla gestione. Oltre a creare un vero e proprio monopolio e la relativa definizione dei prezzi, implicano un’enorme spreco di energia che va persa nelle fasi di distribuzione e sovrapproduzione. L’utilizzo di impianti locali, anche a carattere individuale quali ad esempio i mini-idro, mini eolico, biomasse etc. rendono possibile non solo la riduzione degli impatti ambientali, il controllo degli impianti, ma favoriscono la gestione diretta dei costi e dei consumi da parte delle comunità locali fornendogli una maggiore autonomia e libertà d’azione.

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Oggi quando parliamo di riduzione dell’inquinamento ambientale, spesso ci riferiamo a metodi di produzione energetica che sin della produzione, riducano o eliminino del tutto le emissioni inquinanti o dannose. È più che ovvio che questa strada debba essere intrapresa al più presto, perché indispensabile, ma occorre sempre tenere in mente l’importanza del concetto di efficienza energetica, non soltanto in ambito produttivo, ma anche in termini di consumi e utilizzo dell’energia, come intervento fondamentale per l’abbattimento dell’inquinamento. Spostandosi verso un utilizzo ed un consumo più accorto, ovvero eliminando gli sprechi, si riuscirà anche ad ottenere una drastica riduzione dei costi compatibilmente con una minore necessità di energia. In ogni caso il fabbisogno energetico mondiale è destinato a crescere enormemente con il passare degli anni e la sfida sarà proprio quella di riuscire a progettare modalità di produzione e fornitura energetiche sempre più efficienti combinate con un uso dell’energia sempre più accorto. È proprio in quest’ottica di risparmio che si inserisce il concetto di cogenerazione e micro generazione, da progettare e diffondere con l’obbiettivo di arrivare ad un miglior sfruttamento dell’energia contenuta nel combustibile, capace di eliminare gli sprechi energetici a partire dalla produzione. Nel nostro Paese la produzione combinata di energia elettrica e calore costituisce già un’opzione produttiva ben consolidata in molti siti industriali offrendo ottime prospettive di sviluppo che possono puntare ad assumere un peso sempre più rilevante in termini percentuali nella produzione energetica nazionale. Questo fatto è essenzialmente dovuto alla modalità di funzionamento di questi impianti che garantiscono la massima efficienza a patto che sia garantito un funzionamento delle macchine a regime, ovvero a velocità costante.

Quando l’energia richiesta dall’utente è molto variabile rispetto a quella producibile dalla macchina nel funzionamento nominale, il cogeneratore sarà portato a lavorare in condizioni diverse da quelle di regime causando una riduzione del rendimento della macchina tanto più evidente quanto più ci si discosterà dalle condizioni nominali. La grande cogenerazione a causa di questo limite risulta poco indicata per soddisfare la richiesta del settore residenziale e terziario, caratterizzata da una forte variabilità dei consumi, a cui bisogna anche aggiungere le oggettive difficoltà e i costi elevati nel realizzare reti di distribuzione del calore sufficientemente estese. Per far fronte a questa problematica, si deve passare da un’ottica di generazione centralizzata (grandi impianti caratterizzati da lunghe e costose reti di distribuzione) alla generazione distribuita. Da qui nasce il concetto di micro cogenerazione, costituita da micro impianti ubicati presso le utenze, anche domestiche, in grado di portare al conseguimento dell’indipendenza energetica, grazie all’autoproduzione sia di energia elettrica che di energia termica. Affinché tali impianti possano essere sufficiente al fabbisogno energetico nazionale occorre investire in tutti quei processi che coinvolgono l’automazione della rete di distribuzione che deve essere capace di far fronte ai continui cambiamenti di una rete a natura dinamica e puntiforme.

 

I grandi impianti centralizzati potranno mai essere soppiantati?

Un utilizzo più razionale dell’energia, il controllo del suo impatto ambientale, ed il tentativo di rendere il nostro Paese energeticamente indipendente sono esigenze oggi all’ordine del giorno, per soddisfare le quali è doveroso applicare le tecnologie a nostra disposizione che consentono la produzione decentralizzata di energia da fonti locali avvalendoci del concetto di generazione distribuita. Va da sé che nel caso dell’utilizzo domestico le due forme di energia più importanti sono elettricità e calore: il sistema di approvvigionamento energetico classico prevede che queste forme di energia vengano prodotte e distribuite in modo distinto e centralizzato, mentre il sistema basato sulla generazione distribuita produce elettricità e calore direttamente in loco, azzerando di fatto le grosse perdite di energia dovute alla generazione centralizzata di elettricità, evitando pertanto le perdite di trasmissione, il tutto a favore di un aumentando dell’efficienza netta sull’energia primaria utilizzata.  Si stima che con una media di quasi 750mila micro cogeneratori venduti all’anno, la micro cogenerazione domestica in Italia nel 2030 farà da padrona. Considerando l’attuale panorama italiano, emerge un trend timidamente interessante che grazie alle considerevoli percentuali di risparmio di combustibile che questo sistema è in grado di garantire (stimate attorno il 27%), ha fatto sì che a partire dal 2004 il nostro paese abbia assistito ad una costante diffusione degli impianti installati, che purtroppo a partire dal 2008 si è arrestata a causa della crisi economica che in parte tuttora ci coinvolge.

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Nel caso della cogenerazione questo tipo di sistema di generazione del calore non ha avuto ancora ampia diffusione perché, nel conteggio dei costi il prezzo dell’energia è un fattore limitante e pertanto determinante. Nel nostro Paese purtroppo i prezzi sono ancora in media più alti rispetto a quelli europei di circa il 20%. Questo fenomeno rappresenta una forte limitazione verso i nuovi investimenti in cogenerazione, anche se il prezzo dell’elettricità è ancora circa tre volte quello del gas, limite ritenuto ancora sufficientemente accettabile se si considerano gli incentivi e gli sgravi fiscali che riguardano la produzione di energia elettrica in regime di cogenerazione. Altro fattore scoraggiante è rappresentato dal tempo di ritorno degli investimenti (ROI – Return of Investment) valutato tra i 5-6 anni nel caso di applicazioni industriali non incentivate dallo stato, e circa 4 anni nel caso in cui si possa usufruire degli incentivi. Quest’ultimo caso inizia ad essere sufficientemente appetibile per gli investitori che intendano investire in installazioni industriali riferite in particolare ad impianti che superino i 10 MW. Purtroppo lo stesso concetto non si può applicare al caso della micro-nano cogenerazione domestica in cui ai costi d’investimento si sommano i costi manutentivi tuttora troppo alti. In altre parole la micro cogenerazione residenziale da fonti rinnovabili è ancora oggi economicamente poco conveniente, mentre va leggermente meglio nel caso della piccola-media cogenerazione. Se ancora oggi non abbiamo assistito a un vero e proprio boom della cogenerazione, le cause vanno ricercate da un lato in una scarsa conoscenza della tecnologia e della consapevolezza sui benefici ambientali sia da parte del consumatore che degli investitori economici e forze politiche, e dall’altro gli elevati prezzi dell’energia che disincentivano l’installazione di nuovi impianti. Ad esempio una delle soluzioni più performanti in termini di efficienza netta e impatto ambientale per la cogenerazione a piccole taglie su cui scommettere in un prossimo futuro è quella che prevede l’utilizzo delle pile a combustibile (Fuel Cells): dispositivi elettrochimici capaci di convertire il gas di rete direttamente in elettricità e calore, senza l’utilizzo di processi di combustione o di parti in movimento. 

Una delle soluzioni più performanti su cui scommettere sarà la pila a combustibile.

L’enorme potenziale di quest’applicazione sta nel fatto che sia l’elettricità che il calore necessari per una famiglia possano essere prodotti in casa da un’unica materia prima, quale il gas di rete, GPL e biogas. In questo modo l’utente finale diventa anche produttore, facendo sì che ogni abitazione si trasformi in una micro-centrale, dove l’elettricità prodotta va immessa in rete e il calore viene accumulato e utilizzato per riscaldamento ed acqua calda sanitaria. La ricerca in questo ambito si sta concentrando sull’ottimizzazione delle prestazioni e dell’integrazione nel sistema e sullo sviluppo di nuove celle denominate SOFC (celle ad ossidi solidi) capaci di resistere sia alle possibili impurezze presenti nei gas d’alimentazione, sia ai cicli di accensione e spegnimento. Tutti elementi che fanno ben sperare non solo l’abbattimento dei costi di produzione ma anche l’aumento della vita utile della pila a combustibile.

A cura di Cristian Randieri. Intervista pubblicata sulla rivista I figli di Archimede N. 2 – Luglio/Agosto  2018.

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(Italiano) 145 Ingenio Settembre 2018 – Internazionalizzazione ed innovazione: le chiavi per uscire dalla crisi con al centro l’ingegnere italiano

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La figura dell’Ingegnere Italiano per sostenere l’eccellenza italiana in termini di internazionalizzazione ed innovazione

La nostra professione assieme alle società d’Ingegneria Italiane rappresenta oggi potenzialmente l’eccellenza per il settore dell’Hi-Tech design & consulting, confermandosi come uno dei più importanti driver per la ripresa del nostro Paese, ma per la loro crescita effettiva restano ancora almeno due importanti gap da colmare che in sintesi sono rappresentati dai concetti di internazionalizzazione ed innovazione tecnologica dettati dalla vera e propria rivoluzione digitale che ci sta investendo, meglio definita mediante il ben noto concetto di industria 4.0. Una rivoluzione che ha un effetto dirompente non solo sull’intero settore tecnologico ma anche su tutti gli altri settori economici e della società imponendo dei cambiamenti repentini, continui e pervasivi.

Innovation Cristian Randieri

Capacità di anticipare le nuove tecnologie e diversificazione del servizio

Se da un lato ancora oggi molti nostri colleghi riescono a confermare la propria eccellenza nel settore tecnologico dall’altro non dobbiamo mai dimenticare che per trainare la crescita del Paese occorre dotarsi di competenze utili per poter “leggere” in anticipo il contesto dinamico nel quale sono continuamente inserite. Questo concetto influirà positivamente sulla loro capacità di testare nuove tecnologie o servizi affermandosi anche nei mercati esteri, rispetto a tutti i concorrenti che ritarderanno il processo di innovazione interna. Se a tutto ciò aggiungiamo che in un economia globalizzata i vantaggi che le azioni di internazionalizzazione per la nostra professione costituiscono un enorme opportunità anche in relazione alle difficoltà che quest’ultime hanno incontrato a partire dalla profonda crisi avvenuta a partire dal 2008. La possibilità di affacciarsi ad altri mercati, di fatto, rappresenta una chiave di successo e di sopravvivenza grazie alla quale è possibile intercettare in modo proattivo nuove opportunità di business volte ad affermare l’eccellenza del “Design in Italy” inteso come progettazione made in Italy. Le strategie di internazionalizzazione e di diversificazione del servizio offerto, costituiscono, oggi a maggior ragione, la principale risposta della parte più vitale del sistema produttivo italiano al lungo ristagno economico che purtroppo stiamo ancora vivendo. Non dimentichiamo che l’impatto della crisi in Italia nella nostra professione è stata maggiore rispetto ad altri paesi proprio a causa di una struttura professionale composta prevalentemente da piccole società e studi d’ingegneria, molti dei quali poco propensi ad adottare nuove tecnologie e ad aprirsi a meccanismi di internazionalizzazione. Purtroppo ad una maggiore specializzazione dei leader nazionali tecnologici corrisponde sempre una maggiore polverizzazione in microimprese che di fatto rendono più difficile la trasformazione della nostra professionalità in ecosistemi omogeni digitalmente integrati.

 

L’internazionalizzazione come chiave per uscire dalla crisi

Non è un caso se l’internazionalizzazione figura tra i principali obiettivi strategici chiave dei vari ministeri competenti, specialmente in questa fase di debolezza della domanda interna. L’investimento all’estero da parte delle nostre professionalità finalizzato all’insediamento stabile di attività di progettazione e consulenza diventa determinante, ed è necessario che i nostri colleghi comprendano l’importanza di proiettarsi e di promuoversi non solo al di fuori dei confini nazionali ma anche al di fuori di quelli europei offrendo soluzioni e servizi che da sempre hanno contraddistinto la caratteristica del “fatto bene”. Ne va da sé che l’internazionalizzazione non può prescindere dall’innovazione tecnologica che riveste un ruolo ancora più importante nella fase attuale di ripresa dalla Grande Recessione, che oltre a ridurre il tasso di crescita potenziale, ha generato alti livelli di disoccupazione e un elevato debito pubblico non solo in Italia ma anche in molti altri Paesi industrializzati. Nel breve periodo, caratterizzato ancora da profonde incertezze sulle prospettive economiche a livello globale e finanze pubbliche limitate, per la nostra professione sostenere un alto grado d’innovazione tecnologica è un compito molto arduo. Più che mai è necessaria una strategia comune ben definita che al di là del rallentamento economico permetta alle aziende di continuare ad innovare non solo per aumentare la varietà e la complessità dei loro prodotti per incrementare margini e utili, ma anche per ridurre la complessità e i costi dei loro prodotti.

In Italia, le sfide per promuovere le riforme tese a sostenere innovazione e produttività sono accentuate non solo dal contesto macroeconomico particolarmente difficile, ma anche da una forte pressione competitiva da parte dei Paesi emergenti e da tecnologie e processi produttivi in continua e rapida evoluzione. Innovazione è sinonimo di attività di ricerca e sviluppo che vincola il processo innovativo ad un insieme sempre più articolato di fattori interrelati, fattore imprescindibile da cui l’ingegnere Italiano non può sottrarsi. In un contesto caratterizzato da una maggiore complessità nei processi di innovazione e da costi crescenti, soprattutto per le imprese vicine o prossime alla frontiera tecnologica, la collaborazione tra imprese e la figura del libero professionista ingegnere è diventata una fattore di vitale importanza. Tengo particolarmente a sottolineare che la collaborazione non rappresenta solo un modo per risparmiare sui costi dell’innovazione, ma anche, un modo per estendere la portata di un progetto prettamente innovativo sfruttando le complementarietà con altre realtà. Diverse analisi dell’OCSE confermano continuamente che le entità che sono coinvolte in collaborazioni su processi di innovazione spendono di più per le innovazioni stesse rispetto alle aziende che non collaborano.

Italian Engineer Cristian Randieri

In questo quadro, si è agevolato il consolidamento di una tradizione artigiana italiana, punto di forza del Made in Italy, che trova ragion d’essere nella presenza di tante micro imprese nel mercato. Un elemento quasi di natura “culturale”, che, in un contesto come quello di Industria 4.0, può risultare di assoluto vantaggio per la nostra professione, per sfruttare al meglio le nuove tecnologie per la customizzazione dei prodotti, ma a condizione di un effettivo up-grade tecnologico, anche limitato e specifico, purché reale. La figura dell’ingegnere Italiano rappresenta la disponibilità nel mercato di capitale umano qualificato associato ad un quadro regolatorio snello e flessibile, che sia capace di incidere su fattispecie nuove nel contesto di un mercato in costante evoluzione, rappresentano di fatto le leve con cui sviluppare innovazione e diffondere/utilizzare le tecnologie digitali alla base di Industria 4.0. Un’industria dominata dalle nuove tecnologie e da una tensione naturale all’innovazione deve poter reperire sul mercato capitale umano dotato delle competenze necessarie e adeguate ad alimentare costantemente l’avanzamento tecnologico e il rinnovamento del processo produttivo. Partendo dalla scuola di base, fino all’università, la formazione nelle materie tipicamente “STEM” (Science, Technology, Engineering, Maths) assume un ruolo chiave per poter costruire un bacino di competenze qualificate e alimentare il processo innovativo. E’ proprio su questo in cui i nostri colleghi dovrebbero investire alla luce di una maggiore flessibilità per offrire servizi sempre più all’avanguardia capaci di essere esportati in tutto il mondo.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Ingenio – Settembre 2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ingenio-settembre-2018.

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