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(Italiano) 123 AO 393 Ottobre 2016 – Tav Rot Macchine al fianco dell’uomo

(Italiano) 123 AO 393 Ottobre 2016 – Tav Rot Macchine al fianco dell’uomo

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Operatori instancabili e precisi in grado di sollevare l’uomo da compiti pesanti e ripetitivi, aprendo la via ad apprendimento macchina e Industria 4.0: a che punto è il mercato della robotica collaborativa?

Con Alessio Cocchi di Universal Robots, Cristian Randieri di Intellisystem Technologies, Marco Filippis di Mitsubishi Electric, Maurizio Ravelli di Tiesse Robot, Tobias Daniel di Comau Robotics

I robot collaborativi sono una particolare tipologia di robot antropomorfi evoluti in grado di lavorare a fianco dell’operatore, chiamati anche ‘co-bot’, dalla crasi dell’inglese collaborative robot. Dato che devono lavorare a stretto contatto con l’uomo, requisito fondamentale per il loro impiego è la tutela dell’operatore, ragion per cui devono ottemperare alle stringenti normative previste in termini di sicurezza sui luoghi di lavoro. Al contempo, la salvaguardia del lavoratore deve sposare l’incremento delle prestazioni: in particolare, i sistemi di robotica collaborativa possono offrire elevata flessibilità delle operazioni assolte e capacità di rilevare eventuali ostacoli e di adottare strategie alternative all’interruzione dei loro movimenti, senza fermare il ciclo produttivo. Caratteristica saliente di questi robot è infatti la prontezza di percepire non solo la presenza dell’uomo, ma anche l’ambiente in cui lavorano, per muovervisi insieme all’addetto umano. Questo è possibile grazie ai sofisticati sensori, ai sistemi di visione artificiale e anticollisione di cui sono dotati. L’insieme di queste tecnologie a bordo non solo consente agli odierni robot collaborativi di coordinarsi con l’uomo in piena sicurezza, senza bisogno di protezioni e barriere, ma anche di interagire con l’ambiente adattandosi al contesto applicativo specifico, potendo anche apprendere dall’operatore i compiti da svolgere. Intelligenza e capacità di apprendimento inaugurano pertanto orizzonti applicativi enormi per la robotica collaborativa nell’industria, aprendo anche la via all’interconnessione con altri sistemi e macchine, svolgendo un importante ruolo nell’implementazione dell’intelligenza diffusa e del concetto di Industry 4.0. Automazione Oggi ha sentito in proposito il parere di alcuni rappresentanti di note aziende del settore.

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Accuratezza di manipolazione, abilità senso-motorie, sicurezza, capacità di apprendimento: quali caratteristiche hanno i robot collaborativi di ultima generazione? In quali direzioni è impegnata la ricerca e sviluppo della vostra azienda?

Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it): I robot collaborativi sono particolari robot industriali di nuova generazione pensati per lavorare insieme all’uomo, affiancandolo in totale sicurezza, ovvero senza alcuna barriera o gabbia protettiva a dividerli. Nella robotica tradizionale, per questioni di sicurezza, le macchine erano progettate per bloccarsi in caso di contatto con l’operatore umano. Oggi, grazie all’adozione delle più moderne tecnologie della robotica è possibile progettare e realizzare robot capaci di trovare strategie alternative, senza spegnersi e di conseguenza senza rallentare il processo produttivo. In base a questo concetto, i ‘co-bot’ non sono altro che particolari robot antropomorfi, ovvero automi industriali dotati di bracci meccanici, telecamere e sensori, specializzati nello svolgimento di compiti specifici, che ‘imparano’ direttamente sul campo, memorizzando e replicando manovre mostrate loro pochi minuti prima da un operatore umano. Quasi sempre si tratta di lavori ripetitivi e usuranti, che vengono affidati a un robot per aumentare l’efficienza della filiera produttiva. Questo li differenzia dai robot industriali tradizionali, che per funzionare hanno bisogno di essere programmati. I robot collaborativi affiancano l’operaio interagendo con lui nello stesso ambiente, come un instancabile aiutante in grado di svolgere operazioni ripetitive o pericolose e di dare cadenza e sequenzialità al lavoro svolto.

 

A.O.: Quali tecnologie consentono ai robot collaborativi di entrare negli ambienti produttivi a supporto del lavoro dell’uomo?

Randieri: La convivenza è resa possibile grazie a sofisticati meccanismi di sicurezza di cui sono dotati questi robot, basati sul controllo della forza e sul costante monitoraggio dell’ambiente circostante. Sofisticate telecamere ad alta risoluzione e speciali sistemi anticollisione li rendono in grado di coordinare i loro movimenti con quelli dei lavoratori umani, scongiurando la possibilità di incidenti. I robot collaborativi, nel caso in cui vi siano ostacoli al proprio movimento pre-programmato, sono infatti in grado di scegliere direzioni alternative lungo le quali continuare il proprio movimento, mantenendo quindi la propria produttività, oppure di rallentare o fermarsi quando nessuna delle alternative praticabili è tale da consentire al robot di continuare il proprio compito in sicurezza.

A.O.: Vi sono difficoltà ancora da superare per la diffusione delle tecnologie di automazione collaborativa?

Randieri: I robot collaborativi e le loro applicazioni sono ormai sinonimo di produttività, flessibilità e scalabilità per tutte le aziende che li adottano. Possono essere più o meno autonomi e stanno rivoluzionando i settori della logistica e dell’automazione di fabbrica. Molte applicazioni però ancora oggi sono difficili o quasi impossibili da automatizzare, oppure, più spesso, è necessario mantenere la destrezza e la versatilità dell’operatore umano, affiancandolo con un robot per agevolarne i compiti. Il mercato industriale ne riconosce quindi le potenzialità, ma allo stesso tempo si registrano timori sulle condizioni di sicurezza, i limiti normativi, l’orizzonte delle responsabilità, le procedure di progettazione e documentali da mettere in atto quando si intende adottare un robot collaborativo. Vi sono inoltre i vari aspetti afferenti l’usabilità del sistema robotizzato collaborativo: comfort di utilizzo, percezione della sicurezza e impostazioni orientate all’ergonomia sono aspetti determinanti nell’integrazione di applicazioni collaborative intuitive e naturali. A questo si affianca la necessità da parte delle aziende di avere a disposizione delle postazioni di lavoro ‘intelligenti’, in grado cioè di adattarsi alla tipologia di operatore e di lavorazione, in modo tale da migliorare le condizioni di lavoro del personale e insieme del prodotto stesso.

A.O.: In quali settori i robot collaborativi hanno maggiore diffusione? In quali applicazioni nello specifico?

Randieri: Il settore automotive è stato uno dei primi ad adottarli. Le grandi case automobilistiche internazionali utilizzano abitualmente i robot collaborativi traendone grandi vantaggi: qui lavorano su particolari linee di montaggio, quali quelle che riguardano la testata motore, con il compito di inserire le candele di accensione nella sede corretta per lo più in fori poco accessibili delle testate, garantendo precisione e delicatezza, evitando collisioni e possibili danneggiamenti delle parti che entrano in contatto tra loro. Questa operazione precedentemente era svolta da un operaio costretto ad assumere continuamente posture scorrette, alla lunga dannose per la schiena e svantaggiose per la produzione. Nelle applicazioni automotive l’approccio collaborativo nei robot si basa su due principi fondamentali: primo, la rilevazione della forza impressa durante il movimento, che permette di scegliere se fermare il movimento del braccio robotico o comandare di cedere, comportandosi quasi da molla, se la forza incontrata supera quella impostata nella programmazione. Secondo, l’utilizzo di una speciale pinza cedevole che si deforma in caso di impatto. Per quanto riguarda altri settori, ultimamente anche le PMI dei comparti agroalimentare ed elettronico hanno deciso di adottare i robot collaborativi per aumentare la produttività e organizzare meglio movimentazione e imballaggio delle merci nei propri magazzini. Questo è possibile anche perché i robot collaborativi sono veri e propri robot industriali, caratterizzati da un prezzo relativamente contenuto: alcuni modelli si possono acquistare per un importo pari al valore di un’auto di fascia media, rappresentando di fatto un investimento alla portata di quasi tutte le PMI italiane, ammortizzabile in breve tempo, poiché un robot collaborativo si può intendere come un operaio multi-uso a supporto di un operaio specializzato, che può concentrarsi sui lavori più strategici lasciando quelli noiosi e ripetitivi alla macchina automatica. Questo è un esempio pratico di lavoro di squadra e co-working, la nuova frontiera degli strumenti per il manufacturing, in cui questi preziosi robot, leggeri, trasportabili, compatti e facili da programmare, rappresenteranno l’essenza del nuovo paradigma di automazione.

A.O.: Che impatto avranno i robot collaborativi nel ripensamento/suddivisione delle mansioni degli operatori?

Randieri: La presenza dei robot nei luoghi di lavoro solleva diversi quesiti in termini di formazione e adattamento delle classiche mansioni degli operatori, i quali, come avviene per altri settori, spesso temono che i robot possano rubare i loro posti di lavoro. Il futuro insieme ai robot, collaborativi o meno, resta ancora un’ipotesi tutta da provare. Tradizionalmente in Italia la linea produttiva della PMI non è mai stata automatizzata come nelle grandi industrie: automatizzare con i robot tradizionali è un investimento che richiede tante risorse economiche senza la garanzia di poterle recuperare. Oggi però lo scenario inizia a cambiare e l’impiego di robot collaborativi implicherà il ripensamento e la suddivisione delle mansioni degli operatori: l’operaio che intende adoperare un robot collaborativo deve cambiare modo di pensare e organizzare il proprio lavoro, discriminando le mansioni che deve svolgere in prima persona da quelle che può affidare al robot. In tale ottica, l’operaio deve istruire il robot delegandogli le operazioni noiose e ripetitive, proprio come fosse un assistente. Sarà quindi compito dell’operatore individuare i giusti utensili per il robot, fornendogli le corrette istruzioni fino al punto in cui non dovrà più controllarlo. L’obiettivo è fare in modo che l’operatore umano debba solo supervisionare il robot, senza doverlo seguire in ogni suo movimento. Il robot potrà addirittura imparare da solo, dall’esperienza che maturerà nel tempo: diventerà sempre più veloce e ‘sicuro di sé’, riuscendo a svolgere lavori senza dover essere istruito, riconoscendo subito i lavori da eseguire, calibrandosi da solo. Nel caso poi in cui dovesse incontrare dei problemi, il sistema che controlla il robot chiederà una verifica da parte del supervisore umano.

A.O.: L’ingresso dei robot collaborativi negli ambienti produttivi può avere un ruolo abilitante in ottica di Industry 4.0?

Randieri: La quarta rivoluzione industriale ha modificato il modo di fare impresa, mettendo a disposizione nuove idee, strumenti e tecnologie innovative in grado di trasformare radicalmente le nostre aziende. La robotica collaborativa rappresenta oggi una delle maggiori novità che induce grandi cambiamenti nel modo di fare robotica industriale, e non solo. La centralità dell’uomo, il disegno degli spazi di lavoro e l’organizzazione dei compiti di produzione sono completamente diversi dall’impianto tradizionale: vicinanza, assistenza a compiti gravosi e ripetitivi, ergonomia facilitata, tempi ciclo condivisi e interattivi, sono solo alcuni dei principali aspetti dei modi ibridi di lavorazione. L’uomo e il robot partecipano agli stessi task nello stesso spazio. Sono fortemente convinto che i robot collaborativi avranno un ruolo abilitante nel contesto Industry 4.0, poiché ogni azienda per restare competitiva deve adeguarsi alle moderne tecnologie, senza restare a guardare il progresso della concorrenza. Tengo a ribadire che i robot collaborativi non rappresentano una spesa proibitiva, in particolare se si tiene conto del ritorno dell’investimento, che può arrivare in breve tempo. In tutti i casi in cui i robot collaborativi sono stati impiegati non solo hanno migliorato le condizioni lavorative e di salute degli operai, ma sono stati determinanti nell’aumento del TQM (Total Quality Management), ovvero garanzia di alta qualità in tutte le fasi del lavoro, con particolare riferimento a quelle caratterizzate da un maggiore utilizzo di manualità e basso margine di automazione. Inoltre, nel nostro Paese il mercato del lavoro è sempre più anziano, l’età lavorativa e pensionabile aumenta ogni anno e a breve si andrà in pensione dopo i 70 anni. Di conseguenza, sarà sempre più necessario trovare strumenti che semplifichino i lavori pesanti. I robot collaborativi diventeranno così una scelta ‘obbligata’.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 393 (Ottobre 2016), pubblicata da M. Zambelli.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-ottobre-2016-2.

(Italiano) 115 AO 392 Settembre 2016 – Dal Campo alla Nuvola

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 L’utilizzo delle moderne tecnologie di videosorveglianza industriale nelle fabbriche si rivelano uno strumento che può essere utile a potenziare le funzionalità dei sistemi di automazione

La videosorveglianza, definita con il ben noto acronimo Tvcc, rappresenta oggi uno strumento di grande utilità anche per il settore industriale. Accanto alle tradizionali funzioni di protezione tipiche del concetto generale di security, quale ad esempio la sorveglianza perimetrale e il controllo degli accessi, i sistemi più moderni possono assolvere anche al compito di ottimizzazione dei processi di produzione e di sicurezza sul lavoro contribuendo a migliorare la qualità e i benefici economici degli sviluppi sostenibili. Al pari di molti altri tipi di applicazioni, anche quelle relative alla videosorveglianza stanno migrando sulla nuvola cercando di sfruttarne appieno tutti i vantaggi offerti da questa dirompente tecnologia che nel gergo ‘cloud’ si traducono in: resilienza, scalabilità e semplicità di gestione.

Un valido strumento

Le videocamere moderne si propongono come valido strumento per ottenere sia una visione d’insieme della linea di produzione di qualsiasi fabbrica, sia per essere integrate direttamente negli impianti per il monitoraggio dei processi on site. In altri termini, grazie alla videosorveglianza industriale e possibile migliorare la produzione e lo sviluppo di qualsiasi fabbrica. Del resto, in ogni reparto di produzione la maggior parte dei dipendenti lavora su macchinari e attrezzature sicuramente di alto valore che comunque vanno tutelate. Considerando quanto siano costosi i tempi di inattività provocati da qualsiasi malfunzionamento, peggio ancora da un incidente, le videocamere possono consentire di intervenire tempestivamente in modo da limitare al massimo gli eventuali danni. Grazie all’analisi delle registrazioni video, un po’ come accade nelle scatole nere degli aerei, è possibile evincere approcci utili per ottimizzare i flussi di lavoro nella produzione al fine di renderla più stabile e sicura. Con la crescita ed espansione delle applicazioni della sorveglianza industriale, continua ad aumentare anche la domanda di sistemi sempre più efficienti e intelligenti. Anche nel contesto di ricerca e sviluppo la videosorveglianza rappresenta uno strumento formidabile per una visione d’insieme degli esperimenti e dei processi di sviluppo più complessi.

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Per ottenere i migliori risultati è fondamentale attuare una fase di analisi e studio del contesto operativo

Per esempio, è possibile monitorare 24 ore su 24 lo stato degli oggetti sottoposti a test intensivi condotti in laboratorio. Se poi consideriamo l’utilizzo di particolari termocamere dotate della funzione di telemetria, opportunamente progettate per lavorare con i sistemi di videosorveglianza, otteniamo un sistema che può permette l’ottimizzazione di interi processi di produzione. L’integrazione del software di gestione video con i sistemi di automazione ne consente una naturale estensione delle potenzialità di questi ultimi. Ad esempio è possibile fare in modo che il sistema possa reagire in modo autonomo a particolari eventi tramite allarmi e diagrammi di flusso programmati, senza la necessità dell’intervento umano. Se il livello di un serbatoio diventa critico, il sistema di automazione interfacciato con il software di gestione video, azionerà direttamente un’apposita valvola di scarico avviando una determinata reazione anche nel sistema di videosorveglianza, ad esempio, avvisando il personale o attivando un segnalatore. In realtà i campi d’applicazione che possono porre la videosorveglianza direttamente al centro d’azione di una fabbrica sono innumerevoli, basti pensare al monitoraggio delle linee di produzione o dei nastri trasportatori. Nel caso specifico del monitoraggio dettagliato di macchine e impianti durante il loro funzionamento, è possibile utilizzare delle particolari videocamere che possono essere installate direttamente on-board. Misurando solamente pochi centimetri riescono a offrire registrazioni di ottima qualità con dettagli d’immagine megapixel. Come per qualsiasi altro sistema di automazione le videocamere sono sempre attive: tutti i dettagli sono registrati in modo permanente. L’osservazione delle registrazioni può avvenire in modalità time-laps (ad esempio nella costruzione dei veicoli) o in modalità slow-motion (ad esempio nell’analisi delle cause del funzionamento scadente di una macchina robotizzata). La registrazione delle fasi di lavorazione e di sviluppo di un nuovo prodotto mediante un impianto di videosorveglianza industriale progettato ad hoc ne facilita la fase di documentazione permettendo al contempo un’analisi completa sia delle fonti di errore, sia dei progressi. E proprio nel contesto del contenimento dei costi che la tecnologia cloud rappresenta il futuro anche per questo tipo di applicazioni.

Nella nuvola

Nell’ambito della sicurezza e dei sistemi di videosorveglianza, sempre più aziende guardano con interesse alle nuove opportunità offerte dal cloud computing finalizzate alla trasmissione e alla gestione delle immagini da remoto. Questo implica che le riprese delle telecamere non risiedono più su server controllati direttamente dai responsabili aziendali, ma vengono trasferite all’interno della nuvola. In queste infrastrutture, sfruttando le elevate capacita di elaborazione disponibili, e possibile svolgere anche le attività di elaborazione e analisi delle immagini stesse. Una simile modalità operativa è molto più efficace di quelle tradizionali, poiché può ridurre i costi aziendali sia in termini di investimenti in strutture IT, sia di personale appositamente formato con competenze necessarie per la gestione di grosse moli di dati. Le fabbriche stanno migrando i loro server di registrazione e analisi video sulla nuvola anche per far fronte alla crescita esplosiva dei dati ottenuti in gran parte dalle videocamere ad alta risoluzione, oltre che per sfruttare vantaggi di maggior flessibilità. Considerando che i sistemi di videosorveglianza posseggono requisiti unici rispetto ad altri tipi di applicazioni industriali, occorre considerare attentamente ogni singolo caso facendo delle analisi e valutazioni che permettano alla fabbrica di prendere una decisione ponderata su come sfruttare al meglio le tecnologie innovative offerte dal cloud computing. Determinare al meglio le modalità con cui la tecnologia cloud può supportare un sistema di videosorveglianza industriale dipende in particolare da alcuni fattori fondamentali, quali: banda, storage, sicurezza e accessibilità.

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Anche la videosorveglianza migra sulla nuvola cercando di sfruttarne i vantaggi

Il calcolo della banda totale necessaria per trasmettere un flusso video dipende dal numero di immagini al secondo catturate dalle telecamere (frame rate al secondo, o fps) e dalla definizione delle immagini stesse. Considerando che in molte installazioni sono presenti telecamere IP ad alta definizione, la banda richiesta diventa una fattore discriminante da considerare prima di effettuare qualsiasi integrazione o aggiornamento dell’impianto stesso. Un altro elemento di cui occorre tener conto è quello di considerare la banda minima disponibile con quella necessaria per trasmettere simultaneamente i video catturati dalle molteplici telecamere IP sul cloud che potrebbe non supportare l’intero flusso dati richiesto dalle telecamere dell’impianto. Questo perché purtroppo ancora oggi Internet ad alta velocità non è omogeneamente presente in tutto il territorio italiano. Prima di affidarsi a una soluzione cloud-based per la videosorveglianza occorre anche valutare bene la propria capacita di analisi e reportistica al fine di determinare quando possa avere senso trasmettere attraverso costose connessioni Internet i video per l’archiviazione su server cloud. Come per qualsiasi oggetto connesso alla nuvola anche per la videosorveglianza si e esposti a tutti i rischi e vulnerabilità di un sistema IT. Le aziende in generale sono molto attente nell’assicurare l’integrità e la sicurezza dei propri dati e della propria rete di videosorveglianza. In questo contesto per ottenere un impatto significativo sulla sicurezza e sulla protezione di un sistema di videosorveglianza basato su cloud sono tipicamente utilizzate tecnologie tipo il Port-forwarding, l’utilizzo di firewall e la criptazione dei file video sono accorgimenti che purtroppo richiedono un alto livello di conoscenze e impegno da parte del reparto IT interno all’azienda. In ultimo bisogna considerare di applicare il concetto di business continuity poichè affidarsi a una rete gestita da terzi per trasmettere e scaricare video potrebbe implicare dei disservizi che interrompono il flusso dati tra l’azienda e il cloud, causando la perdita di dati e informazioni che anche in seguito di un ripristino non sarebbero più disponibili. In conclusione possiamo affermare che l’utilizzo delle moderne tecnologie di videosorveglianza industriale nelle fabbriche si rivelano uno strumento che può essere utile a potenziare le funzionalità dei sistemi di automazione. Non bisogna pero dimenticare che per ottenere i migliori risultati e fondamentale attuare una fase di analisi e studio del contesto operativo al fine di determinare quale soluzione infrastrutturale sia più adatta per gli scopi richiesti, sia essa cloud sia tradizionale.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Automazione Oggi N. 392 – Settembre 2016 – Anno 32

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-settembre-2016-2.

(Italiano) Art. 127 FN 89 Novembre 2016 – Smart city e sicurezza urbana

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LA SICUREZZA URBANA DI UNA SMART CITY NON PUÒ PRESCINDERE DAL COINVOLGIMENTO ATTIVO DEI CITTADINI E DALL’UTILIZZO DI TECNOLOGIE MODERNE

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Oggi più che mai le città si trovano ad affrontare il problema della sicurezza che, se gestito in modo inadeguato, può tradursi in un aggravio dei costi economici che gravano maggiormente sulla spesa pubblica. I sistemi urbani sono in continua e profonda trasformazione, lo sviluppo tecnologico ottimizzato è l’unico strumento in grado di offrire alla cittadinanza servizi sostenibili, indispensabili per garantire uno sviluppo economico e sociale globale. La diffusione della banda larga, supportata da tecnologie avanzate, rappresenta oggi più che mai un fattore chiave per lo sviluppo della società dell’informazione, integrando servizi innovativi in diversi scenari e ambienti applicativi. Una città per essere definita ‘smart’ deve essere a misura d’uomo, più sicura, con una comunicazione efficace grazie all’uso combinato di tecnologie moderne. La città ‘intelligente’ è un progetto urbanistico in grado di connettere tecnologia e capitale umano, capace di rendere più sostenibile l’ambiente in cui si vive, migliorando la vita dei cittadini, riducendo l’impatto ambientale dello sviluppo e rendendo più accessibili i servizi. Sotto il profilo della sicurezza anticrimine, le città del futuro hanno la possibilità di sfruttare soluzioni tecnologiche sempre più intelligenti. Ma servono infrastrutture di comunicazione efficienti e una visione ampia e intelligente da parte delle pubbliche amministrazioni. Se dunque, da un lato, le città del futuro hanno la possibilità di sfruttare nuove soluzioni tecnologiche, dall’altro, il più delle volte la loro adozione si trova a essere limitata da infrastrutture di comunicazione inefficienti, associate a una visione ‘miope’. Le amministrazioni, in particolare, dovrebbero cambiare il modo di considerare e progettare la sicurezza dei propri cittadini, passando dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione, puntando a un effettivo miglioramento della sicurezza, anziché semplicemente della percezione. Di contro, i professionisti della sicurezza hanno un ruolo altrettanto importante, che non può semplicemente limitarsi a quello di comparsa, ma deve estendersi al ruolo di autentici artefici del cambiamento. Intellisystem Technologies punta a realizzare progetti e soluzioni in cui, mettendo al centro le persone, si riesca a interpretare le percezioni alla sicurezza nel contesto in cui vivono. Le soluzioni vanno oltre i tipici messaggi della protezione civile e le allerte meteo, puntando a realizzare una cultura della prevenzione e della sicurezza. Ci siamo infatti resi conto che i problemi che interessano le grandi città sono in scala gli stessi delle piccole comunità, ma con esigenze diverse. La visione di Intellisystem si focalizza dunque sulla sicurezza intesa come bene fondamentale e primario poiché alla base della coesione sociale. Per questa ragione le tecnologie sviluppate non solo puntano al coinvolgimento attivo dei cittadini, ma agevolano anche gli interventi delle forze dell’ordine.

Un uso accorto delle telecamere

Malgrado oggi siano già installate diverse migliaia di telecamere nelle nostre città, di fatto esse supportano il servizio d’ordine pubblico in modo inefficiente, poiché nella maggior parte dei casi non sono interconnesse a un unico centro servizi, limitandosi a effettuare delle semplici registrazioni, tra l’altro difficili da consultare. Da qui la necessità di ricondurre la sicurezza di una città non tanto all’esplosione numerica delle telecamere installate, quanto alla loro integrazione, alla gestione e all’analisi delle immagini, a favore di un impiego più efficace delle nuove tecnologie. Per migliorare la sicurezza di una città, contrastando i crimini e assicurando l’ordine pubblico, bisogna intervenire in modo capillare partendo dalle strade, utilizzando le telecamere di rete, più comunemente note come telecamere IP o network camere, quali strumento di prevenzione e di indagine dei reati commessi. Negli anni l’evoluzione della videosorveglianza ha potenziato il valore di tale tecnologia migliorando non solo la sicurezza, ma anche il ‘Decision Support System’, offrendo ulteriori strumenti a supporto della pianificazione degli interventi in tempo reale. Grazie alle nuove modalità di visione, tipologie di registrazione e di connessione, la video sorveglianza 2.0 è largamente apprezzata in ogni ambito della sicurezza delle persone e delle cose. Il fulcro di tale evoluzione è intrinseco nell’utilizzo delle telecamere di rete che, unitamente a una migliore gestione delle informazioni associate alle immagini, con un maggiore livello di dettaglio e di analisi diventa uno strumento fortemente strategico se applicato nell’ottica dei Big Data. I più moderni sistemi di ripresa IP integrati con una nuova intelligenza applicativa, potenziano ancor più il valore della videosorveglianza. Le telecamere di rete più moderne, infatti, devono essere considerate alla stregua di veri e propri sensori hi-tech, capaci non solo di catturare immagini a una qualità superiore, ma anche di integrare al proprio interno degli algoritmi di analisi che oggi rappresentano un tassello fondamentale della moderna tecnologia definita con l’Internet of Things (IoT). Facendo leva su queste tecnologie è possibile incrementare la qualità dei servizi associati alle attività di monitoraggio e di controllo, introducendo una nuova capacità di identificazione e tracciabilità delle informazioni, atte a favorire uno sviluppo virtuoso delle smart city. Da quando i sistemi di videosorveglianza fanno di Internet un elemento strutturale è possibile acquisire informazioni interpretabili con un orizzonte di comprensione contestuale più ampio, che spazia dal miglioramento del flusso del traffico al sostegno dei servizi on-demand. Per creare una città intelligente non bastano però le telecamere intelligenti, se queste non sono interconnesse tra loro al fine di convergere in una piattaforma operativa centralizzata, in cui processare tutte le informazioni acquisiste in campo. È pertanto essenziale che i dati registrati vengano analizzati e trasformati in informazioni interattive, che sappiano coinvolgere appieno non solo le istituzioni pubbliche, ma anche i cittadini chiamati a essere parte attiva dell’ecosistema intelligente della città. Grazie ai moderni smartphone e tablet tutti i cittadini più ‘evoluti’ possono interagire con le istituzioni fornendo informazioni preziose in tempo reale relative allo stato di sicurezza e alla gestione della città. Ponendo al centro i cittadini le amministrazioni locali potranno contare su una rete di sensori dinamica, in movimento e soprattutto a costo zero per essere informate in anticipo in merito a tutte le possibili allerte. Grazie alla decentralizzazione dell’intelligenza basata su di una piattaforma di collaborazione comune, tutti i diversi device potranno dialogare tra loro, innescando un ciclo virtuoso di opportunità e vantaggi per tutti. Grazie a una maggiore interattività è poi possibile prevedere scenari molteplici di collaborazione tra cittadini, trasformandoli di fatto da semplici fruitori ad autentici fornitori di informazioni, al servizio di tutte le persone presenti nella medesima area metropolitana.

Soluzioni integrate

Solo a partire da un’attenta analisi contestuale e storica dei dati sarà possibile attivare nuove applicazioni, per esempio di gestione ottimizzata dell’energia, del traffico, del rumore e della sicurezza. Le telecamere di rete più moderne possono eseguire delle applicazioni molto complesse, capaci di interagire con altri sensori esterni e algoritmi che permettono, per esempio, la gestione ottimale dell’illuminazione pubblica in base alle esigenze di illuminazione reali, per ridurre il consumo di energia elettrica. Proprio per questo motivo le telecamere di rete costituiranno la spina dorsale dell’Internet delle Cose cittadina, a condizione che siano progettate per essere facilmente integrate con architetture aperte e scalabili. Pur essendo la tecnologia pienamente matura, purtroppo gli installatori non sono ancora sufficientemente preparati in termini di ‘Intelligent Content Management’, dove la security non si limita semplicemente al controllo e monitoraggio degli ambienti, ma si riferisce soprattutto all’analisi dei comportamenti, per definire servizi ottimali di supporto ai cittadini. Nell’immediato futuro le telecamere di rete intelligenti avranno dunque un ruolo fondamentale nella definizione di una piattaforma aperta per lo sviluppo di nuove applicazioni nel contesto smart city. Occorrerà lavorare per mettere a punto a livello normativo la standardizzazione della piattaforma di comunicazione tra i vari sistemi. La videosorveglianza del futuro sarà basata sul concetto di ‘Data Enrichment’, ovvero la capacità di migliorare i dati grezzi acquisiti dalle telecamere, superando tutte le limitazioni in cui i dati raccolti vengano semplicemente salvati.

La città vista nel futuro

Siamo fermamente convinti che la sicurezza delle smart city non possa prescindere dalla capacità di mettere in correlazione infrastrutture diverse e tra loro eterogenee facendo leva sulla raccolta e analisi dei cosiddetti Big Data. In tale scenario, la videosorveglianza è chiamata a giocare un ruolo primario, che non si limita alla semplice trasmissione dell’allarme o dell’immagine, ma deve creare una base di dati e di conoscenza utilizzabile per migliorare la vivibilità di una città. Le tecnologie esistono già, ma occorre aumentare la consapevolezza e competenza degli amministratori in merito alle potenzialità ad esse offerte.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Fieldbus & Networks N. 89 – Novembre 2016.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/fn-novembre-2016-2

(Italiano) Art. 128 FN 89 Novembre 2016 – Tavola Rotonda Lavorare in mobile

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IL LAVORO STA CAMBIANDO VOLTO INSIEME ALL’AFFERMARSI NEL MONDO INDUSTRIALE DI CONCETTI COME INDUSTRY 4.0, DOVE CONNESSIONE E INTERATTIVITÀ SONO CONSIDERATI PUNTI NODALI: VEDIAMO I VANTAGGI DELLA ‘MOBILITY’

Da una ricerca di IDC è emerso come la spesa mondiale per la mobility sia destinata a crescere dai 1.500 miliardi di dollari del 2016 ai 1.700 miliardi del 2020, trainata soprattutto dal settore della sanità, seguito però a stretto giro da telecomunicazioni e utility. Si sa, viviamo nel Millennio dell’interconnessione, sempre, ovunque e in ogni momento, tendenza che non poteva non contagiare anche il mondo del lavoro, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta per lavoratori e aziende. In particolare, si può parlare di ‘mobilità’ sia nel senso di modalità operativa di lavoro, ossia adottando soluzioni di telecontrollo e telegestione, che permettano ai tecnici di svolgere molti compiti da remoto, senza spostarsi dalla sede aziendale, funzionalità molto apprezzata da manutentori, tecnici, professionisti dei servizi ecc., sia come approccio lavorativo. Si apre qui, però, una questione delicata, legata da un lato alla flessibilità e all’apertura necessarie nei lavoratori per impiegare al meglio i nuovi mezzi, vale a dire smartphone, tablet, pda ecc., per lo svolgimento dei compiti lavorativi; dall’altro alla modalità ‘always on’, con tutte le problematiche legate a una gestione del personale e degli addetti che potrebbe essere ottimizzata in base alle esigenze dell’impresa e, perché no, del lavoratore stesso. Ma vediamo come la pensano alcuni esponenti di importanti player del settore industriale.

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Con Alberto Griffini, product manager advanced PLC&Scada di Mitsubishi Electric; Raffaele Esposito, product manager safety I/O&networking di Phoenix Contact; Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it); Cristian Sartori, industrial communication product manager di Siemens Italia

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Fieldbus & Networks: Telecontrollo e telegestione: quale è più richiesto? Si tratta di servizi a valore aggiunto o di ‘commodity’?

Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it): “Sotto l’etichetta ‘telecontrollo’ e ‘telegestione’ è possibile raggruppare diversi tipi di servizi e tecnologie, che fanno leva su di una vasta serie di applicazioni che, sulla base di tecnologie informatiche, elettroniche e di telecomunicazione, consentono di controllare e quindi gestire a distanza impianti geograficamente distribuiti o isolati. Oggi tutte le più moderne tecnologie di telecontrollo stanno convergendo sempre più sulle rete IP, infrangendo gli ostacoli relativi ai costi e i confini di utilizzo dei sistemi di telecontrollo tradizionali, basati su bus seriali e proprietari, aumentando gli ambiti delle applicazioni gestibili. Se a tutto ciò aggiungiamo l’esplosione della diffusione di smartphone e tablet, unitamente a dispositivi IoT, ci accorgiamo che il mondo del telecontrollo sta vivendo una vera e propria trasformazione epocale, offrendo maggiore flessibilità in termini di lavoro da remoto. D’altro canto, l’unione di dispositivi mobili e app basate su cloud sta cambiando anche la natura stessa degli ambienti di lavoro, dove spazi aperti e collaborativi e orari non di routine stanno diventando la norma e dove la ‘mobile generation’ si aspetta di poter lavorare ovunque e in qualsiasi momento. Di conseguenza, le aziende si stanno adeguando a questo nuovo concetto di lavoro, in cui telecontrollo e telegestione rappresentano l’anello di connessione di tutte queste tecnologie che di fatto permettono di fare la differenza rispetto ai competitor che non riescono a stare al passo con la convergenza tecnologica. Oggi più che mai le aziende si stanno rendendo conto dell’enorme potenziale di queste soluzioni, convincendosi che gli utilizzi possibili dell’IoT sono molteplici. Basti considerare il report ‘The Internet of Things 2015’, le cui previsioni indicano che entro il 2020 saranno connessi a Internet 34 miliardi di dispositivi, di cui 24 saranno dispositivi IoT. E non è tutto: l’adozione maggiore sarà da parte delle aziende, non dei consumatori. Si prevede che entro il 2020 le aziende avranno installato 11,2 miliardi di dispositivi IoT. Da tutto ciò si deduce che il mercato del controllo remoto crescerà parecchio nei prossimi anni”.

Nuove infrastrutture e nuove figure professionali

F&N: Quali tool/apparati non possono mancare perché il servizio sia davvero efficace? Che caratteristiche deve avere l’infrastruttura di rete?

Randieri: “Un’azienda che intende lavorare nel campo del telecontrollo deve saper accogliere la sfida cruciale di trasformarsi in azienda ‘virtuale’ e ‘mobile’, garantendo la continuità e la coerenza delle comunicazioni tra dipendenti, partner e clienti. Ciò che occorre è intrinseco al superamento del classico ambiente di lavoro frammentario, scollegato, che determina una riduzione della produttività e la perdita di nuove opportunità. Affinché un servizio di telecontrollo diventi veramente efficace e utile occorre poter lavorare in un ambiente integrato, in cui tutti siano istantaneamente e costantemente connessi, per collaborare senza difficoltà. È la differenza sostanziale tra limitarsi a fare ciò che si deve fare e lavorare in modo organico e sinergico. Sebbene nel mercato esistano molti tool e apparati progettati ad hoc per supportare tutti i processi di telegestione, ciò che manca oggi è una figura professionale che li sappia usare e che faccia non solo da collante verso tutte le altre figure già impiegate, ma rappresenti anche una valida guida per traghettare le aziende verso i nuovi paradigmi di un mercato dinamico e digitalmente integrato. Mi riferisco al ruolo di Chief Digital Officer (CDO) che oggi sta acquistando sempre più importanza. Di fatto, da un sondaggio Accenture è emerso che l’80% delle aziende ha assunto un CDO con l’incarico si occuparsi di assistere l’azienda nello sviluppo e nell’attuazione di una strategia digitale coesiva e può operare in varie posizioni, tra cui anche quella della gestione ad alto livello dei data center operanti nel contesto del telecontrollo. Chiaramente alla base di tutto ciò l’infrastruttura di rete svolge un ruolo fondamentale. Per anni, l’infrastruttura di rete è stata considerata come la base portante di qualsiasi azienda, favorendo nel corso del tempo il raggiungimento di livelli di sofisticazione incredibili. Tuttavia, le moderne esigenze del telecontrollo si basano sui concetti di semplicità di gestione, agilità, scalabilità e sicurezza, imposti dalle strategie di adozione di tecnologie basate su cloud ibrido, che favoriscono la realizzazione di un data center moderno e sicuro, portando in evidenza i limiti della rete fisica. Per superare tali limitazioni di recente si sente parlare del concetto di ‘virtualizzazione della rete’, che accelera i tempi di tale trasformazione. Grazie a questo nuovo concetto è possibile abbattere le barriere delle reti fisiche, conservandone tuttavia l’intera capacità di trasporto, che diventa più semplice da gestire. Questo modello trasformativo consente di erogare i servizi di telecontrollo e telegestione alla velocità richiesta dai concetti di Industry 4.0 e smart manufacturing. Stare al passo con queste tecnologie significa assicurare la disponibilità e il funzionamento costanti delle applicazioni quali requisiti essenziali per tutti gli applicativi che operano in telecontrollo e che offrono teleassistenza. Se si impiega una rete basata su hardware, i costi per la riproduzione della topologia e dei servizi di rete in un sito secondario possono diventare proibitivi. Nel caso della virtualizzazione si tende piuttosto a creare una versione che rappresenti una valida alternativa alla fisicità dell’hardware stesso. Per esempio, grazie alla virtualizzazione della rete, è possibile eseguire una snapshot dell’architettura completa delle applicazioni, senza compromettere le funzionalità, inviarne una copia al sito di back up e utilizzare tale copia per ripristinare la rete virtuale in pochi secondi a prescindere dall’hardware impiegato”.

La questione sicurezza

F&N: Un nodo centrale in questo tipo di soluzioni è quello della sicurezza. Che tipi di protezione e accorgimenti è bene prendere?

Randieri: “La diffusione di nuovi modelli di business relativi a mobilità, cloud, Internet of Things e Internet of Everything (IoE) rende gli ambienti delle aziende sempre più eterogenei. Gli smartphone, i tablet, gli altri dispositivi end point e le applicazioni web stanno cambiando irreversibilmente il modo in cui si lavora. Tutto ciò impone alle aziende e alle organizzazioni di decidere se permettere a determinati utenti, dispositivi e luoghi di accedere alle reti, ai dati e ai servizi aziendali e in quale misura l’accesso deve essere gestito in livelli a seconda delle esigenze aziendali e degli utenti stessi. Anche se l’IoT offre potenziali vantaggi, il pensiero di tutti questi dispositivi che si collegano alla rete potrebbe rilevarsi un incubo, non solo per i responsabili IT ma anche per tecnici e dirigenti. Il problema che sta alla base del telecontrollo riguarda il superamento del perimetro di sicurezza a causa di comportamenti rischiosi, per cui occorre creare criteri di sicurezza basati su dati contestuali noti e affidabili. Per via dell’elevato numero, i dispositivi remoti da controllare devono essere parte integrante della pianificazione dell’infrastruttura di rete. La rete deve essere abbastanza ‘intelligente’ da classificare e comprendere automaticamente il comportamento dei vari dispositivi remoti. Di conseguenza, i responsabili IT sono chiamati a implementare il giusto set di strumenti per tradurre rapidamente complessi criteri di sicurezza aziendale e severi requisiti di conformità nella loro lingua. Devono essere in grado di programmare l’infrastruttura sottostante on demand e controllare gli accessi alla rete per tutti i dispositivi remoti, senza sprecare tempo e risorse non necessarie. A fronte della maggiore varietà e scala di applicazioni eseguite sulla rete, occorre un framework di criteri che permetta di spostarsi oltre il modello di sicurezza basato sul perimetro per tutti gli elementi connessi. Mano a mano che il numero dei dispositivi remoti connessi aumenta, è sempre più difficile mantenere livelli di sicurezza elevati. Gli attacchi dei criminali informatici approfittano di qualsiasi vulnerabilità dell’ambiente. Per contrastarli esistono svariati approcci incentrati sulle minacce con soluzioni in grado di gestire in modo efficace i vettori di attacco, fornendo protezione in qualsiasi momento e ovunque sia presente una minaccia. Si può per esempio utilizzare la crittografia all’interno del firmware di ogni dispositivo per proteggere i dati più sensibili. Una rete solida e sicura e un rischio di integrazione ridotto portano quello che è forse il vantaggio principale: un più rapido ritorno degli investimenti. Per quanto concerne le architetture di rete, fino a qualche tempo fa i sistemi di controllo remoto si basavano su architetture ‘tradizionali’, ovvero un client statico comunica con un server e crea così un’architettura LAN classica. Con il passaggio al ‘mobile cloud’ l’ambiente applicativo si misura oggi con un sistema più complesso, basato su cicli di vita in ore e giorni e un modello di integrazione continuo e ottimizzato per un’innovazione continua. In questo ambiente, i consolidati paradigmi di rete statici non offrono più un vero valore, soprattutto quando devono adattarsi in tempo reale alle mutevoli condizioni di applicazioni, rete e ambiente aziendale. Oggi la rete deve sapersi adattare in modo trasparente alle nuove esigenze del mercato, caratterizzate da una forte dinamicità. Secondo questa filosofia, l’intera rete aziendale che opera nel contesto del telecontrollo deve essere pronta e adattabile ai concetti di ‘mobile’ e IoT in poche ore, eliminando ogni forma di modifica strutturale e logistica degli elementi che fisicamente compongono la rete. In una singola architettura dovrà essere possibile integrare componenti di rete in grado di adattarsi a qualsiasi esigenza di espansione, aumentando anche la velocità di erogazione del servizio di telecontrollo. In questo modello la rete ‘intelligente’ dovrà agire in base al contesto (ruolo utente, tipo di dispositivo, categoria di applicazione, posizione) per garantire le migliori prestazioni e il più elevato livello di sicurezza per tutti gli elementi interconnessi da monitorare e telegestire. Una di rete di questo tipo non solo offrirà connettività, ma consentirà anche all’IT di ottenere informazioni preziose su dispositivi, app e utilizzo della strumentazione di misura e di campo. Una rete progettata secondo questi criteri sarà più veloce e a bassa latenza, consentendo senza intoppi lo svolgersi di attività come il controllo remoto mediante streaming video proveniente da telecamere industriali o da termocamere. Sarà abbastanza flessibile da supportare nuovi tipi di infrastruttura, come i servizi cloud, senza per questo rinunciare al supporto degli investimenti già sostenuti in termini di firewall, routing e policy di ottimizzazione dei rilasci applicativi. Una rete flessibile e scalabile consente agli operatori in campo di utilizzare diversi dispositivi sul lavoro in modo più efficace, consentendo di adattare le proprie capacità al numero di dispositivi che viene aggiunto e alle nuove esigenze che di volta in volta si presentano”.

Il lavoro fuori sede

F&N: Parliamo di soluzioni a supporto del personale che lavora fuori sede: quali i benefici per l’azienda? In quali settori sono più utili?

Randieri: “Le nuove tecnologie stanno intensificando la concorrenza e allo stesso tempo stanno rendendo più labili i confini che una volta delineavano chiaramente gli specifici settori industriali. Questo proietterà tutte le aziende operanti nel campo del telecontrollo verso scenari più competitivi. La manutenzione predittiva telegestita, in questo contesto, si sta ritagliando un ruolo sempre più importante nell’industria ‘intelligente’ quale soluzione a supporto del personale che opera nel contesto della manutenzione degli impianti e dei macchinari. L’IoT promette di cambiare il concetto di manutenzione predittiva favorendo l’integrazione con i big data o i sistemi di ‘cognitive computing’, che portano in produzione le opportunità della ‘predictive analysis’ già adottati in certi casi per la ‘predictive maintenance’. La capacità di interpretare gli ambienti di lavoro, della produzione, dell’automazione in forma predittiva non deve fermarsi alla ‘sola’ manutenzione predittiva, ma può estendersi alla versione telegestita, che prevede l’impiego di sensori con capacità IoT, gestiti da remoto, a partire da una centrale operativa. È questo il senso dell’azienda ‘connessa e predittiva’, ovvero di un nuovo modo di vivere l’integrazione tra tutte le componenti aziendali. Intellisystem Technologies sta mettendo a punto una piattaforma software e hardware basata sull’utilizzo di sensori specifici e algoritmi predittivi specifici, che fa leva sulle ultime tecnologie abilitanti in ambito IoT (big data, cloud computing, machine learning). Essa consente di massimizzare l’efficacia delle attività di manutenzione, intervenendo da remoto e riducendo i fermi macchina e i relativi costi di manutenzione. Utilizzando diverse piattaforme cloud e opportuni software, i dati acquisiti dai sensori di campo, installati in remoto, sono trasformati in azioni intelligenti che, dopo un’opportuna analisi, possono offrire alle aziende clienti le indicazioni necessarie per fare lavorare la propria fabbrica al meglio grazie a un aumento di efficienza e produttività. Questo approccio rappresenta un cambio sostanziale nel mondo della manutenzione predittiva, in linea con la tendenza che vede sempre più al centro della ‘value proposition’ non solo il macchinario, ma la sua produttività”.

Tavola Rotonda – Fieldbus & Networks N. 89 (Novembre 2016), pubblicata da I.De Poli.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/fn-novembre-2016-3

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Business Continuity

Nell’era dell’Industria 4.0 che si focalizza nella digitalizzazione, l’operatività delle organizzazioni sono sempre più legate a un patrimonio informativo e di know how affidato non solo a supporti hardware soggetti a guasti ma anche a rapida obsolescenza.Da tutto ciò si evince che l’operatività e il patrimonio delle conoscenze aziendali sono legate a doppio filo con la tecnologia adoperata. E’ proprio attorno a questa riflessione che ruota il concetto di Business Continuity che nel settore TLC può essere tradotto in continuità operativa o aziendale delle infrastrutture di rete atte a garantire il normale flusso dei dati aziendali.

 

Business Continuity: di cosa stiamo parlando

In generale con il termine di Business Continuity s’intende quel processo atto a individuare le potenziali minacce alle quali è esposta una data organizzazione e a definire i processi necessari per assicurare la resilienza della struttura a seguito del verificarsi delle condizioni avverse, al fine di garantirne l’operatività, la capacità produttiva e quindi gli interessi e l’immagine dell’azienda. Per tale motivo, è fondamentale essere in grado di pianificare processi e ricorrere a soluzioni in grado di gestire tale problematica ponendo rimedio a quelli che possono essere definiti “attacchi o agli eventi disastrosi” che purtroppo possono danneggiare e distruggere i supporti di raccolta dei dati aziendali.

Business Continuity Plan e Disaster Recovery

Al fine di concretizzare una valida strategia di continuità operativa, le organizzazioni stilano il cosiddetto Business Continuity Plan: una sorta di “manuale” in cui ad ogni possibile minaccia corrispondono delle soluzioni da intraprendere, fondamentale per prevenire rischi e garantire un pronto interventi nei casi concreti di eventi avversi.
Parte integrante di un Business Continuity Plan è la strategia meglio definita col termine di Disaster Recovery: soluzione per mettere al sicuro il proprio patrimonio digitale al quale le organizzazioni in genere sono sempre maggiormente (e purtroppo non sempre coscientemente) legate. Seppur terminologicamente simili i due concetti di Business Continuity e Disaster Recovery possiedono delle differenze intrinseche che li contraddistinguono.

Per individuazione tali differenze e specificità, conviene partire dalla definizione formale delle relative strategie che li contraddistinguono meglio individuate con i termini di:

– Piano di Business Continuity: processi e procedure nell’ambito di un’organizzazione volte ad assicurare l’operatività delle funzioni base durante e a seguito di un evento disastroso.

– Piano di Disaster Recovery: parte del processo di Business Continuity che specifica, a livello tecnico, le precauzioni da prendere e le attività da svolgere per mettere al sicuro i dati e le funzioni aziendali da attacchi o eventi disastrosi.
Partendo dalle definizioni è facile capire quali sono le differenze tra i due concetti:
• Business Continuity è la strategia più ampia che ha l’obiettivo di assicurare la “sopravvivenza” di tutte le funzioni essenziali dell’organizzazione;
• Disaster Recovery è la strategia che ha come obiettivo la salvaguardia di funzioni specifiche dell’organizzazione ed è parte di un piano di Business Continuity.

 

Business Continuity nella Pubblica amministrazione

La Business Continuity assume un significato ancor più importante quando la sicurezza della continuità operativa e la tutela del patrimonio di dati riguarda una pubblica amministrazione. In questo contesto unitamente alla dematerializzazione della PA, il piano di continuità operativa ICT delle pubbliche amministrazioni è divenuta un’esigenza normativa regolamentata da:

  • Art. 50 bis CAD
  • Circolare DigitPA 1° dicembre 2011, n. 58

Purtroppo i dati dimostrano che negli ultimi cinque anni è cresciuta la percentuale di aziende che hanno adottato soluzioni di continuità operativa non tanto (come sarebbe logico aspettarsi) nel settore pubblico soggetto a norme e regolamentazioni sempre più stringenti, ma soprattutto nel settore privato e no profit. A causa del continuo aumento delle minacce ambientali a cui è soggetto il nostro paese (alluvioni, terremoti ecc.) e dei crimini informatici, diventa sempre più cruciale la presenza di manager che siano in grado di coordinare gli specialisti per prevenire le minacce, assicurare la continuità aziendale evitando il rischio concreto di un effetto domino potenzialmente disastroso. Si tratta di una figura innovativa nata dall’evoluzione dei responsabili della sicurezza fisica di asset aziendali e di dipendenti (spesso di estrazione militare) e di sicurezza logica che riguarda la disponibilità, confidenzialità e integrità dei dati (funzione in mano a tecnici It, talvolta ex-hacker) per adeguarsi alle necessità del millennio.

L’importanza del Business Continuity Manager Officer

Il ruolo della Business Continiuty dal semplice concetto di intervento sul rischio operativo e contingente sta mutando verso una strategia più sottile e complessa che riguarda la gestione totale del rischio aziendale. Proprio per questo motivo la figura ricercata deve essere in grado di coordinare la prevenzione e la cura delle minacce che oggi si muovono sia in modo tradizionale sia con metodi tecnologicamente avanzati. Da ciò si evince che le aziende sono sempre più alla ricerca di nuove figure professionali quali il Business Continuity Manager Officier (BCMO).

E’ proprio per questo motivo per arrivare alla posizione di BMCO occorre un approccio multidisciplinare coadiuvato da competenze specifiche e spiccate capacità manageriali interattive, adattative ed analitiche. Il BMCO è quindi non solo un coordinatore ma anche un integratore di risorse. L’ingresso di una simile figura nell’ambito aziendale non è stato peraltro ancora pienamente sviluppato. Tant’è che una delle difficoltà maggiori riscontrate sul campo è stata quella di integrare i processi di Business Continuity in ambito aziendale, facendo percepire la funzione di servizio al business nel suo complesso. Una volta superato questo primo l’ostacolo, non mancano ulteriori sfide, tra cui quelle che riguardano l’identificazione delle infrastrutture cruciali tlc e quelle che riguardano la progressiva introduzione di dispositivi mobili dei dipendenti all’interno della società che dovranno garantire i diversi standard di sicurezza aziendali.

Cosa fa il BMCO

La figura del BMCO deve essere in grado di gestire processi gestionali olistici atti ad identificare, in anticipo, il potenziale impatto di un’ampia varietà di interruzioni alla abilità dell’organizzazione di rimanere in funzione, consentendo ad essa di tollerare in parte o in tutto la sua capacità operativa.

Gli elementi chiave dell’operato del BCMO includono la comprensione del contesto nel quale è inserita l’organizzazione, ma non solo:

  • la comprensione dei prodotti e servizi critici che l’organizzazione deve consegnare (i suoi obiettivi);
  • capire quali ostacoli od interruzioni possono opporsi alla consegna dei prodotti e servizi critici;
  • capire al meglio e con quali mezzi l’organizzazione possa continuare a raggiungere i suoi obiettivi in caso di interruzioni;
  • comprendere quali risultati si ottengono qualora siano resi operativi i controlli ed altre azioni di mitigazione;
  • comprendere quali sono i criteri e i presupposti che fanno scattare la risposta all’incidente e all’emergenza e le relative procedure di ripristino e ripartenza;
    • assicurare la comprensione del proprio ruolo e delle responsabilità da parte del personale, qualora dovesse avvenire una catastrofe; creare consensi generalizzati alla partecipazione e realizzazione, diffusione ed esercizio della Business Continuity. In altre parole, integrare la Business Continuity in tutte le attività quotidiane che riguardano il business.

Tutto ciò è da intendersi a carattere ciclico poiché se da un lato l’organizzazione aziendale e gli scenari possono cambiare, dall’altro anche il piano di Business Continuity deve essere in grado di adattarsi alle nuove esigenze.
Riferendoci alla figura del BMCO, una parte di rilievo assume la comprensione dell’ambiente circostante. È su questo punto che ritengo opportuno soffermare l’attenzione in quanto se il BMCO, coinvolgendo tutte le funzioni aziendali, riesce a rappresentare in modo attendibile i rischi e gli impatti nei quali l’Azienda può incorrere e ad aggiornarli tempestivamente al mutare dell’ambiente, la metà del lavoro è già fatto. Con ciò non si vuole dire che la scelta delle soluzioni di mitigazione dei rischi sia così semplice da trascurarla, ma si vuol sottintendere che, una volta che siano stati fissati e concordati a tutti i livelli aziendali i possibili danni nei quali l’azienda può incorrere, le soluzioni possibili poggeranno su una base solida, credibile.

Ci saranno quindi ottime possibilità che siano realizzate in modo adeguato per efficienza e bilanciamento costi/rischi. I recruiter, ovvero i cosiddetti “cacciatori di teste”, sono pronti a scommettere che il BCMO sia uno dei più richiesti lavori del futuro nel campo manageriale. La figura tipica del BCMO è rappresentata da un ingegnere che sia in possesso di un mix di competenze fisiche e concettuali unite alla capacità di coordinare vari segmenti aziendali. Indipendentemente dalla crisi o meno, il progresso tecnologico impone una corretta gestione di ogni ambito legato alla sicurezza aziendale. Garantire la continuità del business infatti significa prevenire ogni tipo di rischio di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, gestire le crisi e difendere fatturato e i margini da atti concorrenza sleale e da attacchi reputazionali.

Un ruolo cruciale che tendenzialmente si riconduce ai vertici aziendali e che al momento, in Italia, offre un livello remunerativo medio compreso tra i 120 e i 180 mila euro annui. La domanda di BMCO è elevata ed in crescita nei settori più strategici del nostro paese, quali “energia, infrastrutture, tlc, trasporti, finanza oltre che nel campo alimentare e farmaceutico”. Da ciò si evince che in tempi di tagli il ruolo il manager in capo della Business Continuity della singola impresa è più che ricercato.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista INGEGNERI.info – Maggio 2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ingegneri-info-maggio-2018.

(Italiano) 132 EMB 63 Feb 2017 – Soluzioni satellitari integrate

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Le soluzioni satellitari integrate (SSI) per il monitoraggio da remoto degli apparati elettronici dei sistemi di radiodiffusione installati in aree non presidiate sviluppate da Intellisystem Technologies permettono agli operatori broadcaster di gestire in maniera sempre più efficiente la propria rete, grazie alla possibilità di conoscere in tempo reale lo stato dei propri impianti e di intervenire su essi a distanza

Ad oggi la comunicazione dati bidirezionale via satellite è l’unica in grado di garantire la trasmissione dati nei siti più remoti fornendo anche un servizio di ridondanza implementabile in pochis-simo tempo. Tutto ciò grazie al fatto che il mondo delle connessioni dati satellitari moderne è notevolmente cambiato; sino a qualche tempo fa gli elevati costi di trasmissione ne permettevano il loro utilizzo solo per applicazioni esclusivamente militari. L’innovazione tecnologica degli ultimi anni ha consentito di migliorare nettamente le prestazioni proporzionalmente ad una notevole diminuzione dei costi di esercizio, permettendo la loro diffusione in ambiente sia industriale che professionale. Grazie alle nuove flotte di satelliti geostazionari, in orbita a circa 36.000 Km dalla Terra, i nuovi satelliti sono in grado di offrire collegamenti a Internet ad alta velocità in qualunque parte del globo, a patto che sia possibile un allacciamento del sistema a una fonte di energia. Con i recenti lanci del 2013, la connessione satellitare è diventata addirittura tecnicamente competitiva rispetto alle attuali connessioni in fibra ottica terrestri. I satelliti ricevono e inviano dati alle antenne ricetrasmittenti installate presso il cliente e li ritrasmettono a grandi infrastrutture, denominate Teleporti, connesse alle dorsali terrestri in fibra ottica. Grazie a queste ultime, è possibile estendere a largo raggio le comunicazioni internet dati e voce, offrendo servizi ad alto valore aggiunto.

Soluzioni nate dalle richieste del mercato

La nuova linea di prodotti Hi-tech di Intellisystem Technologies nasce da una costante collaborazione tecnico commerciale con i più noti provider satellitari di tutto il mondo. Tra le nostre soluzioni satellitari integrate abbiamo messo a punto un moderno sistema di controllo remoto atto a utilizzare al meglio la rete satellitare per il monitoraggio permanente degli impianti broadcast. Tipicamente, le postazioni radiotelevisive di ricetrasmissione sono installate in luoghi remoti difficilmente accessibili in cui non è presente alcuna infrastruttura di rete di comunicazione dati terrestre. Anche nel caso in cui ci fosse copertura in termini di segnali di telefonia mobile (quali GPRS, UMTS, 3G e 4G), la presenza dei trasmettitori ad alta potenza in prossimità di tali dispositivi di fatto ne limiterebbe l’utilizzo a causa delle elevate interferenze generate. Alla luce di queste considerazioni, sino a qualche anno fa il principale mezzo di comunicazione per il controllo remoto di tali impianti rimaneva solamente quello radio che, operando in particolari frequenze, presentava tutte le limitazioni del caso. Il recente diffondersi nel settore broadcast di sistemi e dispositivi controllabili da remoto mediante Internet ha suscitato una maggiore sensibilità da  parte  degli  operatori del settore, in merito alla scelta mirata di un canale di comunicazione più idoneo a queste nuove esigenze. La soluzione messa a punto da Intellisystem Technologies nasce per soddisfare le esigenze dei clienti che hanno richiesto al centro di R&S della società di realizzare un sofisticato sistema integrato, capace di trasferire via satellite tutte le misure effettuate in più impianti ripetitori al relativo centro di controllo, garantendo al tempo stesso continuità nel servizio e affidabilità al fine di poter gestire con estrema certezza e rapidità eventuali allarmi occorsi in campo.

SSI Broadcasting - Intellisystem

Fig. 1 – Installazione tipica di un Sistema Integrato Satellitare per il monitoraggio e la tele-gestione degli apparati di una stazione video broadcasting installata in un sito remoto

Il sistema è stato progettato per raccogliere e gestire i dati dalle postazioni remote, informando i tecnici di eventuali anomalie rilevate, spingendosi in alcuni casi addirittura a prendere decisioni autonome in funzione di particolari condizioni in cui si dovesse trovare l’impianto stesso. La connettività satellitare unitamente alle opportune interfacce Ethernet ha reso possibile la completa tele-gestione da remoto che il controllo del corretto funzionamento, permettendo ai tecnici addetti alla gestione dei vari impianti di monitorare ed operare da remoto sui medesimi. Grazie a ciò, è possibile effettuare tutte le diagnosi programmate a priori per garantire la massima funzionalità e continuità di servizio. In particolare, è possibile monitorare in tempo reale lo stato, le funzioni e le prestazioni dei vari dispositivi installati nelle postazioni e che effettuano la ricezione-trasmissione dei segnali radiotelevisivi, tipicamente dei ponti radio detti “ripetitori”. Ad esempio, possono essere costantemente monitorati sia i parametri relativi alla qualità del segnale trasmesso (in termini di MER/BER), sia tutti gli altri parametri funzionali (tensioni, correnti, temperature, livello del segnale) con la possibilità di intervenire a distanza apportando modifiche, ottimizzazioni e variazioni delle configurazioni degli apparati assicurando  la  massima  operatività ed efficienza di gestione dell’intera rete broadcast. I sistemi SSI integrano la tecnologia Web Embedded Server basata sul sistema operativo Linux garantendone affidabilità, scalabilità e robustezza. Utilizzando la rete di comunicazione bidirezionale via satellite, è stato possibile utilizzare il protocollo SNMP, semplicemente collegandosi mediante una rete ethernet alle singole apparecchiature, quali ad esempio: gli apparati di trasmissione, ponti radio, sistemi per la misurazione della qualità del servizio DVB-T e così via. Grazie a questa tipologia di connettività, è stato possibile utilizzare particolari software per controllare da remoto direttamente ogni singolo strumento installato in campo, permettendo di archiviarne in un unico data-base centralizzato tutte le misure effettuate secondo le più moderne tecniche di Cloud Computing. Grazie a tutto ciò l’operatore broadcaster riesce a ridurre drasticamente i disservizi garantendo la conoscenza in tempo reale dello stato degli impianti permettendo di applicare tutte le tecniche di manutenzione preventiva disponibili sul mercato atte a garantire interventi mirati e programmati per la prevenzione dei possibili guasti.

SUBURBAN on the road - ISS - Intellisystem

Fig. 2 – Mezzo dotato di un Sistema Integrato Satellitare mobile per garantire la connettività satellitare “On the fly” per tutte le situazioni d’intervento in particolari situazioni di emergenza

Un insieme di funzionalità avanzate

Di seguito sono riassunti i punti forza della soluzione SSI:

  • Totale indipendenza dalle varie infrastrutture di rete locali, sia in termini contrattuali che di affidabilità.
  • Riduzione dei costi e tempi per la messa in opera dei Occorre solamente effettuare il puntamento dell’antenna paraboloide e interfacciare il sistema con altri impianti.
  • Estesa portabilità. All’interno della stessa area geografica di competenza del transponder satellitare selezionato non occorre altro che riposizionare l’antenna paraboloide senza modificare i
  • Riduzione drastica dei disservizi grazie alla conoscenza in tempo reale dello stato degli impianti
  • Utilizzo di un’architettura integrata e connessione VPN su rete Internet per garantire la massima sicurezza dei dati

 

Quanto evidenziato si traduce in una notevole riduzione dei costi, che permette una maggiore efficienza e scalabilità della soluzione, a favore dell’ottimizzazione degli investimenti sia di setup sia degli sviluppi futuri, senza particolari impatti sui costi di realizzazione e gestione. Grazie alla copertura globale dei nostri servizi, è possibile creare dei Data Center remoti mirati alla gestione di più impianti dislocati nei punti più disparati del territorio nazionale ed estero. Sfruttando appieno l’elevata banda passante della comunicazione satellitare, è possibile prendere in considerazione anche operazioni di tipo real-time, capaci di effettuare interventi di diagnosi predittiva sulle parti soggette a normale usura secondo le più moderne tecniche di Predictive Analisys e Big Data. È possibile anche veicolare all’interno della connessione un canale telefonico VoIP e remotizzare i sistemi di videosorveglianza eventualmente già presenti nel luogo d’installazione, offrendo maggiore supporto al cliente in termini di security e per tutte le inevitabili attività di manutenzione ordinare da effettuare on-site. Le installazioni già effettuate su diversi impianti di ripetizione/diffusione broadcasting hanno permesso alle postazioni remote di avere una connettività permanente per il loro monitoraggio e telecontrollo remoto, garantendo nel contempo la protezione dell’investimento della soluzione messa a punto. In futuro, sono previste nuove integrazioni al sistema, per esempio l’utilizzo di termocamere IP in grado di ‘mappare’, da remoto, il calore in immagini, permettendo una più accurata individuazione delle anomalie termiche, meccaniche ed elettroniche dei componenti installati on-site. Questa tipologia di telecamere è particolarmente adatta al monitoraggio di impianti non presidiati totalmente privi di illuminazione, caratterizzati da condizioni climatiche in cui sono spesso presenti nebbia, neve e forte vento, dove le telecamere tradizionali non possono essere utilizzate. Sarà anche possibile assicurare il controllo visivo in condizioni particolarmente critiche, quali forte controluce, chiarore poco visibile, condizioni di scarsa visibilità in generale e così via. In una seconda fase, si intende integrare il sistema con un apparato di automazione di processo che, mediante opportuni algoritmi di ‘image processing’, sarà capace di riconoscere in automatico eventi particolari, quali ad esempio la presenza di sovraccarichi di tensione nelle linee di alimentazione. Le soluzioni offerte da Intellisystem Technologies garantiscono il servizio di monitoraggio e telecontrollo via satellite ai broadcaster radiotelevisivi, dimostrando quanto la soluzione satellitare sia la più mirata in questo settore. Le soluzioni satellitari di trasmissione dati sono sinonimo di sicurezza e affidabilità, punto cardine in cui sono incentrati le soluzioni e i servizi della nostra azienda. I nuovi metodi progettuali, d’integrazione, produzione e di test posizionano Intellisystem Technologies come uno dei più importanti produttori di Sistemi Satellitari Integrati per la gestione remota di impianti non solo per il broadcasting ma per qualsiasi altra esigenza a livello industriale.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Embedded N. 63 – Febbraio 2017.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/embedded-febbraio-2017

(Italiano) 136 AO 398 Maggio 2017 – Packaging

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I costruttori italiani di macchine automatiche per il settore del packaging rafforzano la loro leadership mondiale. Sentiamo le parole di alcune aziende protagoniste

Nel settore industriale della meccanica italiana per il confezionamento e l’imballaggio, l’automazione ha una posizione strategica e un ruolo tecnologicamente importante. Abbiamo invitato alcune aziende a rispondere alle nostre domande. Abbiamo sentito: Roberto Beccalli – product manager servo & motion, South Emea di Mitsubishi Electric (http:// it3a.mitsubishielectric.com/fa/it), Michele Consoli – packaging manager di Schneider Electric (www.schneider-electric. com), Luca Nicola – product manager di Servotecnica (www.servotecnica.com), Alessandro Negri – packaging promoter di Siemens (www.siemens.it), Marco Oneglio – strategic industry manager consumer goods di Sick, Mirko Dibenedetto – product manager motion control sensors di Sick (www.sick.it), Cristian Randieri – presidente & CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it), Elio Bolsi – general manager di Wenglor Sensoric Italiana (www.wenglor.com).

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Evoluzioni tecnologiche e le linee guida per la sicurezza delle macchine del packaging. Quali sono le vostre indicazioni e gli sviluppi futuri?

Cristian Randieri: L’avvento delle nuove tecnologie indotte dal concetto di Industria 4.0 puntano senza dubbio a migliorare non solo la produttività ma anche la sicurezza delle macchine che nel rispetto delle normative richiedono sempre soluzioni più moderne, flessibili e scalabili. Purtroppo ancora oggi si riscontrano innumerevoli casi in cui le macchine per il packaging presenti nel mercato non sono conformi ai più moderni standard di sicurezza, pertanto il tema della sicurezza delle macchine deve essere inteso quale elemento fondamentale nella loro progettazione al fine di assicurarne lunga vita anche pensando agli scenari che si apriranno a breve con l’unificazione della normativa in corso a livello internazionale. Tutti questi argomenti sono da intendersi a carattere strategico su cui far leva per dare maggiore risalto alla qualità della fornitura stessa. È facile intuire che si tratta di uno dei trend tecnologici più importanti nella progettazione da abbinare alla necessità di disporre di macchine più user friendly sia in termini di interfacce macchina-operatore che delle relative soluzioni a bordo macchina. Da un’approfondita analisi delle tecnologie e delle soluzioni innovative in materia di sicurezza occorre considerare anche i recenti sviluppi normativi e tecnici legati agli standard internazionali dei prodotti, come ad esempio il lavoro congiunto IEC/ISO sul tema della sicurezza funzionale delle macchine (ISO/IEC 17305) e sulla nuova norma che regolamenta gli arresti di emergenza (ISO 13850). Secondo una recente analisi condotta da Ucima in merito alle principali non conformità che sono state rilevate sulle macchine per imballaggio dalle autorità competenti emerge che il 65% di queste riguardano le non corrette valutazioni dei pericoli di tipo meccanico tra cui le protezioni e i relativi dispositivi e che il 14% riguarda il requisito relativo alle istruzioni e segnalazioni. Si tratta di non conformità generalmente facili da risolvere utilizzando tutti i nuovi strumenti correlati allo smart manufacturing, tra cui ad esempio l’Industrial Internet of Things (IIoT) abbinato ai dispositivi Rfid. L’IIoT oggi rappresenta la parola chiave in ogni confronto sui temi del futuro dell’industria che deve rivolgersi anche al comparto riguardante il packaging. Nonostante ciò ancora oggi molti costruttori di macchine mostrano una certa resistenza quando sentono parlare di Internet delle Cose in ambito industriale. Occorre dimostrare loro che non si tratta affatto di scenari futuristici, ma di un insieme di tecnologie abilitanti che possono essere già adottare e integrate nella loro offerta, rappresentando la base per mettere a punto nuovi modelli di business. Nel mercato esistono già una miriade di soluzioni orientate allo smart manufacturing offerte dagli sviluppatori OEM che hanno fatto sì che il settore del packaging divenisse nel nostro paese un settore industriale di punta. Quello che manca è la dimostrazione pratica delle applicazioni innovative che già oggi è possibile realizzare in ottica Industrial Internet of Things applicata alla sicurezza delle macchine. Occorre favorirne la divulgazione poiché è solo utilizzando tali applicazioni che è possibile puntare all’automazione intelligente dell’intera linea di packaging.

A.O.: Il cliente finale richiede sempre di più linee di packaging molto efficienti. Come rendete operativa questa importante richiesta?

Randieri: La leadership dei costruttori italiani di macchine per confezionamento e imballaggio è da sempre una diretta conseguenza dell’elevato livello tecnologico delle soluzioni messe a punto, corredate della loro minuziosa personalizzazione e flessibilità in termini di progettazione e realizzazione. La sopravvivenza di molte aziende produttrici italiane operanti in questo settore è legata alla capacità di saper affrontare queste sfide. I progettisti questo lo sanno bene, e intuiscono che è inevitabile intervenire sulla modalità di ingegnerizzazione delle macchine e impianti sin dalle prime fasi dalla loro progettazione, in altre parole, occorre investire nella direzione di Industria 4.0 e smart manufacturing. Per rendere operative tali richieste occorre mantenere una spiccata propensione all’innovazione per difendere un vantaggio competitivo in termini di livello tecnologico e performance delle proprie macchine, rispetto alla concorrenza sia interna che estera. È ben noto che l’efficienza di una macchina non può prescindere dall’affidabilità e sicurezza dei processi produttivi, per esempio nella rilevazione di oggetti e antinfortunistica in ambiente sterile, e della logistica tramite processi di tracciabilità automatica di materiali e prodotti. La parola d’ordine è sempre la stessa ‘ricerca di innovazione’ da intendersi sia nello specifico in termini di prestazioni, efficienza e flessibilità, sia in generale sui sistemi di automazione intesi come piattaforme di sviluppo. È fondamentale il ruolo delle aziende OEM a cui si richiede di progettare macchine che siano sempre più flessibili, ovvero capaci di operare su un’ampia gamma di contesti produttivi, con tempi di set up minimi, che siano nel contempo scalabili e adattabili a tutte le future evoluzioni e riprogettazioni. In ultimo occorre favorire l’integrazione dei sistemi di automazione con i sistemi informativi aziendali. In altre parole, confezionatrici, sistemi Scada, sistemi di visione, database e robot per la manipolazione dei prodotti devono essere sempre più interconnessi favorendo la possibilità di raccogliere e analizzare dati che spaziano dal campo sino a giungere al livello organizzativo e di business. Stiamo parlando di Big Data e Analytics che sono alla base del nuovo concetto Industria 4.0 a cui a breve si aggiungeranno le tecniche d’intelligenza artificiale per la modellazione di sistemi fortemente non lineari. Il prossimo passo sarà quello di includere nelle linee produttive tecniche di ispezione e analisi di dati automatizzate che partendo dalle esperienze acquisite con i cosiddetti sistemi esperti, permetteranno l’applicazione dei moderni algoritmi di intelligenza artificiale da cui si ci aspetta di poter gestire in realtime l’enorme complessità di tutte le informazioni disponibili.

 

A.O.: Industria 4.0. Quali saranno le applicazioni future e gli sviluppi nelle macchine automatiche di packaging?

Randieri: Le applicazioni future e gli sviluppi nelle macchine automatiche si focalizzeranno sul concetto di una maggiore flessibilità per assecondare le nuove richieste di mercato di avere un prodotto versatile, ovvero disponibile in molteplici varianti, capace di adattarsi a svariati contesti. Per attuare questo concetto è fondamentale che gli impianti produttivi debbano essere controllati e monitorati in ogni loro singola parte a livello globale e centralizzato. In altre parole ci si orienterà verso una maggiore integrazione dell’attuatore con la meccanica, per ridurne gli ingombri e incrementare l’efficienza. Ogni componente del sistema dovrà essere interconnesso alla rete in modo tale da garantirne la gestione ad alto livello per monitorarne le funzionalità al fine di incrementare la produttività dell’intero impianto. Solo così sarà possibile avere più dati da rilevare al fine di essere rielaborati per ottenere nuove preziose informazioni. Si parlerà sempre più di meccatronica poiché la personalizzazione delle soluzioni elettroniche e meccaniche sino ad oggi utilizzate saranno sostituite sempre più da sistemi robotizzati efficienti, performanti e soprattutto flessibili. Grazie alle soluzioni di robotica integrata offerte dalla meccatronica sarà possibile rendere più efficienti le linee di packaging in termini di gestione delle cinematiche non lineari e di direct motion. La meccatronica è da intendersi riferita anche a nuovi sviluppi intesi in termini di attenzione alle tematiche di flessibilità e standardizzazione, particolarmente sentite da chi opera nel mercato globale che impone la produzione di sistemi che possano essere facilmente esportati non solo in termini di approvazioni e certificazioni ma anche in termini di reperibilità delle parti di ricambio. Il soft ware avrà un ruolo fondamentale per rendere più intelligenti un po’ tutti i componenti delle macchine favorendone l’accesso da remoto. Ci sarà una maggiore richiesta di sicurezza in termini di controllo intrusioni nei dati sensibili aziendali. Sentiremo parlare di accesso remoto che utilizzando dispositivi aggiuntivi enfatizzerà il concetto di accesso virtuale dedicato. La strada da intraprendere punta verso nuove soluzioni che favoriscano una maggiore interazione a distanza che in modo sicuro permetterà di adoperare dispositivi di uso comune, quali smartphone, tablet e similari. Il settore del packaging essendo in continuo fermento per rispondere puntualmente alle richieste del mercato deve essere in grado di fornire macchine più compatte e veloci che non scendano a compromessi per quanto riguarda lo standard qualitativo. Questo tipo di innovazione parte da un’automazione più moderna che non può prescindere dalla comunicazione con bus di campo come Profinet, Ethernet, Ethercat, tra drive, motion e sensori. È fondamentale che costruttori e fornitori lavorino in perfetta sinergia, investendo entrambi in nuove soluzioni all’avanguardia. Solo in questo modo, infatti, sarà possibile ottenere risultati significativi capaci di permettere l’aggressione dei nuovi mercati, sbaragliando tutti quelli che non saranno capaci di tenere il passo dell’innovazione. Sicurezza e maggiore efficienza della macchine sono le nuove sfide che dovranno sostenere tutti i costruttori facendo leva sui moderni strumenti messi a disposizione dall’automazione pronta a dare soluzioni che semplificano l’integrazione a livello macchina. Per l’ottimizzazione dei processi produttivi si passa dal livello di efficienza raggiungibile dalla linea di packaging ottenibile mediante l’eliminazione dei tempi di fermo-macchina, l’analisi dei dati di produttività per individuare eventuali debolezze o criticità e il controllo persistente di tutte le attività degli impianti.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 398 (Maggio 2017), pubblicata da C. Marchisio.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-maggio-2017

(Italiano) 137 AO 399 Giugno/Luglio 2017 – L’automazione vola sulla spinta ‘4.0’

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Per il quarto anno consecutivo il comparto Automazione rappresentato in Anie mostra un andamento positivo e gli incentivi del Piano Industria 4.0 fanno ben sperare per il prossimo futuro, così ha riferito Fabrizio Scovenna, presidente Anie Automazione, presentando l’Osservatorio 2016 a SPS Italia 2017

L’automazione vola: in base ai dati 2016 rilevati dall’Osservatorio Anie Automazione, presentato dal presidente Fabrizio Scovenna in occasione di SPS Italia 2017, il comparto registra infatti un +10% in fatturato sui livelli precrisi confermando il proprio dinamismo. Per arrivare a questo risultato ha di certo contribuito il varo del Piano Calenda di incentivazione dell’aggiornamento del parco macchine dei settori a valle, nonché di incoraggiamento all’innovazione tecnologica in linea con l’idea di Industria 4.0, Piano che si prevede prolungherà i propri benefici anche nel 2017. Il settore dei costruttori di macchine, del resto, come rilevato da Ucimu, ha realizzato risultati al di sopra della media in questo 2016 con un incremento medio annuo degli ordini di macchine utensili vicino all’1,5% grazie soprattutto alla ripresa del mercato interno, dove i settori farmaceutico e automotive hanno fatto da traino, mentre altri settori tipici del made in Italy, quali tessile e abbigliamento, hanno maggiormente risentito del rallentamento del canale estero. A livello macroeconomico, infatti, le esporta-zioni hanno risentito dell’indebolimento delle economie dei Paesi emergenti, Cina in testa, dove il tasso di sviluppo è stato inferiore alla media del decennio nono-stante il Paese continui a essere il primo produttore manifatturiero a livello globale e il secondo mercato mondiale per importazione di beni. Hanno invece dimostrato una maggiore tenuta le economie dei Paesi avanzati, prima di tutto gli USA che hanno mostrato un rafforzamento della ripresa tanto che nell’ultimo quinquennio la domanda di beni strumentali è cresciuta a un tasso medio annuo vicino al 5%; mode-rati infine gli incrementi della EU-28, dove la crescita su base annua della produzione industriale per il manifatturiero 2016 si è attestata prossima al 2%. In questo contesto, dove l’industria elettronica italiana, comprensiva delle tecnologie per l’ICT, ha evidenziato un andamento eterogeneo, l’automazione industriale manifatturiera e di processo ha registrato in-vece nel 2016 un volume d’affari aggregato pari a 4,3 miliardi di euro e una crescita del fatturato del 4%, in linea con le tendenze al rialzo evidenziate nel precedente triennio. La quasi totalità dei segmenti merceologici che compongono il comparto ha evidenziato un andamento di segno positivo, anche se con tassi di crescita differenziati. Nello specifico, hanno registrato un maggiore dinamismo i segmenti Wireless, Telecontrollo, Motori brushless, Azionamenti. Da notare che a differenza delle tendenze degli ultimi anni, nel 2016 la domanda in-terna è stata determinante per la crescita grazie anche alla presenza delle agevolazioni fiscali per gli acquisti di beni strumentali. Più in generale, la domanda lungo la filiera di tecnologie per l’automazione industriale si conferma trainata dalla crescente attenzione del mercato verso soluzioni innovative per il rinnovamento dei processi in linea con il paradigma Industria 4.0. Il canale estero ha comunque mantenuto un ruolo importante: guardando alle esportazioni dirette nel 2016 le vendite estere di tecnologie per l’automazione industriale hanno mostrato un incremento su base annua del 2,2%. Su questo andamento si è riflessa positivamente la tenuta della domanda europea, che ha assorbito quasi il 60% delle esportazioni totali. Secondo i dati Eurostat, nel 2016 gli investimenti hanno mantenuto nella media europea un profilo positivo, beneficiando della crescita della componente Macchinari e Attrezzature, che ha evidenziato una variazione annua vicina al 4%. Fra i mercati europei la Germania, con una quota pari al 13% sul totale esportato, si conferma come primo mercato di sbocco delle tecnologie made in Italy, mostrando una domanda vivace e superiore al 5% annuo, seguita dalla Spagna. Lo scenario legato ai mercati extra europei ha invece mostrato un’elevata instabilità. Negli ultimi mesi dell’anno, poi, si è registrato un certo recupero in importanti mercati emergenti, il che potrebbe fornire nuova linfa alle esportazioni dell’industria manifatturiera italiana. L’avvio di un nuovo ciclo internazionale di acquisti di macchinari e impianti potrebbe svolgere un ruolo centrale in questo percorso. Guardando ai più recenti dati Istat, fra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 le esportazioni di beni strumentali hanno acquisito nuovo slancio. Nelle più recenti previsioni del Centro Studi Confindustria, infine, gli investimenti in Macchinari e Attrezzature e in Mezzi di Trasporto in Italia potrebbero evidenziare nel biennio 2017-2018 un incremento medio annuo vicino al 3%, riflettendosi positivamente sull’andamento dell’industria italiana dell’automazione industriale manifatturiera e di processo, portatrice di innovazione nei processi e nelle reti.

La voce dei protagonisti

Abbiamo voluto sentire dalla voce di alcuni rappresentanti delle aziende più attive del comparto quali aspettative hanno per il futuro e come si posizionano rispetto ai dati ‘ufficiali’ rilevati da Anie per il settore dell’automazione. Ecco cosa ci hanno risposto: Alessandra Boa, business development manager, RM Division, di ABB (www.abb.it), Massimo Bartolotta, machinery OEM segment manager Italia di Eaton (www.eaton.it), Marco Bubani, direttore Innovazione di VEM sistemi, system integrator (http://vem.com), Marino Crippa, responsabile vendite distribuzione ed end user e project leader Industry 4.0 di Bosch Rexroth (www.bo-schrexroth.com/it), Michele Dalmazzoni, collaboration & industry digitization leader di Cisco Italia (www.cisco.com), Alberto Griffini, product manager avanced PLC&Scada di Mitsubishi Electric (https://it3a.mitsubi-shielectric.com), Paolo Mazza, marketing e innovation director di Blueit, operatore di servizi in grado di supportare la costruzione di progetti di integrazione e di Technology Transfer (www.blueit.it), Edgardo Porta, direttore marketing di Rittal (www.rittal.it), Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem. it), Francesco Tieghi, responsabile digital marketing di ServiTecno (www.servitecno. it), Claudio Valtorta, business solution architect di MHT, system integrator che sviluppa progetti gestionali in ambito ERP e CRM per il settore manifatturiero, riconosciuto da Microsoft come primo ‘Manufacturing Partner’ in Italia (www.mht.net), Roberto Vicenzi, vicepresidente di Centro Computer, system integrator da 30 anni attivo in ambito tecnologico (www.centrocomputer.it).

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Il Piano Industria 4.0 sta avendo un impatto positivo sul comparto della meccanica, riattivando gli investimenti. Dal vostro punto di osservazione cosa ne pensate? Quali elementi positivi contiene il Piano, tali da ‘aiutare’ il mercato dell’automazione, e quali rischi nasconde?

Cristian Randieri: Sulla scia della best pratice degli altri Paesi europei, anche l’Italia si sta proiettando verso l’Industria 4.0. Il Piano Nazionale è ben strutturato e contiene diversi elementi positivi, tali da aiutare in modo concreto il mercato dell’automazione. Più in dettaglio è possi-bile notare due indirizzi chiave che, da una parte, puntano a sostenere gli investimenti rivolti all’innovazione e Ricerca&Sviluppo, in modo da favorire la digitalizzate aziendale, dall’altra puntano a incrementare il know-how, sviluppando le competenze necessarie per essere competitivi sul mercato. Il Piano risulta però molto articolato e questo potrebbe scoraggiare le PMI; inoltre, molte realtà interpretano il concetto di innovazione in termini di automazione totale della fabbrica, senza valorizzare invece le competenze interne del personale. Ricordiamoci che al made in Italy si associa l’idea del ‘bello’ e ‘fatto bene’: la fabbrica intelligente deve dunque integrare persone e strumenti; d’altro canto senza le persone non vi sono né strumenti né innovazione. I rischi riguardano anche i problemi interpretativi della Legge. Occorrerebbero dunque strumenti capaci di ‘accompagnare’ le imprese anche piccole ad avviare un percorso che non sia solo di risparmio economico, ma che sia in grado di portare l’ammodernamento con un vero cambio di passo. Purtroppo ancora oggi mancano i Competence Center e i Digital Innovation Hub che dovrebbero aiutare le PMI a trarre beneficio dal Piano e soprattutto a dare una prospettiva strategica agli investimenti. Industria 4.0 deve poter far leva sulla creazione di un eco-sistema qualificato di partner, capaci di accelerarne il percorso. I manager devono compiere le scelte corrette grazie alla presenza di figure professionali capaci di guidarli verso la verifica dei requisiti per fruire delle agevolazioni. Questo percorso richiede figure professionali nuove, specializzate in innovazione digitale e capaci di valutarne pienamente l’impatto in termini di cost saving e vantaggio competitivo.

A.O.: Il concetto di Industria 4.0 ha aperto la strada all’avvento sul palcoscenico dell’automazione dei ‘big player’ del mondo IT: in che modo questo modifica il panorama del comparto? Quali opportunità apre la presenza di soggetti provenienti dal mondo IT e quali criticità?

Randieri: L’Italia, oltre a essere il secondo mercato manifatturiero in Europa, ha più del 50% del PIL derivato dal settore manifatturiero e relativo indotto. Così sta attirando la presenza di diversi big player, che mirano a investire nelle aree riguardanti l’innovazione nei mercati manifatturiero e alimentare. Tutto nell’ottica della semplificazione della tecnologia, offrendo alle imprese l’opportunità di essere più veloci, efficaci e di conseguenza competitive. Ciò modificherà anche il panorama del comparto automazione, ponendo l’accento sull’importanza di ripensare le soluzioni offerte in chiave sempre più personalizzata e in ottica ‘green’, per contenere l’impatto ambientale. Non solo, assisteremo anche alla progressiva migrazione dell’offerta verso il servizio, che diverrà centrale rispetto al prodotto, marcando ancora di più l’esigenza di un approccio 4.0 anche per la supply chain e value chain. Tra le varie opportunità tendo a sottolineare quella che riguarda la formazione, con riferimento non solo alle nuove figure professionali, per esempio quella del service engineer, ma anche in riferimento alla riqualificazione del personale esistente. Proprio quest’ultimo è da intendersi come risorsa preziosa che, grazie all’acquisizione di un nuovo know-how nonché nuove competenze e disponibilità dei dati forniti dall’IIoT (Industrial IoT), sarà in grado di aumentare la capacità produttiva aziendale, contribuendo alla progressiva migrazione da un’automazione industriale a un’automazione cognitiva.

 

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 399 (Giugno/Luglio 2017), pubblicata da I. De Poli.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-giugno_luglio-2017

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