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143 Ingegneri.info Maggio 2018 – Ingegneria della Business Continuity: una nuova opportunità

143 Ingegneri.info Maggio 2018 – Ingegneria della Business Continuity: una nuova opportunità

Business Continuity

Nell’era dell’Industria 4.0 che si focalizza nella digitalizzazione, l’operatività delle organizzazioni sono sempre più legate a un patrimonio informativo e di know how affidato non solo a supporti hardware soggetti a guasti ma anche a rapida obsolescenza.Da tutto ciò si evince che l’operatività e il patrimonio delle conoscenze aziendali sono legate a doppio filo con la tecnologia adoperata. E’ proprio attorno a questa riflessione che ruota il concetto di Business Continuity che nel settore TLC può essere tradotto in continuità operativa o aziendale delle infrastrutture di rete atte a garantire il normale flusso dei dati aziendali.

 

Business Continuity: di cosa stiamo parlando

In generale con il termine di Business Continuity s’intende quel processo atto a individuare le potenziali minacce alle quali è esposta una data organizzazione e a definire i processi necessari per assicurare la resilienza della struttura a seguito del verificarsi delle condizioni avverse, al fine di garantirne l’operatività, la capacità produttiva e quindi gli interessi e l’immagine dell’azienda. Per tale motivo, è fondamentale essere in grado di pianificare processi e ricorrere a soluzioni in grado di gestire tale problematica ponendo rimedio a quelli che possono essere definiti “attacchi o agli eventi disastrosi” che purtroppo possono danneggiare e distruggere i supporti di raccolta dei dati aziendali.

Business Continuity Plan e Disaster Recovery

Al fine di concretizzare una valida strategia di continuità operativa, le organizzazioni stilano il cosiddetto Business Continuity Plan: una sorta di “manuale” in cui ad ogni possibile minaccia corrispondono delle soluzioni da intraprendere, fondamentale per prevenire rischi e garantire un pronto interventi nei casi concreti di eventi avversi.
Parte integrante di un Business Continuity Plan è la strategia meglio definita col termine di Disaster Recovery: soluzione per mettere al sicuro il proprio patrimonio digitale al quale le organizzazioni in genere sono sempre maggiormente (e purtroppo non sempre coscientemente) legate. Seppur terminologicamente simili i due concetti di Business Continuity e Disaster Recovery possiedono delle differenze intrinseche che li contraddistinguono.

Per individuazione tali differenze e specificità, conviene partire dalla definizione formale delle relative strategie che li contraddistinguono meglio individuate con i termini di:

– Piano di Business Continuity: processi e procedure nell’ambito di un’organizzazione volte ad assicurare l’operatività delle funzioni base durante e a seguito di un evento disastroso.

– Piano di Disaster Recovery: parte del processo di Business Continuity che specifica, a livello tecnico, le precauzioni da prendere e le attività da svolgere per mettere al sicuro i dati e le funzioni aziendali da attacchi o eventi disastrosi.
Partendo dalle definizioni è facile capire quali sono le differenze tra i due concetti:
• Business Continuity è la strategia più ampia che ha l’obiettivo di assicurare la “sopravvivenza” di tutte le funzioni essenziali dell’organizzazione;
• Disaster Recovery è la strategia che ha come obiettivo la salvaguardia di funzioni specifiche dell’organizzazione ed è parte di un piano di Business Continuity.

 

Business Continuity nella Pubblica amministrazione

La Business Continuity assume un significato ancor più importante quando la sicurezza della continuità operativa e la tutela del patrimonio di dati riguarda una pubblica amministrazione. In questo contesto unitamente alla dematerializzazione della PA, il piano di continuità operativa ICT delle pubbliche amministrazioni è divenuta un’esigenza normativa regolamentata da:

  • Art. 50 bis CAD
  • Circolare DigitPA 1° dicembre 2011, n. 58

Purtroppo i dati dimostrano che negli ultimi cinque anni è cresciuta la percentuale di aziende che hanno adottato soluzioni di continuità operativa non tanto (come sarebbe logico aspettarsi) nel settore pubblico soggetto a norme e regolamentazioni sempre più stringenti, ma soprattutto nel settore privato e no profit. A causa del continuo aumento delle minacce ambientali a cui è soggetto il nostro paese (alluvioni, terremoti ecc.) e dei crimini informatici, diventa sempre più cruciale la presenza di manager che siano in grado di coordinare gli specialisti per prevenire le minacce, assicurare la continuità aziendale evitando il rischio concreto di un effetto domino potenzialmente disastroso. Si tratta di una figura innovativa nata dall’evoluzione dei responsabili della sicurezza fisica di asset aziendali e di dipendenti (spesso di estrazione militare) e di sicurezza logica che riguarda la disponibilità, confidenzialità e integrità dei dati (funzione in mano a tecnici It, talvolta ex-hacker) per adeguarsi alle necessità del millennio.

L’importanza del Business Continuity Manager Officer

Il ruolo della Business Continiuty dal semplice concetto di intervento sul rischio operativo e contingente sta mutando verso una strategia più sottile e complessa che riguarda la gestione totale del rischio aziendale. Proprio per questo motivo la figura ricercata deve essere in grado di coordinare la prevenzione e la cura delle minacce che oggi si muovono sia in modo tradizionale sia con metodi tecnologicamente avanzati. Da ciò si evince che le aziende sono sempre più alla ricerca di nuove figure professionali quali il Business Continuity Manager Officier (BCMO).

E’ proprio per questo motivo per arrivare alla posizione di BMCO occorre un approccio multidisciplinare coadiuvato da competenze specifiche e spiccate capacità manageriali interattive, adattative ed analitiche. Il BMCO è quindi non solo un coordinatore ma anche un integratore di risorse. L’ingresso di una simile figura nell’ambito aziendale non è stato peraltro ancora pienamente sviluppato. Tant’è che una delle difficoltà maggiori riscontrate sul campo è stata quella di integrare i processi di Business Continuity in ambito aziendale, facendo percepire la funzione di servizio al business nel suo complesso. Una volta superato questo primo l’ostacolo, non mancano ulteriori sfide, tra cui quelle che riguardano l’identificazione delle infrastrutture cruciali tlc e quelle che riguardano la progressiva introduzione di dispositivi mobili dei dipendenti all’interno della società che dovranno garantire i diversi standard di sicurezza aziendali.

Cosa fa il BMCO

La figura del BMCO deve essere in grado di gestire processi gestionali olistici atti ad identificare, in anticipo, il potenziale impatto di un’ampia varietà di interruzioni alla abilità dell’organizzazione di rimanere in funzione, consentendo ad essa di tollerare in parte o in tutto la sua capacità operativa.

Gli elementi chiave dell’operato del BCMO includono la comprensione del contesto nel quale è inserita l’organizzazione, ma non solo:

  • la comprensione dei prodotti e servizi critici che l’organizzazione deve consegnare (i suoi obiettivi);
  • capire quali ostacoli od interruzioni possono opporsi alla consegna dei prodotti e servizi critici;
  • capire al meglio e con quali mezzi l’organizzazione possa continuare a raggiungere i suoi obiettivi in caso di interruzioni;
  • comprendere quali risultati si ottengono qualora siano resi operativi i controlli ed altre azioni di mitigazione;
  • comprendere quali sono i criteri e i presupposti che fanno scattare la risposta all’incidente e all’emergenza e le relative procedure di ripristino e ripartenza;
    • assicurare la comprensione del proprio ruolo e delle responsabilità da parte del personale, qualora dovesse avvenire una catastrofe; creare consensi generalizzati alla partecipazione e realizzazione, diffusione ed esercizio della Business Continuity. In altre parole, integrare la Business Continuity in tutte le attività quotidiane che riguardano il business.

Tutto ciò è da intendersi a carattere ciclico poiché se da un lato l’organizzazione aziendale e gli scenari possono cambiare, dall’altro anche il piano di Business Continuity deve essere in grado di adattarsi alle nuove esigenze.
Riferendoci alla figura del BMCO, una parte di rilievo assume la comprensione dell’ambiente circostante. È su questo punto che ritengo opportuno soffermare l’attenzione in quanto se il BMCO, coinvolgendo tutte le funzioni aziendali, riesce a rappresentare in modo attendibile i rischi e gli impatti nei quali l’Azienda può incorrere e ad aggiornarli tempestivamente al mutare dell’ambiente, la metà del lavoro è già fatto. Con ciò non si vuole dire che la scelta delle soluzioni di mitigazione dei rischi sia così semplice da trascurarla, ma si vuol sottintendere che, una volta che siano stati fissati e concordati a tutti i livelli aziendali i possibili danni nei quali l’azienda può incorrere, le soluzioni possibili poggeranno su una base solida, credibile.

Ci saranno quindi ottime possibilità che siano realizzate in modo adeguato per efficienza e bilanciamento costi/rischi. I recruiter, ovvero i cosiddetti “cacciatori di teste”, sono pronti a scommettere che il BCMO sia uno dei più richiesti lavori del futuro nel campo manageriale. La figura tipica del BCMO è rappresentata da un ingegnere che sia in possesso di un mix di competenze fisiche e concettuali unite alla capacità di coordinare vari segmenti aziendali. Indipendentemente dalla crisi o meno, il progresso tecnologico impone una corretta gestione di ogni ambito legato alla sicurezza aziendale. Garantire la continuità del business infatti significa prevenire ogni tipo di rischio di un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, gestire le crisi e difendere fatturato e i margini da atti concorrenza sleale e da attacchi reputazionali.

Un ruolo cruciale che tendenzialmente si riconduce ai vertici aziendali e che al momento, in Italia, offre un livello remunerativo medio compreso tra i 120 e i 180 mila euro annui. La domanda di BMCO è elevata ed in crescita nei settori più strategici del nostro paese, quali “energia, infrastrutture, tlc, trasporti, finanza oltre che nel campo alimentare e farmaceutico”. Da ciò si evince che in tempi di tagli il ruolo il manager in capo della Business Continuity della singola impresa è più che ricercato.

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista INGEGNERI.info – Maggio 2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/ingegneri-info-maggio-2018.

148 Industry Design 4.0 Nov 2018 – La comunicazione via satellite per la business continuity ed il disaster

E’ ormai un dato di fatto che le moderne applicazioni IT non possono più prescindere dalla rete mediante la quale sono garantiti i collegamenti a sedi remote, i software gestionali centralizzati, la posta elettronica, le operazioni bancarie, le applicazioni CLOUD, i sistemi IoT, e così via.

Purtroppo alla crescente domanda di servizi e traffico di rete non è seguita un’analoga crescita delle relative infrastrutture, tantoché l’attuale ecosistema Internet non è più sostenibile a causa di un traffico dati sempre più gravoso, per lo più generato da applicazioni e servizi fondamentali per ogni azienda. In pochissimo tempo è variato notevolmente l’utilizzo della rete, passando da un sistema che sino a qualche anno fa si basava sulla trasmissione di testi ad un sistema con una forte componente multimediale, circostanza che ha causato un aumento indiscriminato del traffico dati caratterizzato dallo scambio di file multimediali di grandi dimensioni. Sfortunatamente questa mole di traffico è destinata crescere sempre più negli anni, rendendo necessari nuovi investimenti in infrastrutture che tardano a venire, di conseguenza la quasi totalità della rete è oggi gestita in modalità “Best Effort”; ossia la maggior parte degli operatori di telecomunicazione Italiani (ma anche esteri) non garantiscono il loro servizio offerto in termini di interruzione di servizio (cadute di rete). E’ anche vero che la minoranza di essi contrattualizza secondo il concetto di SLA (Service Level Agreement), garantendo al cliente un risarcimento indipendentemente dal danno subito in caso di disservizi della rete. Malgrado ciò nella maggior parte dei casi il danno subito supera di gran lunga in mero risarcimento offerto dall’operatore. Anche il tempo d’intervento di un operatore non po’ essere valutato a priori perché il controllo della rete è frammentato spesso tra i diversi operatori. Tutte queste complessità ci fanno capire che nella maggior parte dei casi i tempi di risoluzione dei problemi saranno certamente più lunghi di quelli che la nostra attività aziendale si può permettere.

Quando si parla di disater recovery e business continuity di norma ci si riferisce a quelle tecniche che assicurano la capacità aziendale nel continuare ad esercitare il proprio business a fronte di eventi avversi che possono colpirla. In particolare oggi la tecnologia offre la possibilità di realizzare varie soluzioni di continuità e Disaster Recovery atte a garantire l’erogazione continua dei servizi IT definiti col termine “mission critical”. La business continuity occupandosi della pianificazione della continuità operativa e di servizio è responsabile del ripristino dei processi aziendali essenziali anche in caso di eventi disastrosi che hanno una probabilità molto bassa di accadere, ma le cui conseguenze possono essere estremamente gravose per il business. Mediante la definizione del Business Continuity Plan (BCP) devono essere identificati i pericoli potenziali che minacciano l’organizzazione; suggerendo e fornendo una struttura che consente di aumentare la capacità di adattamento alle condizioni d’uso con una capacità di risposta la più veloce possibile; in maniera da salvaguardare gli interessi delle parti in causa, le attività produttive, l’immagine, riducendo i rischi e le conseguenze sul piano gestionale, amministrativo e legale. In pratica, di norma i sistemi e i dati considerati “primari” vengono ridondati in un sito secondario denominato “Disaster Recovery Site” per far sì che in caso di disastro tale da rendere inutilizzabili i sistemi informativi del sito primario, sia possibile ripristinare le attività sul sito secondario nel più breve tempo e con la minima perdita di dati possibile.

Per ottemperare a ciò i manager della medio-grandi aziende e grandi aziende guardano sempre più le problematiche della sicurezza informatica con occhi diversi cercando sempre di trovare nuove soluzioni tipicamente basate su componenti hardware e software ma difficilmente viene preso seriamente in considerazione il caso più estremo in cui possa avvenire una catastrofe naturale per cui si ha il cedimento di tutte le infrastrutture terrestri di comunicazione. Tutti quanti sperimentiamo banalmente il collasso delle reti cellulari nei minuti che precedono e susseguono la mezzanotte di ogni nuovo anno. In questi minuti è quasi impossibile riuscire a comunicare con un altro interlocutore a cause del sovraccarico delle linee che non sono progettate per gestire una così grande moltitudine di comunicazioni simultanee. Se adesso per un attimo provassimo ad immaginare un caso concreto di calamità naturale ecco che ci rendiamo subito conto di quanto siano vulnerabili i nostri sistemi di comunicazione. Anche se alcune compagnie stanno seriamente studiando polizze assicurative specifiche, al momento non esistono assicurazioni che possano coprire i danni provocati da un attacco informatico e tanto meno da un evento catastrofico, sia esso naturale che ad opera dell’uomo, che metta in ginocchio tutti i sistemi di telecomunicazioni comunemente adoperati quali ad esempio internet e la telefonia sia essa fissa che mobile.

D’altro canto anche l’art. 32 del GDPR che si occupa nello specifico della sicurezza del trattamento dei dati personali (“Tenendo conto dello stato dell’arte e dei costi di attuazione, nonché della natura, dell’oggetto, del contesto e delle finalità del trattamento, come anche del rischio di varia probabilità e gravità per i diritti e le libertà delle persone fisiche, il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento mettono in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio”) ci ricorda che quest’ultima dovrà essere garantita attraverso l’adozione di una serie di misure concrete. Secondo questa norma, infatti, il titolare e il responsabile del trattamento dei dati personali dovranno predisporre ed attuare delle misure tecniche e organizzative idonee a garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio.

Più nello specifico, alcune delle misure che il titolare o il responsabile del trattamento dei dati potranno concretamente adottare sono, come stabilito dall’art. 32, paragrafo 1:

  1. la pseudonimizzazione e la cifratura dei dati personali;
  2. la capacità di assicurare la continua riservatezza, integrità, disponibilità e resilienza dei sistemi e dei servizi che trattano i dati personali;
  3. la capacità di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati in caso di incidente fisico o tecnico;
  4. una procedura per provare, verificare e valutare regolarmente l’efficacia delle misure tecniche e organizzative al fine di garantire la sicurezza del trattamento.

In particolare il punto 3. attribuisce rilievo anche al concetto di disaster recovery, che come già detto, consiste nella capacità di reagire in modo efficace e tempestivo ad eventuali criticità dovute ad incidenti fisici o tecnici, allo scopo di ripristinare la disponibilità e l’accesso dei dati personali oggetto di trattamento. Considerando che le misure richieste sono improntate sulla tutela dei diritti di privacy, è evidente che tali misure coinvolgono molti degli aspetti operativi della maggior parte delle aziende strettamente legati alla connettività. Qualora infatti il back-up periodico, non possa aver luogo, per motivi di connettività dovuti a disastri (ad esempio alla gestione cloud di database remoti), qualsiasi azienda si troverebbe con le proprie informazioni non allineate. Ne consegue che è importantissimo, anche dal punto di vista giuridico, premunirsi contro il rischio di perdita dati anche in caso di disastri. Per far ciò unitamente ai sistemi di memorizzazione è d’obbligo ridondare anche la connettività.

Ridondare le infrastrutture di rete terrestri con altre terrestri, è una soluzione da scartare in caso di disastri poiché anche se le linee dati sono differenziate è molto probabile che un terremoto o una inondazione possa mettere fuori servizio tutte le centrali della zona; indipendentemente dall’operatore che le gestisce. La stessa cosa vale anche per tutte le reti wireless (siano esse Wi-Fi che cellulari) che poggiano su infrastrutture terrestri (la quasi totalità). Poiché le catastrofi possono verificarsi inaspettatamente in qualsiasi momento, ed ovunque, la capacità aziendale di mantenere in essere le comunicazioni dati in queste situazioni di criticità è una chiave di successo per mantenere in vita una complessa infrastruttura IT aziendale. All’occorrenza di una catastrofe è richiesto un team di persone esperte nel campo delle telecomunicazioni che siano in grado di mantenere in funzione tutti i sistemi IT aziendali. Ad oggi la soluzione via satellite è l’unica che garantisce una la continuità delle telecomunicazioni, anche nei casi più drammatici, fornendo un servizio di ridondanza ed implementabile in pochissimo tempo. Tutto ciò grazie al fatto che il mondo delle connessioni dati Satellitari è molto cambiato; sino a qualche tempo fa gli elevati costi ne permettevano il loro utilizzo solo per applicazioni prettamente militari. Il lancio di nuovi satelliti e l’innovazione tecnologica degli ultimi giorni hanno permesso l’incremento delle prestazioni proporzionale ad un notevole abbassamento dei costi inerenti i servizi ad essi connessi, permettendo la loro diffusione in ambiente sia industriale che civile. Grazie alle nuove flotte di satelliti geostazionari, in orbita a circa 36.000 km dalla Terra, la connessione satellitare «bidirezionale» è in grado di offrire collegamenti alla rete ad alta velocità in qualunque zona del globo, a patto che sia possibile un allacciamento del sistema ad una fonte di energia. Con i recenti satelliti lanciati alla fine del 2013, la connessione satellitare è diventa addirittura tecnicamente competitiva rispetto alle attuali connessioni terrestri in fibra ottica.

I satelliti ricevono e inviano dati alle antenne ricetrasmittenti installate presso il cliente e li ritrasmettono a grandi infrastrutture connesse alle dorsali in fibra ottica, denominate Teleporti, dislocate in tutto il globo. Grazie a questi ultimi è possibile «prolungare» a largo raggio le comunicazioni internet, dati e voce, offrendo servizi ad alto valore aggiunto: dall’ultimo miglio bidirezionale alla creazione di reti di distribuzione di contenuti, alle connessioni ad Internet a banda larga, alla realizzazione di reti private (VPN), fino all’emissione di segnali radiofonici e televisivi. La ridondanza satellitare è sicuramente uno dei temi che debbono essere affrontati nel BCP di ogni azienda poiché ogni satellite funziona senza alimentazione terrestre; l’unica alimentazione da garantire è quella del modem installato a terra (a bassissimo consumo, e quindi alimentabile con sistemi UPS e batterie tampone). Tutte queste caratteristiche garantiscono la ridondanza a livello di sistema, estrema flessibilità e scalabilità unitamente ad una rapida implementazione. In conclusione possiamo affermare che la tecnologia satellitare, grazie alla sua fisicità, è attualmente il sistema di telecomunicazione più sicuro poiché meno attaccabile e intercettabile da pirati o vandali (motivo per cui è ampiamente usato in ambito militare).

A cura di Cristian Randieri. Articolo pubblicato sulla rivista Industry 4.0 Design Magazine N. 4 – Novembre 2018.

Per scaricare l’articolo pubblicato sulla rivista, seguire il link riportato di seguito https://www.intellisystem.it/it/portfolio/industry-4_0-design-magazine-novembre-2018

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