randieri

136 AO 398 Maggio 2017 – Packaging

136 AO 398 Maggio 2017 – Packaging

I costruttori italiani di macchine automatiche per il settore del packaging rafforzano la loro leadership mondiale. Sentiamo le parole di alcune aziende protagoniste

Nel settore industriale della meccanica italiana per il confezionamento e l’imballaggio, l’automazione ha una posizione strategica e un ruolo tecnologicamente importante. Abbiamo invitato alcune aziende a rispondere alle nostre domande. Abbiamo sentito: Roberto Beccalli – product manager servo & motion, South Emea di Mitsubishi Electric (http:// it3a.mitsubishielectric.com/fa/it), Michele Consoli – packaging manager di Schneider Electric (www.schneider-electric. com), Luca Nicola – product manager di Servotecnica (www.servotecnica.com), Alessandro Negri – packaging promoter di Siemens (www.siemens.it), Marco Oneglio – strategic industry manager consumer goods di Sick, Mirko Dibenedetto – product manager motion control sensors di Sick (www.sick.it), Cristian Randieri – presidente & CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it), Elio Bolsi – general manager di Wenglor Sensoric Italiana (www.wenglor.com).

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Evoluzioni tecnologiche e le linee guida per la sicurezza delle macchine del packaging. Quali sono le vostre indicazioni e gli sviluppi futuri?

Cristian Randieri: L’avvento delle nuove tecnologie indotte dal concetto di Industria 4.0 puntano senza dubbio a migliorare non solo la produttività ma anche la sicurezza delle macchine che nel rispetto delle normative richiedono sempre soluzioni più moderne, flessibili e scalabili. Purtroppo ancora oggi si riscontrano innumerevoli casi in cui le macchine per il packaging presenti nel mercato non sono conformi ai più moderni standard di sicurezza, pertanto il tema della sicurezza delle macchine deve essere inteso quale elemento fondamentale nella loro progettazione al fine di assicurarne lunga vita anche pensando agli scenari che si apriranno a breve con l’unificazione della normativa in corso a livello internazionale. Tutti questi argomenti sono da intendersi a carattere strategico su cui far leva per dare maggiore risalto alla qualità della fornitura stessa. È facile intuire che si tratta di uno dei trend tecnologici più importanti nella progettazione da abbinare alla necessità di disporre di macchine più user friendly sia in termini di interfacce macchina-operatore che delle relative soluzioni a bordo macchina. Da un’approfondita analisi delle tecnologie e delle soluzioni innovative in materia di sicurezza occorre considerare anche i recenti sviluppi normativi e tecnici legati agli standard internazionali dei prodotti, come ad esempio il lavoro congiunto IEC/ISO sul tema della sicurezza funzionale delle macchine (ISO/IEC 17305) e sulla nuova norma che regolamenta gli arresti di emergenza (ISO 13850). Secondo una recente analisi condotta da Ucima in merito alle principali non conformità che sono state rilevate sulle macchine per imballaggio dalle autorità competenti emerge che il 65% di queste riguardano le non corrette valutazioni dei pericoli di tipo meccanico tra cui le protezioni e i relativi dispositivi e che il 14% riguarda il requisito relativo alle istruzioni e segnalazioni. Si tratta di non conformità generalmente facili da risolvere utilizzando tutti i nuovi strumenti correlati allo smart manufacturing, tra cui ad esempio l’Industrial Internet of Things (IIoT) abbinato ai dispositivi Rfid. L’IIoT oggi rappresenta la parola chiave in ogni confronto sui temi del futuro dell’industria che deve rivolgersi anche al comparto riguardante il packaging. Nonostante ciò ancora oggi molti costruttori di macchine mostrano una certa resistenza quando sentono parlare di Internet delle Cose in ambito industriale. Occorre dimostrare loro che non si tratta affatto di scenari futuristici, ma di un insieme di tecnologie abilitanti che possono essere già adottare e integrate nella loro offerta, rappresentando la base per mettere a punto nuovi modelli di business. Nel mercato esistono già una miriade di soluzioni orientate allo smart manufacturing offerte dagli sviluppatori OEM che hanno fatto sì che il settore del packaging divenisse nel nostro paese un settore industriale di punta. Quello che manca è la dimostrazione pratica delle applicazioni innovative che già oggi è possibile realizzare in ottica Industrial Internet of Things applicata alla sicurezza delle macchine. Occorre favorirne la divulgazione poiché è solo utilizzando tali applicazioni che è possibile puntare all’automazione intelligente dell’intera linea di packaging.

A.O.: Il cliente finale richiede sempre di più linee di packaging molto efficienti. Come rendete operativa questa importante richiesta?

Randieri: La leadership dei costruttori italiani di macchine per confezionamento e imballaggio è da sempre una diretta conseguenza dell’elevato livello tecnologico delle soluzioni messe a punto, corredate della loro minuziosa personalizzazione e flessibilità in termini di progettazione e realizzazione. La sopravvivenza di molte aziende produttrici italiane operanti in questo settore è legata alla capacità di saper affrontare queste sfide. I progettisti questo lo sanno bene, e intuiscono che è inevitabile intervenire sulla modalità di ingegnerizzazione delle macchine e impianti sin dalle prime fasi dalla loro progettazione, in altre parole, occorre investire nella direzione di Industria 4.0 e smart manufacturing. Per rendere operative tali richieste occorre mantenere una spiccata propensione all’innovazione per difendere un vantaggio competitivo in termini di livello tecnologico e performance delle proprie macchine, rispetto alla concorrenza sia interna che estera. È ben noto che l’efficienza di una macchina non può prescindere dall’affidabilità e sicurezza dei processi produttivi, per esempio nella rilevazione di oggetti e antinfortunistica in ambiente sterile, e della logistica tramite processi di tracciabilità automatica di materiali e prodotti. La parola d’ordine è sempre la stessa ‘ricerca di innovazione’ da intendersi sia nello specifico in termini di prestazioni, efficienza e flessibilità, sia in generale sui sistemi di automazione intesi come piattaforme di sviluppo. È fondamentale il ruolo delle aziende OEM a cui si richiede di progettare macchine che siano sempre più flessibili, ovvero capaci di operare su un’ampia gamma di contesti produttivi, con tempi di set up minimi, che siano nel contempo scalabili e adattabili a tutte le future evoluzioni e riprogettazioni. In ultimo occorre favorire l’integrazione dei sistemi di automazione con i sistemi informativi aziendali. In altre parole, confezionatrici, sistemi Scada, sistemi di visione, database e robot per la manipolazione dei prodotti devono essere sempre più interconnessi favorendo la possibilità di raccogliere e analizzare dati che spaziano dal campo sino a giungere al livello organizzativo e di business. Stiamo parlando di Big Data e Analytics che sono alla base del nuovo concetto Industria 4.0 a cui a breve si aggiungeranno le tecniche d’intelligenza artificiale per la modellazione di sistemi fortemente non lineari. Il prossimo passo sarà quello di includere nelle linee produttive tecniche di ispezione e analisi di dati automatizzate che partendo dalle esperienze acquisite con i cosiddetti sistemi esperti, permetteranno l’applicazione dei moderni algoritmi di intelligenza artificiale da cui si ci aspetta di poter gestire in realtime l’enorme complessità di tutte le informazioni disponibili.

 

A.O.: Industria 4.0. Quali saranno le applicazioni future e gli sviluppi nelle macchine automatiche di packaging?

Randieri: Le applicazioni future e gli sviluppi nelle macchine automatiche si focalizzeranno sul concetto di una maggiore flessibilità per assecondare le nuove richieste di mercato di avere un prodotto versatile, ovvero disponibile in molteplici varianti, capace di adattarsi a svariati contesti. Per attuare questo concetto è fondamentale che gli impianti produttivi debbano essere controllati e monitorati in ogni loro singola parte a livello globale e centralizzato. In altre parole ci si orienterà verso una maggiore integrazione dell’attuatore con la meccanica, per ridurne gli ingombri e incrementare l’efficienza. Ogni componente del sistema dovrà essere interconnesso alla rete in modo tale da garantirne la gestione ad alto livello per monitorarne le funzionalità al fine di incrementare la produttività dell’intero impianto. Solo così sarà possibile avere più dati da rilevare al fine di essere rielaborati per ottenere nuove preziose informazioni. Si parlerà sempre più di meccatronica poiché la personalizzazione delle soluzioni elettroniche e meccaniche sino ad oggi utilizzate saranno sostituite sempre più da sistemi robotizzati efficienti, performanti e soprattutto flessibili. Grazie alle soluzioni di robotica integrata offerte dalla meccatronica sarà possibile rendere più efficienti le linee di packaging in termini di gestione delle cinematiche non lineari e di direct motion. La meccatronica è da intendersi riferita anche a nuovi sviluppi intesi in termini di attenzione alle tematiche di flessibilità e standardizzazione, particolarmente sentite da chi opera nel mercato globale che impone la produzione di sistemi che possano essere facilmente esportati non solo in termini di approvazioni e certificazioni ma anche in termini di reperibilità delle parti di ricambio. Il soft ware avrà un ruolo fondamentale per rendere più intelligenti un po’ tutti i componenti delle macchine favorendone l’accesso da remoto. Ci sarà una maggiore richiesta di sicurezza in termini di controllo intrusioni nei dati sensibili aziendali. Sentiremo parlare di accesso remoto che utilizzando dispositivi aggiuntivi enfatizzerà il concetto di accesso virtuale dedicato. La strada da intraprendere punta verso nuove soluzioni che favoriscano una maggiore interazione a distanza che in modo sicuro permetterà di adoperare dispositivi di uso comune, quali smartphone, tablet e similari. Il settore del packaging essendo in continuo fermento per rispondere puntualmente alle richieste del mercato deve essere in grado di fornire macchine più compatte e veloci che non scendano a compromessi per quanto riguarda lo standard qualitativo. Questo tipo di innovazione parte da un’automazione più moderna che non può prescindere dalla comunicazione con bus di campo come Profinet, Ethernet, Ethercat, tra drive, motion e sensori. È fondamentale che costruttori e fornitori lavorino in perfetta sinergia, investendo entrambi in nuove soluzioni all’avanguardia. Solo in questo modo, infatti, sarà possibile ottenere risultati significativi capaci di permettere l’aggressione dei nuovi mercati, sbaragliando tutti quelli che non saranno capaci di tenere il passo dell’innovazione. Sicurezza e maggiore efficienza della macchine sono le nuove sfide che dovranno sostenere tutti i costruttori facendo leva sui moderni strumenti messi a disposizione dall’automazione pronta a dare soluzioni che semplificano l’integrazione a livello macchina. Per l’ottimizzazione dei processi produttivi si passa dal livello di efficienza raggiungibile dalla linea di packaging ottenibile mediante l’eliminazione dei tempi di fermo-macchina, l’analisi dei dati di produttività per individuare eventuali debolezze o criticità e il controllo persistente di tutte le attività degli impianti.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 398 (Maggio 2017), pubblicata da C. Marchisio.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-maggio-2017

137 AO 399 Giugno/Luglio 2017 – L’automazione vola sulla spinta ‘4.0’

Per il quarto anno consecutivo il comparto Automazione rappresentato in Anie mostra un andamento positivo e gli incentivi del Piano Industria 4.0 fanno ben sperare per il prossimo futuro, così ha riferito Fabrizio Scovenna, presidente Anie Automazione, presentando l’Osservatorio 2016 a SPS Italia 2017

L’automazione vola: in base ai dati 2016 rilevati dall’Osservatorio Anie Automazione, presentato dal presidente Fabrizio Scovenna in occasione di SPS Italia 2017, il comparto registra infatti un +10% in fatturato sui livelli precrisi confermando il proprio dinamismo. Per arrivare a questo risultato ha di certo contribuito il varo del Piano Calenda di incentivazione dell’aggiornamento del parco macchine dei settori a valle, nonché di incoraggiamento all’innovazione tecnologica in linea con l’idea di Industria 4.0, Piano che si prevede prolungherà i propri benefici anche nel 2017. Il settore dei costruttori di macchine, del resto, come rilevato da Ucimu, ha realizzato risultati al di sopra della media in questo 2016 con un incremento medio annuo degli ordini di macchine utensili vicino all’1,5% grazie soprattutto alla ripresa del mercato interno, dove i settori farmaceutico e automotive hanno fatto da traino, mentre altri settori tipici del made in Italy, quali tessile e abbigliamento, hanno maggiormente risentito del rallentamento del canale estero. A livello macroeconomico, infatti, le esporta-zioni hanno risentito dell’indebolimento delle economie dei Paesi emergenti, Cina in testa, dove il tasso di sviluppo è stato inferiore alla media del decennio nono-stante il Paese continui a essere il primo produttore manifatturiero a livello globale e il secondo mercato mondiale per importazione di beni. Hanno invece dimostrato una maggiore tenuta le economie dei Paesi avanzati, prima di tutto gli USA che hanno mostrato un rafforzamento della ripresa tanto che nell’ultimo quinquennio la domanda di beni strumentali è cresciuta a un tasso medio annuo vicino al 5%; mode-rati infine gli incrementi della EU-28, dove la crescita su base annua della produzione industriale per il manifatturiero 2016 si è attestata prossima al 2%. In questo contesto, dove l’industria elettronica italiana, comprensiva delle tecnologie per l’ICT, ha evidenziato un andamento eterogeneo, l’automazione industriale manifatturiera e di processo ha registrato in-vece nel 2016 un volume d’affari aggregato pari a 4,3 miliardi di euro e una crescita del fatturato del 4%, in linea con le tendenze al rialzo evidenziate nel precedente triennio. La quasi totalità dei segmenti merceologici che compongono il comparto ha evidenziato un andamento di segno positivo, anche se con tassi di crescita differenziati. Nello specifico, hanno registrato un maggiore dinamismo i segmenti Wireless, Telecontrollo, Motori brushless, Azionamenti. Da notare che a differenza delle tendenze degli ultimi anni, nel 2016 la domanda in-terna è stata determinante per la crescita grazie anche alla presenza delle agevolazioni fiscali per gli acquisti di beni strumentali. Più in generale, la domanda lungo la filiera di tecnologie per l’automazione industriale si conferma trainata dalla crescente attenzione del mercato verso soluzioni innovative per il rinnovamento dei processi in linea con il paradigma Industria 4.0. Il canale estero ha comunque mantenuto un ruolo importante: guardando alle esportazioni dirette nel 2016 le vendite estere di tecnologie per l’automazione industriale hanno mostrato un incremento su base annua del 2,2%. Su questo andamento si è riflessa positivamente la tenuta della domanda europea, che ha assorbito quasi il 60% delle esportazioni totali. Secondo i dati Eurostat, nel 2016 gli investimenti hanno mantenuto nella media europea un profilo positivo, beneficiando della crescita della componente Macchinari e Attrezzature, che ha evidenziato una variazione annua vicina al 4%. Fra i mercati europei la Germania, con una quota pari al 13% sul totale esportato, si conferma come primo mercato di sbocco delle tecnologie made in Italy, mostrando una domanda vivace e superiore al 5% annuo, seguita dalla Spagna. Lo scenario legato ai mercati extra europei ha invece mostrato un’elevata instabilità. Negli ultimi mesi dell’anno, poi, si è registrato un certo recupero in importanti mercati emergenti, il che potrebbe fornire nuova linfa alle esportazioni dell’industria manifatturiera italiana. L’avvio di un nuovo ciclo internazionale di acquisti di macchinari e impianti potrebbe svolgere un ruolo centrale in questo percorso. Guardando ai più recenti dati Istat, fra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 le esportazioni di beni strumentali hanno acquisito nuovo slancio. Nelle più recenti previsioni del Centro Studi Confindustria, infine, gli investimenti in Macchinari e Attrezzature e in Mezzi di Trasporto in Italia potrebbero evidenziare nel biennio 2017-2018 un incremento medio annuo vicino al 3%, riflettendosi positivamente sull’andamento dell’industria italiana dell’automazione industriale manifatturiera e di processo, portatrice di innovazione nei processi e nelle reti.

La voce dei protagonisti

Abbiamo voluto sentire dalla voce di alcuni rappresentanti delle aziende più attive del comparto quali aspettative hanno per il futuro e come si posizionano rispetto ai dati ‘ufficiali’ rilevati da Anie per il settore dell’automazione. Ecco cosa ci hanno risposto: Alessandra Boa, business development manager, RM Division, di ABB (www.abb.it), Massimo Bartolotta, machinery OEM segment manager Italia di Eaton (www.eaton.it), Marco Bubani, direttore Innovazione di VEM sistemi, system integrator (http://vem.com), Marino Crippa, responsabile vendite distribuzione ed end user e project leader Industry 4.0 di Bosch Rexroth (www.bo-schrexroth.com/it), Michele Dalmazzoni, collaboration & industry digitization leader di Cisco Italia (www.cisco.com), Alberto Griffini, product manager avanced PLC&Scada di Mitsubishi Electric (https://it3a.mitsubi-shielectric.com), Paolo Mazza, marketing e innovation director di Blueit, operatore di servizi in grado di supportare la costruzione di progetti di integrazione e di Technology Transfer (www.blueit.it), Edgardo Porta, direttore marketing di Rittal (www.rittal.it), Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem. it), Francesco Tieghi, responsabile digital marketing di ServiTecno (www.servitecno. it), Claudio Valtorta, business solution architect di MHT, system integrator che sviluppa progetti gestionali in ambito ERP e CRM per il settore manifatturiero, riconosciuto da Microsoft come primo ‘Manufacturing Partner’ in Italia (www.mht.net), Roberto Vicenzi, vicepresidente di Centro Computer, system integrator da 30 anni attivo in ambito tecnologico (www.centrocomputer.it).

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Il Piano Industria 4.0 sta avendo un impatto positivo sul comparto della meccanica, riattivando gli investimenti. Dal vostro punto di osservazione cosa ne pensate? Quali elementi positivi contiene il Piano, tali da ‘aiutare’ il mercato dell’automazione, e quali rischi nasconde?

Cristian Randieri: Sulla scia della best pratice degli altri Paesi europei, anche l’Italia si sta proiettando verso l’Industria 4.0. Il Piano Nazionale è ben strutturato e contiene diversi elementi positivi, tali da aiutare in modo concreto il mercato dell’automazione. Più in dettaglio è possi-bile notare due indirizzi chiave che, da una parte, puntano a sostenere gli investimenti rivolti all’innovazione e Ricerca&Sviluppo, in modo da favorire la digitalizzate aziendale, dall’altra puntano a incrementare il know-how, sviluppando le competenze necessarie per essere competitivi sul mercato. Il Piano risulta però molto articolato e questo potrebbe scoraggiare le PMI; inoltre, molte realtà interpretano il concetto di innovazione in termini di automazione totale della fabbrica, senza valorizzare invece le competenze interne del personale. Ricordiamoci che al made in Italy si associa l’idea del ‘bello’ e ‘fatto bene’: la fabbrica intelligente deve dunque integrare persone e strumenti; d’altro canto senza le persone non vi sono né strumenti né innovazione. I rischi riguardano anche i problemi interpretativi della Legge. Occorrerebbero dunque strumenti capaci di ‘accompagnare’ le imprese anche piccole ad avviare un percorso che non sia solo di risparmio economico, ma che sia in grado di portare l’ammodernamento con un vero cambio di passo. Purtroppo ancora oggi mancano i Competence Center e i Digital Innovation Hub che dovrebbero aiutare le PMI a trarre beneficio dal Piano e soprattutto a dare una prospettiva strategica agli investimenti. Industria 4.0 deve poter far leva sulla creazione di un eco-sistema qualificato di partner, capaci di accelerarne il percorso. I manager devono compiere le scelte corrette grazie alla presenza di figure professionali capaci di guidarli verso la verifica dei requisiti per fruire delle agevolazioni. Questo percorso richiede figure professionali nuove, specializzate in innovazione digitale e capaci di valutarne pienamente l’impatto in termini di cost saving e vantaggio competitivo.

A.O.: Il concetto di Industria 4.0 ha aperto la strada all’avvento sul palcoscenico dell’automazione dei ‘big player’ del mondo IT: in che modo questo modifica il panorama del comparto? Quali opportunità apre la presenza di soggetti provenienti dal mondo IT e quali criticità?

Randieri: L’Italia, oltre a essere il secondo mercato manifatturiero in Europa, ha più del 50% del PIL derivato dal settore manifatturiero e relativo indotto. Così sta attirando la presenza di diversi big player, che mirano a investire nelle aree riguardanti l’innovazione nei mercati manifatturiero e alimentare. Tutto nell’ottica della semplificazione della tecnologia, offrendo alle imprese l’opportunità di essere più veloci, efficaci e di conseguenza competitive. Ciò modificherà anche il panorama del comparto automazione, ponendo l’accento sull’importanza di ripensare le soluzioni offerte in chiave sempre più personalizzata e in ottica ‘green’, per contenere l’impatto ambientale. Non solo, assisteremo anche alla progressiva migrazione dell’offerta verso il servizio, che diverrà centrale rispetto al prodotto, marcando ancora di più l’esigenza di un approccio 4.0 anche per la supply chain e value chain. Tra le varie opportunità tendo a sottolineare quella che riguarda la formazione, con riferimento non solo alle nuove figure professionali, per esempio quella del service engineer, ma anche in riferimento alla riqualificazione del personale esistente. Proprio quest’ultimo è da intendersi come risorsa preziosa che, grazie all’acquisizione di un nuovo know-how nonché nuove competenze e disponibilità dei dati forniti dall’IIoT (Industrial IoT), sarà in grado di aumentare la capacità produttiva aziendale, contribuendo alla progressiva migrazione da un’automazione industriale a un’automazione cognitiva.

 

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 399 (Giugno/Luglio 2017), pubblicata da I. De Poli.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-giugno_luglio-2017

138 AO 399 Giugno/Luglio 2017 – Identificazione e tracciabilità nell’era dell’IoT

Rfid, NFC e BLE intervengono a monte della filiera del dato, acquisendolo con peculiarità tecniche e prestazionali uniche e adattandosi al contesto dell’IoT, divenendo così la scintilla per l’interconnessione di persone, oggetti, servizi e processo

Intellisystem Technologies presenta una soluzione che utilizzando la tecnologia Rfid si pone l’obiettivo di garantire il miglioramento dei flussi logistici aziendali, facendo leva sull’eliminazione di diverse operazioni sino a oggi svolte manualmente. Il sistema denominato Logistics Rfid Scanner permette di dotare i reparti logistici di opportuni varchi elettronici intelligenti, definiti col termine ‘Gate Scanner’ che installati nei punti più nevralgici semplificano il controllo delle merci in ingresso e uscita di ogni magazzino o area di produzione. Ogni Gate Scanner è dotato di opportune antenne per l’identificazione e la tracciatura automatica di tutti gli oggetti a cui sono applicati i TAG Rfid che lo attraversano. Questa tecnologia offre uno strumento di identificazione e tracciatura ‘intelligente’ che memorizza e comunica le informazioni relative ai materiali e merci identificate in tempo reale grazie a uno scambio centralizzato delle informazioni. Il Logistics RFId Scanner, nel suo insieme, permette di automatizzare i processi di riordino delle merci e materie prime semplificando le attività di controllo, spunta e inventario senza provocare interruzioni nelle normali attività aziendali. Il controllo della tracciatura dei flussi logistici permette anche di riconoscere le difformità della merce in ingresso ai vari reparti aziendali consentendo una riduzione degli errori umani. Da tutto ciò scaturisce una netta ottimizzazione e velocizzazione dei percorsi a favore di un naturale innalzamento dei livelli di produttività aziendale grazie a meno errori nelle consegne, unitamente ad un migliore livello di servizio offerto. Il sistema Logistics RFId Scanner permette non solo di recuperare i cosiddetti tempi di “Stand-by” riutilizzabili a fini della produzione, ma anche di ottenere un “Payback Time” dell’ordine di pochi mesi. La forte adattabilità e scalabilità che caratterizza la soluzione proposta permette di realizzare soluzioni verticali progettate ad hoc per tutte le realtà industriali, anche le più differenti ed eterogenee.

Logistics RFID Scanner - Intellisystem

Articolo pubblicato su Automazione Oggi N. 399 (Giugno/Luglio 2017).

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-giugno_luglio-2017-2

Art. 131 FN 90 Febbraio 2017 – Tavola Rotonda “L’analisi tanto attesa”

VEDIAMO QUI I VANTAGGI CHE SI POSSONO OTTENERE CON LA BIG DATA ANALYSIS, NONCHÉ GLI STRUMENTI A DISPOSIZIONE E LE MODALITÀ CON CUI TRASFORMARE I DATI IN DECISIONI UTILI AL BUSINESS

Abbiamo chiesto ad alcuni dei principali attori del mondo dell’automazione industriale di fare luce sull’ampio tema della big data analysis, partendo dal suo significato per conoscere poi quali applicazioni siano state messe in campo dalle aziende da loro rappresentate.

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Con Letizia De Maestri, area marketing di Automata, Guido Porro, managing director per l’Italia ed Euromed di Dassault Systèmes, Massimo Bartolotta, machinery OEM segment manager per l’Italia di Eaton, Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies, Claudio Cupini, technical marketing engineer di National Instruments Italy, Giuseppe Magro, CEO di QCumber, Francesco Tieghi, digital marketing manager di ServiTecno, Roberto Motta, sales initiative Leader ‘The Connected Enterprise’ di Rockwell Automation e Alberto Olivini, portfolio consultant professional Siemens Digital Factory di Siemens Italia.

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Fieldbus&Networks: Potete spiegare che cosa è realmente la big data analysis?

Per Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it), quando si parla di big data si fa riferimento a una collezione eterogenea di dati grezzi che di per sé non hanno alcun valore se non analizzati e quindi rielaborati mediante le più moderne tecniche, meglio definite col termine ‘data mining’. “Questa tecnica può essere definita come l’attività di estrazione dell’informazione da una miniera di dati grezzi. Per capire meglio questo concetto occorre approfondire il significato di alcune parole. Il dato è l’elemento base potenzialmente informativo, le cui caratteristiche sono note ma non ancora organizzate o classificate, in quanto costituito da simboli che devono essere elaborati prima di poter essere compresi. L’informazione è il risultato dell’elaborazione di più dati che restituisce una serie di dati aggregati e organizzati in modo significativo. La conoscenza è una serie di informazioni che, aggregate tra loro, consentono di diffondere sapere, comprensione, cultura o esperienza. Di conseguenza, qualsiasi operazione di big data analysis consiste in tutte le attività che hanno come obiettivo l’estrazione di informazioni da una quantità di dati indefinita, ovvero tutto ciò che attraverso ricerca, analisi e organizzazione genera sapere o conoscenza a partire da dati non strutturati. Si tratta di una serie di tecniche e metodologie molto simili alla statistica ma con una grande differenza: la prima è usata per fotografare lo stato temporale dei dati, mentre il data mining è più usato per cercare correlazioni tra variabili a scopi predittivi”.

I vantaggi derivanti dall’analisi dei big data

F&N: Quali sono le aree di business interessate dall’analisi dei big data e quali vantaggi si possono ottenere da queste analisi?

Randieri: “I processi di analisi dei big data hanno subito nel tempo numerose trasformazioni, che evidenziano un processo ancora oggi in continua evoluzione sia in termini di tecniche sia di metodologie impiegate. Per capire meglio quali sono le aree di business interessate dall’analisi dei big data e quali vantaggi si possono ottenere occorre seguire il percorso evolutivo che negli anni ha caratterizzato l’analisi dei dati condotta tipicamente in azienda, per capire come si sia passati dall’analisi di semplici query su tabelle relazionali, all’adozione dei sistemi di BI e come i più avanzati strumenti di predictive analytics rappresentino oggi l’arma più sofisticata a disposizione di quest’ultima. L’approccio all’analisi dei big data permette di superare tutte le limitazioni dei classici software ERP. La BI, facendo leva sul moderno concetto di big data, è un sistema di modelli, metodi, processi, persone e strumenti che rendono possibile la raccolta regolare e organizzata del patrimonio dati generato da un’azienda. Inoltre, attraverso elaborazioni, analisi o aggregazioni, ne permette la trasformazione in informazioni, la loro conservazione, reperibilità e presentazione in una forma semplice, flessibile ed efficace, tale da costituire un supporto alle decisioni strategiche, tattiche e operative”.

F&N: Quali sono gli strumenti oggi a nostra disposizione?

Randieri: “Le tecniche di analisi, facendo leva sul concetto di data mining, consentono di scavare nei dati ed estrarre informazioni, pattern e relazioni difficilmente identificabili. L’utilizzo di queste tecniche a fini previsionali fa leva sul concetto di ‘predictive analytics’, tipicamente utilizzato in molteplici settori economici. Il data mining può essere impiegato per l’identificazione di comportamenti anomali dei dati atti a indentificare situazioni rischio o di pericolo per l’azienda. La ‘churn analysis’ consiste invece nell’analisi del comportamento della clientela per determinare la probabilità e quindi la tendenza che hanno i clienti di passare alla concorrenza. Infine, le analisi predittive dell’andamento delle vendite o genericamente dell’andamento di serie temporali sono un altro degli ambiti di impiego del data mining, che di norma utilizzano le più moderne tecniche di intelligenza artificiale, come reti neurali artificiali, logica fuzzy ecc.”.

Big data e realtà: i limiti della modellazione

F&N: Come possono essere tecnicamente condotte le analisi dei big data e come risolvere il vincolo relativo all’impossibilità di modellare la realtà?

Randieri: “Ma come si fa a modellare la realtà? È una domanda semplice, ma che racchiude in sé forse tutta la complessità della scienza, perché probabilmente è anche una domanda senza una risposta ben definita se non la si focalizza a porzioni di essa nettamente definite. La soluzione analitica al problema è la parte minore, soprattutto oggi che abbiamo a disposizione tecniche matematiche e informatiche molto potenti e sofisticate. Spesso, la mancata soluzione non dipende dalla tecnica, ma dal fatto che si imposta male il problema da risolvere. La risposta quindi alla domanda iniziale non può essere che il consiglio di imparare ad analizzare i dati integrando i propri studi tecnici con le più moderne tecniche di analisi. Nel caso della business intelligence le tecniche di predictive analytics ne rappresentano la naturale evoluzione. È ormai ben noto che le aziende che hanno già adottato un sistema di BI riescano meglio a comprendere le potenzialità offerte dall’implementazione di tali tecniche. In aggiunta, vi è la consapevolezza di essere a metà dall’opera, avendo a disposizione una base dati sicuramente aggiornata, pulita e certificata”. Magro cita una frase del professor P.E. Box: “‘All models are wrong but some are usefull’, ovvero è evidente come, anche di fronte a sistemi molto complessi, non sia possibile fare altro che tentare di modellarne il comportamento se si vogliono assumere decisioni efficaci. Le analisi di big data seguono protocolli classici di data mining, opportunamente adeguati per gestire flussi eterogenei e fortemente dinamici. La costruzione del modello concettuale di analisi segue i paradigmi classici della scienza e della tecnica, con una differenza sostanziale data dalla possibilità di far apprendere alle macchine dalle analisi che esse stesse svolgono sui dati, una nuova era per l’intelligenza artificiale che, grazie al machine learning, sta conoscendo una seconda giovinezza e aprirà scenari assolutamente inesplorati di opportunità e rischi che dovremo imparare a gestire”.

Dai dati alle decisioni: un passo decisivo

F&N: La trasformazione dei dati in decisioni è probabilmente l’azione più importante e delicata di tutto il processo di big data analysis. Cosa ne pensate?

Randieri: “Trasformare i dati grezzi in informazione, così da poter orientare meglio le decisioni, modificando e migliorando la visione che abbiamo del mondo che ci circonda o quella parte del mondo che abbiamo scelto come contesto di ragionamento è più facile dirsi che a farsi. Il rischio più grande dei big data è di cominciare una raccolta infinita di dati inutili poiché totalmente scorrelati tra loro da essere non classificati e quindi impresentabili. Occorre dunque orientarsi seguendo logiche ferree in grado di stabilire fonti e regole, a valle di una strategia caratterizzata da driver ben definiti, quali: cosa è necessario scoprire e dove si sta cercando per scoprire correlazioni e informazioni di cui non si ha coscienza. Superata la prima fase di raccolta dei dati segue quella della presentazione quale strumento base per l’analisi e per le attività di disseminazione”.

Qualche consiglio per introdurre la Business Intelligence

F&N: Che effetto sta producendo a livello organizzativo la BI estesa e che passi dovrebbe intraprendere un’organizzazione che volesse investire in questa disciplina?

Randieri: “Il mio consiglio per le aziende che vogliano imparare a padroneggiare gli strumenti della big data analysis può essere strutturato nei seguenti passi: scegliere un problema di business da risolvere che possa offrire un successo iniziale, tenendo conto che dove vi sono tanti dati, incertezza e complessità, in realtà si cela sempre un’opportunità, un ritorno veloce, o qualcosa perfezionabile, magari di grande impatto; ricorrere almeno inizialmente a risorse in outsourcing o a software pronti all’uso quando manca internamente la presenza di una specifica competenza; individuare nei progetti gli elementi della catena della propria struttura aziendale da convincere sul reale valore di questi strumenti, poiché spesso sono proprio coloro che prendono le decisioni, a essere tendenzialmente più scettici e conservativi; partire da un business case convincente, valutando in che tempi e in che modi sarà necessario formare internamente competenze e sviluppare internamente i tool necessari”. Secondo Randieri chi guida questi progetti deve avere molta confidenza gli strumenti di analisi, sapere porre le giuste domande e conoscere come ricavare dai dati strutturati le giuste risposte, avere competenze IT di accesso ai dati e agli insight, ma soprattutto sapersi approcciare a qualsiasi tipologia eterogenea di dato. “Tipicamente è molto raro che tutte queste competenze siano presenti nella stessa persona, ma devono esserci almeno nello stesso team di lavoro. È proprio per questo motivo che la maggior parte delle aziende non è ancora capace di definire strategie di business strutturate in grado di sfruttare appieno tutto il valore insito nei dati. Questo perché, nonostante le grandi organizzazioni stiano già introducendo nei loro organigrammi nuove funzioni deputate a gestire l’analisi di dati, quale la figura del Chief Data Officer, in realtà non esistono ancora oggi figure professionali appositamente codificate e formate ad hoc”.

Big data analysis e Internet of Things: due temi correlati

F&N: Spesso si associa il tema della big data analysis a quello dell’Internet of Things. Cosa ne pensate della correlazione fra i due argomenti?

Secondo Randieri l’obiettivo primario dell’IoT consiste non tanto nel dimostrare che gli oggetti possono comunicare tra di loro, quanto che dagli oggetti possiamo apprendere e classificare nuove informazioni. “La grande sfida della nostra era consiste nel permettere alle imprese di trasformare la conoscenza acquisita dagli oggetti in azioni operative che abbiano una ricaduta a effetto immediato sul business che si intende perseguire. Per arricchire la relazione con i clienti, al fine di fornire servizi a minor costo, occorre sempre più frequentemente poter definire nuovi modelli di business da sperimentare, correggere e mandare in produzione. Dalla diffusione massiva dell’Industrial Internet of Things (IIoT) arriverà nei prossimi anni una mole crescente di dati che avrà bisogno di essere elaborata per diventare informazione intelligente per le imprese. Con la crescita e lo sviluppo dell’IoT crescerà parimenti il volume di dati che sensori, videocamere e apparati metteranno a disposizione. La vera rivoluzione dell’IoT sarà intrinseca nella capacità di gestire i big data analizzandoli con le più moderne tecniche di real time analytics. Questa affermazione diventa ancor più concreta quando ci si focalizza al campo d’azione della Industrial Internet of Things, ovvero tutte quelle applicazioni di tipo industriale che sono a loro volta alla base del concetto di Industria 4.0. Proprio in questo contesto si dovrebbe puntare al fine di migliorare i processi di business per far decollare un progetto di IoT industriale sostenibile e concreto, individuando le esigenze dei responsabili aziendali, parlando la loro stessa lingua, cercando di far comprendere il reale valore che l’IoT può portare in termini di business”.

Qualche esempio concreto…

F&N: Potete descrivere un’esperienza significativa e rappresentativa della big data analysis intrapresa dalle vostre aziende?

Randieri evidenzia come la chiave di successo di Intellisystem Technologies negli anni sia sempre stata la motivazione e l’interesse verso l’innovazione, la ricerca e lo sviluppo. “Considerando da una parte l’innovazione tecnologica, dall’altra l’evoluzione della normative e infine le esigenze di business che impongono la necessità di conquistare vantaggi competitivi rispetto alla concorrenza, abbiamo messo a punto diverse soluzioni per gestire l’Industrial IoT. Intellisystem è da anni attiva per aiutare le aziende a estrarre tutto il potenziale di conoscenza intrinseco nei dati, integrandolo nei processi decisionali e di business”.

Tavola Rotonda – Fieldbus & Networks N. 90 (Febbraio 2017), pubblicata da M. Marino.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/fn-febbraio-2017

130 AO 395 Gen-Feb 2017 – Curarsi con la tecnologia

Il mercato dell’health&care è uno dei pochi che attualmente mostra un ottimo andamento in tutto il mondo e che si sta sviluppando con una forza impressionante sia nelle economie sviluppate, sia in quelle emergenti. Negli Stati Uniti, per esempio, si stima che il settore sanitario ricopra circa un sesto dei 18.000 miliardi di dollari del PIL, con costi di gran lunga superiori a quelli di qualsiasi altro paese, specialmente per i farmaci biotech, che rappresentano la nuova frontiera di questo comparto. Anche in Europa il livello di spesa del settore ha una spiccata tendenza alla crescita dove il rapporto spesa sanitaria/PIL e del 10,3%, con alcune nazioni (Olanda, Francia, Germania) molto al disopra la media e altre (Grecia, Portogallo, Regno Unito, Italia) al di sotto. La crescita è poi dirompente in Paesi emergenti quali la Cina e nel resto dell’Asia, in America Latina e persino Africa. Nei Paesi emergenti la spinta è stata data dallo sviluppo della medicina di base, mentre negli Stati Uniti la rivoluzione informatica, unitamente all’avvento dell’era del Big Data, ha favorito un ‘salto’ spettacolare a favore dell’aumento della produttività della ricerca. Secondo le migliori previsioni, il fatturato totale del segmento biotech, che a oggi è stimato in 120 miliardi di dollari, potrebbe in breve tempo balzare a 400 miliardi, per raggiungere poi i 550-600 nel 2020, grazie al rilascio di nuovi biofarmaci. La diffusione dei dispositivi mobile costituisce del resto una sfida anche per Intellisystem Technologies, che collabora con diversi brand del settore medicale. Già negli anni 2003 l’azienda ha collaborato a un progetto di ricerca con il Policlinico Universitario di Catania per il monitoraggio e la diagnostica da remoto di malattie infantili metaboliche rare, quali il morbo di Krabbe. Negli anni a seguire ha progettato e realizzato un dispositivo per l’health&care dei piccoli prematuri del Policlinico Universitario di Cagliari, che permetteva alle madri di collegarsi da remoto alla nursery e parlare al piccolo: la presenza ‘virtuale’ della madre, con la sua voce, gioca un ruolo fondamentale nel calmare i piccoli prematuri. Altre soluzioni si potrebbero realizzare con i ‘wearable’, ovvero i dispositivi high-tech che possono essere indossati secondo necessità. Si stima che in media nel 2019 un device indossabile incorporerà 4,1 sensori, contro gli 1,4 di quest’anno. Secondo uno studio condotto della società di analisi IHS, nel 2017 si passerà dagli attuali 86 milioni a 175 milioni di sensori per dispositivi indossabili venduti, per arrivare a 466 milioni nel 2019. Si parla inoltre dell’integrazione tra social network, smartphone e tecnologie indossabili, dove il protagonista del social non sarà più la persona bensì il dispositivo. Un esempio per tutti è CureToghether, un social network fatto di pazienti i cui contenuti sono prodotti da dispositivi wearable focalizzati sul monitoraggio della salute. La soluzione che sta mettendo a punto Intellisystem Technologies mira all’interpretazione dei dati provenienti da questa moltitudine di dispositivi IoT più o meno evoluti. La scommessa è applicare le più moderne tecniche di Big Data analitycs per estrapolare informazioni su eventuali patologie silenti, che aspettano un fattore scatenante per manifestarsi. Attualmente, siamo ancora in una fase di ricerca e sviluppo ma contiamo nel prossimo futuro di coinvolgere università e istituti privati. Il vero ‘tallone d’Achille’ per il successo di questi servizi è rappresentato dalle problematiche di sicurezza e privacy. Questi dispositivi possono infatti trasmettere informazioni riservate relative alla vita privata del paziente. In diversi Paesi sono state definite alcune linee guida per la sicurezza e privacy in questo settore, ma rimangono ancora molte lacune.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Automazione Oggi N. 395 – Gennaio/Febbraio 2017.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-gennaio_febbraio-2017

133 AO 396 Marzo 2017 – Tavola Rotonda Marcia Indietro

Si chiama fenomeno ‘reshoring’ ed e la scelta delle aziende di riportare in patria il lavoro che avevano delocalizzato. Cosa ne pensano le aziende dell’automazione? 

Le imprese fanno marcia indietro, una tendenza che negli ultimi anni sta prendendo piede. Si chiama fenomeno ‘reshoring’ ed è la scelta delle aziende di riportare in patria il lavoro che avevano delocalizzato. Un fenomeno nato negli USA al tempo del presidente Obama, e ben rimarcato ora da Trump, è stato anche esportato in Europa e in Italia dove la tradizione manifatturiera è antica. Sono parecchi ormai i casi di ‘rilocalizzazione produttiva’ documentati e concentrati soprattutto nel nord Italia in quei settori in cui la manifattura italiana è più attiva come la meccanica, l’abbigliamento, l’arredamento, l’agroindustria e la farmaceutica. Settori in cui ci sono competenze, esperienza, cultura d’impresa, in cui è sapiente il mix di tradizione, innovazione, qualità, impiego intelligente di conoscenze produttive tecnologiche. E soprattutto in tempi di Industry 4.0, di digital manifacturing, di start-up è sicuramente una sfida da molti punti di vista. Ne abbiamo parlato con alcuni esponenti di aziende del mondo dell’automazione per capire quanto vale il vero ‘Made in Italy’. I nostri interlocutori: Alessandra Boffa, business development manager, Robotics & Motion Division di ABB (www.abb.it); Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it); Marco Filippis, product manager robot di Mitsubishi Electric (http://it3a.mitsubishielectric.com/fa/it); Roberto Zuffada, head of digital enterprise team di Siemens Italia (www.siemens.it), Francesca Selva, vice president marketing & events di Messe Frankfurt Italia.

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: Secondo dati del Centro Europeo Ricerche il reshoring è evidente in settori come meccanica, abbigliamento, arredamento, agroindustria e farmaceutica. Si rientra soprattutto da zone come Cina ed Europa orientale, al fine di ridare valore all’origine geografica dei prodotti, aumentare la qualità di prodotti e servizi, perché il fattore costo non è più così rilevante, per un più facile accesso alle innovazioni. Cosa ne pensa?

Cristian Randieri: Il reshoring ultimamente è un fenomeno di cui si sente parlare sempre di più e rappresenta oggi un argomento molto ‘intrigante’ poiché, di fatto, è opposto per definizione a quello dell’offshoring. Dopo decenni di delocalizzazione stiamo assistendo a un’inversione di tendenza, per cui ormai è quasi una realtà che negli ultimi anni gli imprenditori italiani rientrino (o quantomeno valutino attentamente di rientrare) nel Paese di origine. I costi di produzione sono notevolmente aumentati nei Paesi asiatici e la logistica rappresenta oggi un problema ancor più aggravato dalla crisi delle grandi compagnie che movimentano container. Sempre più aziende che prima e durante la crisi avevano delocalizzato, ora scelgono di rimpatriare, spinte da diversi fattori tra cui l’aumento dei costi del lavoro in Asia e i sintomi di ripresa in America ed Europa, talvolta favorite da politiche fiscali e di semplificazione tese a riattrarre in patria le imprese. Ma c’è di più: negli anni scorsi l’esigenza dei consumatori cinesi in termini di qualità è cresciuta a due cifre grazie al diffondersi di una classe media sempre più numerosa. Persone che cercano prodotti ‘fatti bene’ che non vogliono sentir parlare di ‘Made in China’ bensì di ‘Made in Italy’. Il reshoring oggi è ormai una realtà confermata anche da uno studio recente condotto dalla Cbi, la Confindustria inglese, che conferma questa tendenza tra i dirigenti delle maggiori imprese di UK, Italia, Germania, Francia e Olanda. Anche in Italia sono stati condotti diversi studi in merito, tra cui quello del gruppo di ricerca Uni-Club More Back-reshoring dal 1997 al 2013, a cui partecipano gli atenei di Catania, L’Aquila, Udine, Bologna, Modena e Reggio Emilia. Tale studio evidenzia come al concetto di reshoring si possa aggiungere anche il near-reshoring, etichetta con cui si intende descrivere l’azienda straniera che decide di spostare la propria produzione o parte di essa in un Paese più vicino alla casa madre (in questo caso, l’Italia). Chiaramente la partita del ritorno della manifattura in Italia si gioca sul piano delle sfide tecnologiche imposte dall’Industria 4.0 e dalle condizioni e politiche che l’amministrazione intenderà mettere in atto per rendere ancora più competitivo il nostro Paese. Sicuramente far tornare in Italia la manifattura è l’unica e l’ultima possibilità per riportare ‘a casa’ parte del lavoro perduto. Tutto ciò oggi non è più utopia: il reshoring è già una realtà di molte aziende. Ma non basta, servono politiche economiche che sostengano in modo serio chi ha ancora voglia di fare impresa in Italia, unite a una nuova strategia industriale che punti sull’innovazione della fabbrica, sempre più intelligente.

 

A.O.: Certamente un fenomeno da favorire dal momento che il mercato internazionale è sensibile alle produzioni 100% Made in Italy. E certamente una sfida per le aziende. Ma cosa serve per attuarlo?

Randieri: In Italia quando si parla di reshoring tipicamente ci si riferisce al comparto tessile e calzaturiero, poiché assieme rappresentano oltre il 43% del totale, settori che storicamente sono stati sinonimo di eccellenza del Made in Italy, a cui seguono l’elettronica- elettrotecnica (quasi 19%) e infine automotive, meccanica, mobili e arredo che raggiungono a malapena il 5% ciascuno. Le aziende che ancora oggi scelgono di produrre in Italia sono la conferma di quanto, per prodotti di qualità e prezzo elevato, sia più importante il luogo di produzione del costo di trasporto. La sfida per trattenere e riportare la manifattura in Italia riguarda più che altro il riposizionamento verso produzioni complesse e di qualità, per le quali è fondamentale il legame con il territorio che deve essere capace di innovare e controllare l’intero ciclo produttivo, partendo dalla progettazione per giungere alla realizzazione e all’offerta del servizio al cliente. Di fatto le poche imprese italiane che si accingono al fenomeno del reshoring sono quelle in grado di sperimentare costantemente nuove tecnologie e nuovi modelli organizzativi. In altre parole, quelle che facendo leva sulla ricerca e sviluppo mostrano maggiore capacità di fare del rapporto col territorio un vantaggio competitivo. In realtà il reshoring è un fenomeno non facile da favorire. Anche se considerato come una delle scommessa atte a favorire la crescita dell’industria italiana intesa come cardine per lo sviluppo dell’intero Paese. Una scommessa che si gioca sull’attrazione di investimenti internazionali (che iniziano a mostrare un timido aumento, anche se ancora insufficienti) e sulla promozione di investimenti interni volti all’espansione delle imprese italiane sui mercati esteri. Occorrono nuove strategie convergenti capaci di indurre un attivismo manifatturiero adatto a sfide industriali non solo europee ma anche globali. Per poter sostenere questa sfida bisognerebbe avere una pubblica amministrazione più snella, trasparente ed efficiente che, facendo leva su una giustizia tempestiva ed efficace, sia capace di sradicare tutti i fenomeni di illegalità, corruzione e concorrenza sleale delle imprese. Un fisco meno esoso caratterizzato da regole semplici e chiare. Infrastrutture materiali e tecnologiche di alto livello che partano da una viabilità più efficiente per arrivare a una maggiore diffusione della banda larga. Maggiore attenzione per tutte le attività di ricerca e formazione che mettano al primo posto il concetto di qualità. In altre parole, la ridefinizione di un ambiente più naturale che sia favorevole non solo per l’impresa, ma anche per la cultura di mercato e la competizione. Il reshoring deve essere attuato partendo dal concetto ‘di fare meglio e di più’ per arrivare a una condizione di sviluppo economico che sia capace di colmare il gap di memoria tra passato e futuro, integrando vecchie e nuove competenze che non possono più prescindere dall’applicazione del concetto di digital manufacturing. Per tornare a produrre in Italia occorrono competenze, esperienza e cultura d’impresa capaci di rivalutare il concetto del Made in Italy, focalizzandosi su quei fattori (il capitale umano, il capitale sociale, le esperienze di territori di antica e solida industrializzazione, l’attitudine alla flessibilità e all’innovazione di processo) capaci di rimettere in gioco il connubio tra tradizione e innovazione, secondo il puro e inconfondibile stile italiano che da sempre ci contraddistingue.

 

A.O.: Negli USA il fenomeno è dovuto principalmente a incentivi volti a favorire il ritorno delle imprese. In Italia?

Randieri: La tendenza al reshoring, oggi cavallo di battaglia della politica Trump, ha iniziato per la prima volta a manifestarsi negli USA sin dal periodo antecedente la crisi del 2009. Tra il 1998 e il 2012 la manifattura americana ha avuto una forte riduzione del prodotto interno lordo, passando dal 15% all’11%, perlopiù causato dalla progressiva migrazione all’estero delle attività produttive che ha danneggiato l’indotto, sia nell’industria sia nel terziario, arrivando a bruciare quasi 6 milioni di posti di lavoro. Innescando un effetto moltiplicatore negativo che ha generato perdite all’economia la cui stima è stata superiore al valore della produzione delocalizzata. Per porre rimedio a ciò e spinta da effetti convergenti quali la diminuzione del costo dell’energia e il progressivo rincaro della manodopera cinese, l’amministrazione americana si è attivata predisponendo tutta una serie di misure per facilitare il reshoring, ben presto imitata anche da alcuni Paesi europei, primi fra tutti il Regno Unito: incentivi alla ricerca e sviluppo, agevolazioni fiscali, hub industriali ecc. In Italia e in Europa il fenomeno è più recente, qualcosa si muove nelle aziende manifatturiere che quantomeno sono fortemente ‘stuzzicate’ nel ripercorrere all’indietro la via per l’oriente. A mio avviso però è ancora troppo presto per immaginare un trend che nettamente faccia recuperare al nostro Paese una manciata di punti di PIL nel comparto manifatturiero, ma di certo il reshoring è un’opportunità che va attentamente presa in considerazione e non va sprecata, soprattutto nell’ottica di rinvigorire il valore originario del Made in Italy: quel ‘saper fare bene’, che ancora oggi malgrado la forte crisi continua a costituire il nostro più grande patrimonio industriale, che deve essere tutelato e tramandato alle future generazioni. In Italia il saldo tra le aziende che lasciano il Paese e chi rientra è purtroppo ancora negativo, tuttavia diverse imprese che avevano delocalizzato in Cina, Vietnam, Romania timidamente iniziano a tornare a produrre a casa propria. Le dimensioni del fenomeno in Italia per il momento sono ancora fortemente circoscritte e inferiori rispetto agli Stati Uniti, anche perché in Italia purtroppo non esiste lo shale gas (gas metano estratto da giacimenti non convenzionali in argille parzialmente diagenizzate, derivate dalla decomposizione anaerobica di materia organica contenuta in argille durante la diagenesi), di contro l’energia è più cara del 30% rispetto alla media europea, rendendo le nostre imprese meno competitive nell’attrarre investimenti e capitali esteri. Il reshoring italiano rimane quindi circoscritto alle produzioni di qualità, in particolare la manifattura associata al Made in Italy, e quelle delle tecnologie complesse che richiedano una forte interazione tra il centro di ricerca e sviluppo e quello di produzione. Mi riferisco alle produzioni complesse pensando in particolar modo all’automazione industriale spinta e alla meccanica di precisione che richiedono un mix di conoscenza, tecnologia e lavoro specializzato, per nostra fortuna, ancora difficilmente replicabili nei Paesi emergenti. Sin quando rimarrà l’incertezza sul futuro, anche chi potrebbe tornare o rafforzare la sua presenza tende a rinviare la decisione. Molti preferiscono limitare al minimo le nuove assunzioni, anche se in questo periodo le azienda ne avrebbero probabilmente bisogno. Gli imprenditori delle piccole realtà produttive sono rimasti traumatizzati dal fatto di aver dovuto licenziare, negli anni più duri della crisi, i propri dipendenti. Per molti quella decisione è stato un trauma perché dietro ogni dipendente c’è sempre una persona con cui si è lavorato per molti anni e con cui si è stretto un rapporto particolare. Oggi, prima di tornare ad assumere, vogliono pensarci due volte. Devono evitare di trovarsi di nuovo in una situazione come quella vissuta. Sono tuttavia le imprese di dimensione maggiore quelle che alimentano soprattutto il fenomeno del reshoring.

 

A.O.: Automazione, digitalizzazione, innovazione, Industry 4.0 sono in grado di aiutare tale fenomeno?

Randieri: Sicuramente il reshoring è uno degli elementi significativi connessi al concetto di automazione, digitalizzazione, innovazione, Industry 4.0, inteso come l’elemento capace di sostenere e generare la riorganizzazione del sistema produttivo secondo tale metodologia. L’impatto sulle imprese di questi elementi è quello di incrementare la produttività e ridurre i costi di produzione, con un effetto sostituzione che attiene alle competenze e alle capacità della forza lavoro di interagire con la dimensione digitale dell’organizzazione, dell’azienda e della supply chain. La quarta rivoluzione industriale senza ombra di dubbio rimette al centro il lavoro in termini di competenze, la qualità, il valore del Made in Italy, stimolando il rientro in patria della produzione. Per sfruttare al meglio questa nuova opportunità occorre però effettuare un’attenta analisi delle criticità del sistema Italia. Tutto ciò che ha a che fare con la riorganizzazione e modernizzazione di qualsiasi processo produttivo ha sicuramente un impatto positivo in termini di reshoring. È ben noto che il fenomeno opposto della delocalizzazione è avvenuto unicamente per risparmiare sui costi considerandoli come fattore più importante di molti altri. Se da un lato è vero che la delocalizzazione tende a rimpatriare la produzione, ciò non implica che Industry 4.0 necessariamente porti nuovamente tutto il lavoro in Italia, questo perché il tasso di sostituzione robotica è più alto rispetto al reshoring. Il problema di fondo rimane comunque quello di non riuscire a garantire i livelli occupazionali che erano presenti in precedenza all’offshoring. Secondo alcune stime si parla di ripristinare solamente il 10-15% di quello che era l’occupazione prima che le aziende migrassero all’estero, con l’ulteriore restrizione che prevede l’utilizzo di manodopera sempre più qualificata. Infatti è ben noto che tutte le tecnologie connesse a Industry 4.0 richiedono nuove competenze difficili da trovare che sicuramente rendono certe forme di lavoro umano economicamente non competitive. I progressi tecnologici porteranno all’automazione di molti processi manuali esistenti, ma non provocheranno la sostituzione delle persone, piuttosto ne cambieranno il ruolo: assisteremo allo spostamento dall’esecuzione manuale della produzione, alla supervisione dei processi automatizzati in tempo reale. Con la progressiva introduzione dell’IoT in fabbrica la catena di montaggio cambierà il ruolo dell’operaio limitandolo alle attività di configurazione dei macchinari e della relativa supervisione. I robot avanzati potranno essere impiegati in attività sempre più simili a quelle umane. La produzione verrà gestita virtualmente, favorendo sempre più il controllo remoto grazie a cui sarà possibile individuare i problemi e risolverli a distanza. Quindi se da un lato è vero che Industry 4.0 rappresenta un’occasione da non perdere, dall’altro il rischio è che le produzioni si possano spostare in altri Paesi europei, maggiormente competitivi sul piano Industry 4.0. Bisogna essere in grado di cogliere l’occasione di rinnovamento del sistema Paese rappresentata da Industry 4.0 integrando la manifattura classica e l’industria metalmeccanica con altri settori e servizi innovativi e tecnologici, ridefinendo i processi produttivi. Non dimentichiamo mai che la delocalizzazione è un fenomeno legato al costo del lavoro e alla produttività, Industry 4.0 invece è una sorta di modernizzazione dei processi produttivi di tipo tradizionale. Quindi, si può parlare con maggior sicurezza solo di un ritorno in Europa dei processi produttivi delocalizzati, e quindi di near reshoring. L’Italia per reggere la concorrenza europea deve lavorare di più su formazione e materia prima umana, su un forte coordinamento delle filiere. Occorre coinvolgere imprenditori e manager, che non sempre sono in grado di districarsi tra interventi da fare, investimenti e budget. Investire in innovazione purtroppo non basta, occorre una visione strategica moderna, perché Industry 4.0 digitalizza tutte le fasi della produzione, della logistica, con strumenti innovativi. Industry 4.0 rinnovando tutta la filiera (produzione, distribuzione, logistica), valorizzando ricerca e sviluppo, design, puntando su innovazioni con forte contenuto tecnologico, può rende più conveniente riportare in patria la produzione. Quando alla richiesta di competenza si uniscono i processi di automazione abbiamo un connubio perfetto, perché l’automazione mira alla riduzione dei costi ampliando i volumi, mentre la competenza riduce la complessità di lavorazione, migliorando le modalità di lavoro, alimentando sia l’innovazione di prodotto sia di processo. Saper sfruttare a pieno i fattori fondamentali che collegano Industry 4.0 e rilocalizzazione significa modernizzare il processo produttivo, consentendo di ridurre i costi aumentando nel contempo il valore percepito dal cliente, attraverso la qualità del prodotto. Su tutto questo bisogna puntare mediante un piano di politica industriale ben preciso, che abbia obiettivi chiari per il Paese, indicando quali strumenti e quali incentivi attivare. Occorre rendere più flessibili i bandi europei, unificandoli per filiere e settori, puntando maggiormente su forme innovative di aggregazione, come i contratti di rete.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 396 (Marzo 2017), pubblicata da A. Cattaneo e C. Cominotto.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-marzo-2017

134 AO 397 Aprile 2017 – Tav. Rot. Velocità e collaborazione

La trasformazione digitale nell’ICT arriva (finalmente) anche in Italia. Nella prima parte del nostro Panorama indaghiamo con alcune aziende quali sono le tecnologie protagoniste di questa rivoluzione, tra IoT, Big Data, cloud e cyber physical systems, e i benefici che portano, per poi sondare criticità e nuovi skill richiesti

Da sempre le imprese ricorrono all’ICT per crescere e innovare: la rivoluzione digitale irrompe oggi nell’industria rendendone più rapida l’adozione, unendo servizi diversi in modo più veloce ed economico. La trasformazione digitale porta nelle aziende un supplemento di informazioni la cui analisi può attivare specifiche azioni volte a migliorare e ridisegnare processi e componenti, accelerando l’innovazione e rendendo la produzione più smart e flessibile, per agire meglio e prima dei concorrenti. L’immissione di Big Data, acquisiti tramite IoT e CPS (cyber physical systems), promette di comprendere in modo migliore il comportamento dei prodotti e il loro impiego in contesti reali, che risalendo la catena del valore abilitano una sorta di progettazione aumentata da questo flusso di informazioni. Caratteristica peculiare delle nuove piattaforme digitali sono il dinamismo e la velocità, che segnano il discrimine rispetto all’IT tradizionale introducendo interconnessioni in tempo reale e meccanismi di feedback più serrati, in grado di portare più intelligenza e capacità predittiva nei processi di business. La contaminazione digitale porta quindi nuove forme di collaborazione e integrazione all’interno delle imprese tra diversi ruoli e funzioni aziendali, ma anche tra imprese e mondo esterno. Gli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano parlano per il 2016 di un miglioramento dei tassi di adozione nelle imprese italiane di nuove tecnologie digitali, tassi un poco superiori alla media europea, ma che in valori assoluti posizionano l’Italia ancora al quart’ultimo posto nella UE-28. Ciò è dovuto a motivi diversi: persistenza del digital divide, forte resistenza della PA all’interoperabilità delle reti pubbliche e prolungata stagnazione della domanda interna, che negli ultimi anni ha scoraggiato nuovi investimenti che includono sovente le tecnologie più all’avanguardia. C’è molto da fare, ma il nostro Paese sembra comunque aver imboccato la via di un recupero del gap, sostenuta per il futuro anche dalle nuove misure del Piano Nazionale Industria 4.0, a supporto sia di iniziative private di trasformazione digitale sia per l’avvio di sperimentazioni di smart manufacturing nel sistema industriale italiano.

 

La trasformazione digitale nelle imprese

Nella spesa ICT mondiale, IDC registra un progressivo spostamento verso progetti di trasformazione digitale, stimando che I trend che cambiano le applicazioni ICT per percentuali di aziende che li ritengono rilevanti. Fonte infografica Osservatori Digital Innovation PoliMi nel mondo supereranno i 2.100 miliardi di dollari nel 2019, pesando oltre il 50% sul totale degli acquisti in ICT. Nel 2015, la quota destinata alla trasformazione digitale era poco sopra il 30% del mercato totale ICT, salita dal 28% del 2014, anno in cui l’istituto ha iniziato a monitorare il fenomeno. IDC stima che per il 2016 questa dovrebbe aver superato il 35%, poco sopra i 1.300 miliardi di dollari, e prevede che superi il 40% nel 2017, fino a toccare il 52% nel 2019. Anche in Europa, le aziende hanno quindi cominciato a indirizzare gli investimenti verso le tecnologie della Terza piattaforma, nuovo paradigma tecnologico cui fa riferimento IDC e che include un ecosistema di risorse e applicazioni integrate in vario modo, con protocolli IT, reti geografiche WAN e servizi cloud, infrastrutture mobili, Big Data Analytics, social media e networking ad alta velocità, succedendo a un IT fatto di mainframe e terminali che caratterizzava la Prima piattaforma nell’era pre-Internet e alle architetture client/server cablate mediante reti locali LAN della Seconda piattaforma, che aveva segnato il passaggio dall’IT all’ICT. Secondo IDC, la digital transformation è vista come principale priorità di business per i mesi a venire dal 66% delle aziende europee intervistate, mentre l’80% ha già individuato al proprio interno un responsabile per le attività connesse, nel 23% dei casi il CIO, nel 19% il CTO e nel 14% il CEO. Secondo l’istituto, la trasformazione digitale è infine una delle priorità di business principali anche per le aziende italiane: lo era per il 66% nel 2015 e lo è stata per il 76% delle imprese nel 2016, con impatti su competenze, collaborazione, stile di innovazione e visione.

Le tecnologie digitali in Italia

Gli investimenti 2016 in software applicativo da parte delle imprese italiane mostrano un forte exploit anche nel report Assintel realizzato da Nextvalue, con una spesa a 2.822 milioni di euro in crescita del 5% sul 2015. Il segmento Extended ERP si posiziona al primo posto in valore, con 479 milioni, seguito da applicazioni verticali di Industry, 467 milioni, IoT, 393 milioni, e Workplace application, 384 milioni. Dopo anni di arretramento degli investimenti nel manifatturiero, torna a crescere in Italia anche il segmento PLM, progettazione e automazione e GIS (sistemi informativi geografici e territoriali), salendo del +3,8% a quota 184 milioni di euro. Ragione del ritrovato slancio l’esigenza di migliorare capacità competitive, efficienza e time to market, per cui l’attuale parco installato di soluzioni IT appare inadeguato. Nel processo in corso, Nextvalue sottolinea però ancora la mancanza di una visione ‘data driven’ che ponga il dato, in qualunque formato purché standardizzato, al centro di una vista univoca di tutte le funzioni aziendali, per poter condividere dati e informazioni attraverso modalità e strumenti innovativi di collaborazione. Si aprono collateralmente ampie possibilità di introdurre nuovi workflow che implementano tali processi di condivisione con gestione integrata dell’informazione, che coinvolgono anche partner e fornitori, andando verso pratiche di crowdsourcing. Essenziale è il contributo dei cosiddetti digital enabler, con la spesa IT relativa a cloud computing, mobile enterprise, cybersecurity, advanced analytics e Big Data, IoT e tecnologie per customer journey che per Nextvalue è in crescita composta proiettata nel triennio del +9,4%, contro il comparto IT esistente che nello stesso periodo dovrebbe scendere del -2,6%.

Dati al centro, analytics e IoT

L’Italia sembra quindi ben recepire il trend dell’impresa data driven, con la spesa IT in advanced analytics e Big Data che per Nextvalue è stata di 733 milioni di euro nel 2016, in crescita annua del +16,2%. Tra i settori, le banche si collocano al primo posto per diffusione di queste tecnologie, con il 31%, seguite da industria, 20%, telecomunicazioni e media, 14%. Adozione forte anche nel commercio, in particolare nel retail, con +23%. La spesa in IoT ha toccato invece a fine 2016 i 1.924 milioni di euro, +28,4% sul 2015, con un’ampia varietà di applicazioni emergenti: qui il mercato italiano è stato finora trainato da segmenti che, seppur ancora in crescita, si avvicinano alla maturità, ovvero smart grid, con soluzioni di smart metering e contatori intelligenti per misurare i consumi, e smart asset management, per la gestione da remoto di guasti e manomissioni. Segue il segmento delle smart car, che in Italia conta quasi 6 milioni di auto connected, circa 1/7 del totale parco circolante, e qui le applicazioni riguardano la localizzazione e la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative (le cosiddette black box) e le auto connesse in modo nativo. Crescono infine a forte ritmo le soluzioni IoT di smart building, soprattutto per videosorveglianza, di gestione di impianti e di smart home, in un segmento che vale il 27% dell’odierna IoT. Nextvalue segnala infine nell’ambito Industry 4.0 le applicazioni di smart logistic, 12% del mercato, impiegate soprattutto per ottimizzare la logistica e per gestire flotte aziendali e antifurti satellitari. In questo ambito, l’IoT promette ulteriori estensioni applicative nella logistica interna e nell’ottimizzazione dei processi, nella compliance e sicurezza con tracciabilità dei flussi fisici e per ottimizzare l’intera supply chain. Prospettiva interessante è anche connessa ai beni strumentali, offerti in ‘modalità a consumo’ e ‘ore di funzionamento’, con possibilità di monitoraggio e controllo da remoto degli stessi.

Priorità e intenzioni di investimento

Orientamento al cliente e strategie di customer journey attraggono le aree di investimento a più alto potenziale per i prossimi 12 mesi delle aziende top (fatturato oltre 250 milioni di euro) e medio grandi (fatturato compreso tra 100 e 250 milioni) della ricerca Nextvalue condotta sui decisori IT di 1.000 imprese. Alte intenzioni di investimento toccano Big Data e advanced analytics, CRM, customer experience e user experience, mobile app per consumatori. Alta intenzione e alta priorità media di investimento anche per il cloud computing, come SaaS, e cresce l’importanza attribuita a iniziative in ambito IoT legate a progetti di manufacturing 4.0, ponendole a cavallo tra i quadranti di ‘nicchia’ e ‘alto’ potenziale. Qui, la valorizzazione dei dati raccolti e la messa a punto di strategie per il loro sfruttamento rimane un aspetto chiave, mentre gli stessi dati possono divenire un asset per generare valore mediante la vendita a terzi, aprendo nuove opportunità di business. Nel quadrante ‘enigma’ della ricerca, tra i progetti ancora a ridotta intenzione e priorità di investimento nei prossimi 12 mesi, compaiono invece cognitive computing, robotic, augmented reality e additive manufacturing e 3D printing.

Mobilità e app

In aumento è anche la diffusione di processi e operazioni disponibili tramite tecnologie mobili, con vantaggi in termini di aumento di produttività, efficienza, migliore esperienza d’uso e customer satisfaction. Secondo IDC, il mobile diviene il canale di interazione preferenziale per molti utenti, per cui è importante poter offrire app aziendali per svolgere attività sia attinenti a processi b2b sia b2c, rivolte a dipendenti, partner e fornitori, ma anche al contatto con il cliente. L’impiego di app mobili enterprise può consentire l’accesso a dati aziendali per gli utenti, al fine di svolgere il proprio lavoro anche da smartphone, tablet o tecnologie wearable. Secondo IDC, il mercato mondiale delle app mobili enterprise è cresciuto dai 2,6 miliardi di dollari del 2014 a oltre 3 miliardi nel 2015; dovrebbe aver superato i 3,5 miliardi nel 2016 e arriverà a sfiorare i 5 miliardi nel 2019. Le soluzioni di collaborazione vedranno la crescita percentuale più alta nel periodo, con crescita annua Cagr del +19,3%, contro una crescita media del 13,1% delle app ERP, il cui primato in valore assoluto nel 2019 verrà insidiato dalle prime. IDC introduce quindi l’interessante concetto di enterprise of everything, alla cui maturazione daranno un contributo forte app mobile e tecnologie di appoggio, insieme anche ad altre tecnologie come sensori e IoT, trasformando i processi aziendali e portandone alla creazione di nuovi, resi possibili e automatizzati da app e piattaforme intelligenti capaci di dialogare con sistemi centralizzati, persone, sensori distribuiti e macchine, guardando in direzione di Industry 4.0. Cosa ne pensano le aziende?

Con Cristian Randieri, presidente & ceo di Intellisystem Technologies; Roberto Vicenzi, vice presidente di Centro Computer; Massimo Bartolotta, machinery OEM segment manager per l’Italia di Eaton; Stefano Della Valle, VP sales and marketing di iNebula, del Gruppo Itway; Massimo Ippolito, Comau innovation manager; Leonardo Cipollini, business development director di Siemens Industry Software; Luca Landi, responsabile mercato Industry di Business-e, azienda del Gruppo Itway; Francesco Tieghi, responsabile digital marketing di ServiTecno.

 

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: IoT, cloud, Big Data, industrial analytics, realtà aumentata, pervasive computing, connessione a banda larga e mobilità. Quali sono per voi gli ingredienti della trasformazione digitale che cambiano il mondo ICT nell’automazione industriale e al cui sviluppo puntate con maggior interesse?

Cristian Randieri, presidente & ceo di Intellisystem Technologies (www.intellisystem. it): La digital transformation rappresenta la chiave d’accesso al processo di evoluzione attuale delle aziende che non vogliono perdere in competitività negli anni a venire. Tale fenomeno evolutivo non si limita alle nuove tecnologie e ai sistemi informativi, ma si spinge sino alla modernizzazione della cultura aziendale, e ai processi e modelli ad essa riconducibili. In altre parole, una vera e propria rivoluzione capace di innescare criticità in tutti i dipartimenti e nei tipici processi aziendali, quali marketing, vendite, servizi, ricerca e sviluppo. Nel campo dell’automazione industriale la digital transformation rappresenta ancor più un processo continuo cui le aziende devono puntare per adattarsi a un cambiamento radicale nel proprio mercato, la cosiddetta digital disruption. Occorre pertanto fare leva su tecnologie e competenze digitali per innovare i propri modelli di business, prodotti e servizi, migliorando nel contempo l’efficienza operativa e le prestazioni aziendali. Tale processo di trasformazione richiede cambiamenti abilitati dalla tecnologia che non si limitino solamente a una singola business unit. Per non farsi trovare impreparati occorre indirizzare gli investimenti IT nelle principali tecnologie della Terza piattaforma (cloud, mobile, Big Data analytics e social), puntando a modelli di customer experience più performanti in grado di gestire i dati come veri elementi di differenziazione, per creare nuovi modelli di business, senza limitarsi semplicemente a migliorare processi già esistenti.

A.O.: Produzione flessibile e smart, intelligenza distribuita e cyber physical systems, velocità e collaborazione in tempo reale, manutenzione predittiva, ottimizzazione e creazione di nuovi modelli di business. Quali sono i più importanti benefici che pensate porterà nell’industria la trasformazione digitale?

Randieri: I benefici che è possibile trarre dall’evoluzione delle tecnologie digitali, IoT, 5G, cloud computing, analisi dei dati e robotica, in combinazione con altre tecnologie abilitanti, mirano a creare valore aggiunto concreto nel campo dei prodotti, processi e modelli. Nel caso dei prodotti, l’ulteriore integrazione delle TLC sostenuta dallo sviluppo dell’IoT favorisce nascita e crescita di nuove industrie. Un esempio per tutti è lo sviluppo dei mercati riguardanti tecnologie e dispositivi indossabili e degli elettrodomestici intelligenti. Nei processi, l’ulteriore diffusione dell’automazione industriale in produzione e la piena integrazione, simulazione e analisi dei dati nei processi e nelle catene di approvvigionamento stanno portando notevoli benefici in termini di aumento netto della produttività ed efficienza nell’impiego delle risorse lungo l’intero ciclo vita produttivo. Per quanto riguarda infine i modelli imprenditoriali, si assiste a un cambiamento di assetto delle catene del valore e alla riduzione netta dei confini tra prodotti e servizi. Infatti, dall’interconnessione dei prodotti IoT scaturiscono nuovi servizi a cui i consumatori adeguano le loro abitudini, ad esempio in relazione alla proprietà, alla creazione congiunta e alla condivisione (l’economia del web e delle app). È ampiamente dimostrato che inserendo i servizi al portafoglio dei prodotti delle aziende manifatturiere è possibile aumentare la redditività e persino l’occupazione. La convergenza delle tecnologie che stanno guidando l’evoluzione digitale, in particolare IoT, Big Data e cloud computing, robotica e intelligenza artificiale e stampa 3D, consentiranno all’industria di rispondere alle richieste dei consumatori 4.0, sempre più esigenti in termini di personalizzazione, maggiore sicurezza, maggiore comodità, efficienza energetica e migliore impiego delle risorse. Ad esempio, utilizzando la combinazione di sensori avanzati e Big Data nei vari processi industriali è possibile abbattere non solo il consumo energetico ma anche la quantità di materie prime utilizzate. Queste innovazioni rappresentano l’anello di giunzione tra l’evoluzione delle tecnologie digitali e il loro utilizzo nei vari comparti industriali. Per poter ottenere i massimi benefici offerti, le nostre aziende necessitano di maggiore competenza in questo settore, sostenuta dal potenziamento della capacità d’innovazione. Non di meno, di un settore pubblico altrettanto innovativo, capace di indicare la strada verso la trasformazione digitale assicurando al contempo servizi di alta qualità per tutti i cittadini.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 397 (Aprile 2017), pubblicata da M. Zambelli.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-aprile-2017

135 AO 397 Aprile 2017 – Tavola Rotonda Cybersecurity

Come cambia la gestione della sicurezza informatica nell’era dell’Internet delle Cose? Lo abbiamo chiesto a varie aziende del settore dell’automazione

L’Internet delle Cose porta con sé opportunità di crescita in ambito industriale e commerciale ma apre al contempo scenari inquietanti dal punto di vista della sicurezza. Quali sono le prospettive per il futuro della sicurezza informatica in un mondo in cui virtualmente ogni dispositivo è connesso in rete? Ne abbiamo parlato con Angelo Candian, head of industrial communication and identification di Siemens Italia, Giancarlo Carlucci, PlantStruxure Offer product expert & business development di Schneider Electric, Alberto Griffini, product manager advanced PLC & Scada di Mitsubishi Electric, Lucilla Mancini, chief consulting officer di Business-e (Gruppo Itway), Filippo Monticelli, country manager di Fortinet Italia, Cristian Randieri, presidente e CEO di Intellisystem Technologies, Enzo Maria Tieghi, CEO di ServiTecno, Maurizio Tondi, vp strategy di Axitea e Stefano Volpi, practice leader per l’Italia, Global Security Sales Organization di Cisco.

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Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri.

Automazione Oggi: La sicurezza informatica delle reti aziendali e industriali (di controllo, automazione e supervisione) ‘tradizionali’ è di per sé un compito già arduo. L’ampliamento conseguente all’integrazione dei numerosi dispositivi che rientrano nella definizione di IoT determinerà un considerevole allargamento del fronte informatico che dovrà essere difeso dagli attacchi. Come cambia la gestione della cybersecurity nell’era dell’IoT?

Cristian Randieri: L’era dell’IoT porterà a una gestione più attenta del concetto di sicurezza, a partire dal livello del silicio per arrivare fino all’educazione degli utenti sui potenziali rischi e su come evitarli. Requisiti di sicurezza sempre più stringenti, associati a una domanda di una connettività dati persistente, spingeranno sempre più gli attuali player verso l’attivazione di infrastrutture di automazione connesse coinvolgendo le aziende operanti nel campo dell’automazione, le società di telecomunicazioni e i giganti della mobile-tech ad attivarsi per tentare di definire un disegno e una strategia comune. Il mio consiglio alle aziende è di rendere la sicurezza una priorità di business, assegnandone al management la responsabilità pur estendendone la consapevolezza a tutti i livelli.

A.O.: L’Industrial Internet of Things amplia la superficie d’attacco di sistemi, quali sono quelli di controllo e automazione industriali, la cui compromissione può determinare danni insostenibili dal punto di vista economico, ambientale e in termini di vite umane. Quali sono i confini del compromesso tra convenienza della connettività IIoT e sicurezza delle aree critiche di un impianto?

Randieri: Gli esperti di sicurezza possono avvalersi di diversi approcci per implementare la sicurezza informatica in termini di costo-beneficio-sicurezza: l’Integrated Business Risk-Management Framework secondo il quale i rischi tecnologici vanno gestiti in maniera similare ai rischi finanziari mettendo a punto dei veri e propri piani d’azione a protezione delle informazioni e dei dati; le metodologie Valuation-Driven nelle quali vengono standardizzate le procedure per garantire sia la sicurezza sia la valutazione dei rischi e delle risorse; l’approccio basato sull’analisi degli scenari, nel quale vengono costruiti e interpretarti tutti gli scenari possibili in termini di rischi e azioni al fine di illustrarne le eventuali vulnerabilità nascoste; e infine le best practice, con le quali partendo da un’analisi accurata dei pericoli che si corrono vengono definite delle regole precise da rispettare al fine di evitare rischi specifici.

A.O.: Nick Jones, analista di Gartner, ha usato il termine ‘consumerization’ per denotare la progressiva penetrazione di dispositivi consumer nelle reti aziendali e industriali. Il passaggio dal concetto di Byod (Bring Your Own Device) a quello di Byot (Bring Your Own Thing o Bring Your Own Technology) sembra inevitabile. Dove e come è più opportuno intervenire per evitare che Byot diventi un incubo insostenibile dal punto di vista della cybersecurity?

Randieri: Per far fronte alle nuove problematiche introdotte dal concetto di Byot nel mondo dell’automazione industriale occorre procedere su più fronti in parallelo sviluppando sia i processi, la governance e le certificazioni, nonché gli aspetti tecnologici. Nell’attuale contesto dell’Industrial Iot occorre proteggere anche le tecnologie cloud, nel momento in cui vengono adottate, pretendendo dal fornitore dei servizi una sicurezza interamente customizzata che riguardi non solo l’integrità e disponibilità dei dati, ma anche gli accessi privilegiati con apposita cifratura. Attualmente è possibile implementare opportune piattaforme, ad esempio basate su Apache Hadoop, capaci di rilevare i più piccoli cambiamenti comportamentali di un utente o di un sistema, che sono tradizionalmente gli indicatori di violazione più affidabili. Un altro tipo di soluzione a cui è stato dato il nome di Byoe (Bring Your Own Encryption), si riferisce a un modello di cloud computing security capace di consentire all’utente di un servizio cloud di far uso di un proprio software di crittografia con autonoma gestione delle chiavi di cifratura.

A.O.: Domotica faidatè, reti personali, il movimento dei ‘maker’: un vero e proprio Far West dell’Internet delle Cose caratterizzato dalla corsa al ribasso nei prezzi e dalla pressoché totale anarchia progettuale. In un futuro sempre più carico di dispositivi che sacrificano gli aspetti di sicurezza per tenere bassi i costi di sviluppo, quali misure possono essere adottate per garantire il ‘minimo sindacale’ di sicurezza?

Randieri: La corsa a ribasso dei costi della domotica low cost purtroppo si riflette in una vera e propria anarchia progettuale che si traduce in mancanza di spiccata professionalità e cura nella metodologia applicata nella realizzazione della soluzione offerta. In determinati prodotti consumer è proprio l’hardware a non essere sicuro poiché progettato e realizzato senza il minimo rispetto delle normative fondamentali. Occorrerebbe una sorta di ‘etichetta di sicurezza’ che, sulla falsa riga delle etichette per il consumo energetico degli elettrodomestici, fornisca ai consumatori un’indicazione del grado di protezione offerto dal dispositivo in termini di affidabilità, sicurezza e privacy.

A.O.: È ragionevole ritenere che le risorse da dedicare alla sicurezza aumenteranno in seguito alla diffusione dell’IoT, così come aumenterà la richiesta di figure professionali che si occupano di cybersecurity. Ritenete che l’offerta sarà in grado di soddisfare questa domanda? Che tipo di figura ci si aspetta venga formata dal mondo accademico?

Randieri: Nel contesto IoT c’è un’esigenza concreta di nuove figure professionali capaci di affrontare tematiche come la sicurezza delle reti, cyberattacchi e crittografia per la cyber security; sicurezza dei dispositivi mobili e dei sistemi di cloud computing; sicurezza dei software; gestione del rischio e della sicurezza dei sistemi; big data e condivisione delle informazioni nel rispetto della privacy; aspetti di informatica forense. Tali figure devono essere coordinate da un manager formato ad hoc, il chief information security officer. Si tratta del manager responsabile della definizione della visione strategica aziendale, dell’implementazione dei programmi a protezione degli asset informativi e dell’identificazione, sviluppo e messa in campo dei processi volti a minimizzare tutti i rischi derivanti dall’adozione pervasiva delle tecnologie digitali.

Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 397 (Aprile 2017), pubblicata da M. Giussani.

Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-aprile-2017-2

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