(Italiano) 116 AO 392 Settembre 2016 – Tavola Rotonda Una Rivoluzione Epocale
La nuova ‘rivoluzione industriale’ secondo alcuni è già iniziata, secondo altri non ancora: vediamo cosa dicono gli ‘esperti’ e cosa le aziende…
Quella che stiamo vivendo è la terza o la quarta rivoluzione industriale? Questioni di lana caprina, qualcuno potrà dire: nella vita pratica dei singoli e nella realtà sociale ed economica quello che conta non è la classificazione del fenomeno quanto piuttosto la conoscenza delle sue effettive dinamiche e dei suoi impatti su tutto il resto. E’ senz’altro vero. Ma è anche evidente che il modo col quale valutiamo una situazione condiziona i modi e i tempi coi quali si interviene (o non si interviene). Ora, quasi tutti, sulla scia degli studi pubblicati nel dicembre scorso dall’economista tedesco Klaus Schwab, l’ideatore e animatore del Forum Economico di Davos, che ogni anno a gennaio raduna i leader dell’economia mondiale, i capi di stato, gli intellettuali e le ONG, assumono il modello ‘quarta rivoluzione’, secondo il quale la prima rivoluzione industriale è quella settecentesca, legata all’introduzione della macchina a vapore; la seconda è quella innescata nel secolo successivo, dominata dall’elettricità e giunta agli albori dell’era elettronica, dopo aver avviato i processi di produzione di massa. Poi e arrivata la terza rivoluzione industriale, con la digitalizzazione delle tecnologie, la ‘lean manufacturing’ e la fabbrica automatica integrata. Secondo Schwab, sulle fondamenta della Terza ora si sarebbe già nel pieno della quarta rivoluzione industriale, caratterizzata dai Cyber Physical Systems cioè dall’intreccio stretto di nuove tecnologie che integrano e fanno dialogare le sfere fisiche, digitali e biologiche. A rafforzare la classificazione proposta da Schwab ha certamente contribuito l’iniziativa tedesca che nel 2011 ha lanciato il programma Industrie 4.0, codificando il numero 4 come simbolo della fase industriale in atto. Qualcuno però dissente e non è uno qualsiasi. E’ Jeremy Rifkin, uno dei più acuti e riconosciuti analizzatori degli scenari socioeconomici, tecnologici e produttivi; autore di fortunati best seller, a partire da quel Entropy che a fine anni ‘70 delineava le nuove prospettive dell’energia. Rifkin ritiene che la fase della digitalizzazione, la terza, sia appena iniziata e debba ancora mostrare pienamente tutte le sue implicazioni e le sue potenzialità. Quelle ‘novità’ che caratterizzerebbero la quarta rivoluzione, cioè l’interconnessione tra i diversi domini e la creazione di reti di ogni tipo, sono in verità già in atto da qualche decennio e devono ancora alimentare le tappe che porteranno alla completa trasformazione dello scenario produttivo. Dopo si potrà parlare di quarta rivoluzione, anche se al momento non si può ancora dire quale volto assumerà. Si può tuttavia iniziare a delinearne i contorni osservando meglio quello che sta accadendo oggi, cioè guardando meglio dove si sta dirigendo la terza rivoluzione. Rifkin propone (lo aveva fatto esplicitamente poco prima del Forum di Davos su The Huffington Post) “un modo migliore di interpretare la nostra era” e invita a puntare l’obiettivo sulla convergenza di tre ambiti: la comunicazione, l’energia e i trasporti; tutti e tre sono soggetti al processo di digitalizzazione e insieme stanno dando vita a un super sistema nel quale confluiscono l’Internet della comunicazione digitalizzata, l’Internet dell’energia e l’Internet dei trasporti e della logistica. Governare e armonizzare questi processi convergenti, adottando anche i nuovi modi di fare impresa, più collaborativi e reticolari, sarà il modo per portare a maturazione la rivoluzione industriale attuale; aprendo la strada alla successiva che, secondo Rifkin “non si verificherà in modo brusco ma avverrà, invece, nell’arco di trenta o quarant’anni”. Nel frattempo, se consideriamo la realtà di tante imprese nostrane, non solo PMI, potremmo avere un attimo di sconforto vedendo che in molti casi la terza rivoluzione non e ancora decollata… ma vediamo cosa ne pensano le aziende.
Con Cristian Randieri, Phd, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it); Edgardo Porta, direttore marketing di Rittal; Guido Porro, managing director, Euromed, di Dassault Systemes; Alberto Griffini, product manager Advanced PLC & Scada di Mitsubishi Electric; Stefano Sivieri, marketing & communication manager di Phoenix Contact.
Di seguito si riporta l’estratto dell’Intervista riguardante le risposte date da parte del Presidente e CEO Cristian Randieri
Automazione Oggi: Si parla sempre più spesso, anche in Italia, di ‘quarta rivoluzione industriale’. Le piccole-medie aziende italiane sono però molto confuse. Come state cercando di alfabetizzare il mercato su questi temi?
Cristian Randieri, Phd, presidente e CEO di Intellisystem Technologies (www.intellisystem.it): “Negli ultimi anni in azienda abbiamo dedicato diverso tempo ad analizzare in che modo la nostra realtà possa adattarsi alle sfide imposte dal concetto di Industria 4.0. Studiando il modello originario tedesco siamo giunti alla conclusione che la trasformazione della nostra azienda, e più in generale delle PMI italiane, in quest’ottica sia da realizzare adattando al nostro contesto le innovazioni tecnologiche e organizzative sviluppate in altri Paesi dove la struttura industriale e molto diversa dalla nostra. Si devono pertanto adattare i nuovi modelli organizzativi creati in Germania, Francia e Regno Unito al contesto italiano, prendendo da essi solo ciò che e compatibile o comunque adattabile con la nostra struttura industriale. Questi modelli, per esempio, sono basati su un’automazione spinta, ipotizzando ingenti investimenti in ricerca, cosa purtroppo inadatti al modello industriale italiano. Data la caratteristica dimensionale del nostro sistema economico è necessario sviluppare un modello fondato sulla flessibilità nell’utilizzo delle soluzioni organizzative già implementate altrove. E proprio qui si genera grande confusione, in quanto le tecnologie nate e sviluppate per la grande dimensione non sono facilmente adattabili alle piccole realtà. Grazie alle moderne tecnologie su cui si basa Industria 4.0, d’altronde, è possibile unire la maggiore efficienza e produttività con le competenze della manifattura artigiana, purché si faccia riferimento alle caratteristiche tipiche del sistema industriale italiano, caratterizzato da imprese di piccole dimensioni che basano il loro vantaggio competitivo sulla leadership di nicchia e il capitalismo familiare che limita le risorse finanziarie disponibili. Per ovviare a questi limiti suggeriamo di creare reti di imprese o cluster di distretto: nel primo caso le piccole imprese aggregandosi creano un nuovo soggetto giuridico, al fine di raggiungere un certo obiettivo di business, quale per esempio l’implementazione di una tecnologia basata sul concetto di Industria 4.0; nel secondo caso, le medie imprese attive nei distretti industriali che rappresentano i capo-filiera trasmettono ai piccoli fornitori le innovazioni, tra cui l’approccio a Industria 4.0, che favorisce la piena integrazione del capo-filiera con la catena di subfornitura, migliorando i flussi orizzontali e verticali interni al distretto stesso. All’interno della supply chain è inoltre possibile costituire il cosiddetto ‘rating difiliera’, che favorisce i finanziamenti a favore dei piccoli fornitori attribuendo loro lo stesso rating dei ‘big’ locali. Occorre quindi inventarsi catene del valore differenti, basate sulla personalizzazione, sull’alta gamma e sulla creatività; facendo leva sull’utilizzo delle nuove tecnologie per rafforzare l’attuale vantaggio competitivo, quello più tipico del ‘made in Italy’ artigianale di alta qualità, applicata al contesto industriale. Altro tema legato a Industria 4.0 è quello della trasformazione ‘antropologica’ dell’operaio, che prende avvio dall’educazione e dalla ‘cultura’. Infine, non bisogna dimenticare lo sforzo in termini di ricerca e sviluppo e formazione che le piccole imprese, come anche la nostra, devono effettuare per riuscite ad adattare al proprio contesto le nuove tecnologie. Per poter scegliere quali strumenti utilizzare, acquistare, modificare, implementare, occorre essere continuamenti aggiornati sullo stato dell’arte della tecnologia, il che si traduce in investimenti in ricerca e sviluppo”.
A.O.: Nell’ambito delle tecnologie che costituiscono l’ossatura di Industria 4.0, quali pensate possano essere quelle più facilmente adottabili dalle aziende italiane e perché?
Randieri: “Purtroppo ancora oggi la maggior parte delle PMI italiane teme che i vantaggi del digital manufacturing vadano soprattutto ai grandi vendor telco e IT, invece che ai costruttori di tecnologia manifatturiera. Questo e poi uno dei motivi per i quali anche la maggioranza delle PMI tedesche non intende investire a breve termine nel progetto Industrie 4.0. Il timore più grande dei nostri produttori industriali è quello definito come ‘digital disruption’, che li limiterebbe a un ruolo di meri fornitori di hardware, con l’ulteriore aggravio del fatto che i maggiori sviluppatori di software di controllo per automazione sono multinazionali straniere. L’Italia ha iniziato in ritardo a occuparsi di digital manufacturing ed è in ritardo in generale sul tema del digitale, dove l’Italia e al quart’ultimo posto nella graduatoria europea Desi 2015 (Digital Economy and Society Index), davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania. Tutto questo ha notevoli ripercussioni anche sull’industria sommandosi alla resistenza culturale tipica del settore manifatturiero nel passare da tradizionali processi ‘product oriented’ a processi ‘service oriented’, sviluppati su piattaforme digitali. Ritengo dunque sia ancora presto per poter dire quale tecnologia sarà la più adattabile e trainante per le nostre imprese nel prossimo futuro”.
A.O.: Ci sembra che molti fornitori di automazione stiano proponendo soluzioni hardware IoT, ma che siano molto meno quelli in grado di offrire validi analytics: qual è il vostro punto di vista al riguardo?
Randieri: “Le potenzialità offerte da IoT, cloud computing, smart device, Big Data e analytics consentono oggi di realizzare modelli operativi innovativi, capaci di generare vantaggi competitivi non indifferenti, in quanto permettono di ottenere e gestire processi realtime con un contenuto informativo sempre più esteso, da cui scaturisce una maggiore capacita predittiva dei gestori di processo, dalla manutenzione predittiva alla gestione delle scorte. Di conseguenza, lo sviluppo delle tecnologie digitali permetterà sempre più alle aziende di raccogliere enormi quantità di dati relativi al funzionamento dei propri processi, tra cui quelli manifatturieri e riguardanti la catena di fornitura. L’analisi dei dati richiede pero modelli e tecnologie potenti, al fine di fornire informazioni utili per la gestione del business. Per questo motivo l’implementazione della Big Data analytics e considerata una ‘business critical capability’. La connessione tra miliardi di oggetti attraverso l’IoT risulta però essere inefficiente se la mole di dati generati non può essere analizzata utilizzando i Big Data nel ciclo produttivo e post-vendita. In Italia vi sono ancora poche figure professionali in grado di lavorare con gli analytics e nella maggior parte dei casi si corre all’estero per trovarle. Queste figure professionali sono infatti una via di mezzo tra l’ingegnere, il matematico e il ricercatore scientifico. Ritengo che la grande sfida dell’automazione risiede nel campo della neuro-informatica e della neuro-robotica, con l’obiettivo principale di avvicinare informatica e processi cognitivi umani. E scommettendo sull’intelligenza artificiale, o meglio sul ‘soft computing’, che si potrà potenziare la capacità di apprendimento delle macchine e dei sistemi informatici chiamati a prendere decisioni in tempi rapidi. La diffusione dei primi processori neurali e la ricerca nell’ambito dell’apprendimento automatico hanno avuto negli ultimi anni un’accelerazione, portando allo sviluppo di sistemi informativi capaci di svolgere attività anche complesse e di risolvere problemi non strutturati. Nel mondo manifatturiero l’applicazione delle tecniche d’intelligenza artificiale è ancora limitata, ma le sue potenzialità sono comunque rilevanti”.
A.O.: La manifattura additiva potrebbe cambiare totalmente le logiche produttive. Guardiamo con particolare attenzione alle stampanti 3D per metallo: quanto siamo vicini alla possibilità di passare dai prototipi alla ‘mass production’?
Randieri: “Il sistema industriale italiano è stato tra i più veloci ad adottare la tecnologia di stampa additiva. Di fatto, alcune aziende adoperano già da diversi anni tale tecnologia con vantaggi facilmente comprensibili, in primis risparmio di materiale e riduzione del tempo di lavorazione. In generale, se mettiamo a confronto due oggetti, di cui uno costruito secondo le tecniche tradizionali e uno secondo la tecnica additiva, quest’ultimo avrà un peso pari a circa la metà del primo, il che si traduce in un risparmio di materiale e meno ore di lavoro per ripulire il pezzo. Per non parlare poi delle geometrie estreme, tipicamente quelle cave, e delle forme che la fusione in conchiglia non può permettersi. L’unica pecca riguarda l’integrazione del sistema delle stampanti 3D per metallo con l’intero sistema manifatturiero nel complesso, perché non è stato ancora messo a punto un software di integrazione digitale del sistema fabbrica e dei relativi fornitori. Una fabbrica che decide di lavorare secondo le tecniche additive deve essere pensata affinché i progettisti ragionino in termini di additive manufacturing. Devono poter osare soluzioni di design non sperimentabili con le tecniche di lavorazione tradizionale. Altro fattore limitante per la diffusione di tale tecnologia, oltre all’elevato costo del macchinario e alla sua limitata diffusione, è rappresentato dal fatto che sul mercato è difficile trovare le figure professionali che sanno adoperare bene con tale tecnologia, visto che l’approccio progettuale e totalmente differente da quello classico. La figura professionale da creare è quello di esperto nei processi a stampa additiva. In conclusione, penso che in Italia la diffusione di questa tecnica all’interno delle piccole aziende di natura artigianale dovrà ancora aspettare del tempo”.
A.O.: Quali credete che possano essere le prospettive del settore dell’automazione industriale in Italia per i prossimi cinque anni?
Randieri: “Le prospettive del settore dell’automazione industriale in Italia per i prossimi cinque anni sono legate alla capacità delle aziende tricolori nel combinare strategia e tecnologia, al fine di generare un effetto moltiplicatore sul business per diventare o di continuare a essere imprese ad alte performance, capaci di competere a livello globale. L’intero settore dovrà saper cogliere questa combinazione, disegnando l’evoluzione della propria strategia di business, cambiando drasticamente i paradigmi di organizzazione, competizione e pianificazione strategica. Innescando, di fatto, una trasformazione pervasiva e veloce; una sfida che richiederà molto impegno e sacrificio da parte dell’intera filiera che, se non riuscirà a collaborare unendo gli sforzi di tutti, non sarà in grado di reggere la competizione internazionale. Tutto ciò poi non è sufficiente se non vengono impartite direttive e modus operandi da parte del Governo. L’unica risposta a ciò al momento è del novembre 2015, quando il Ministero per lo Sviluppo Economico ha iniziato a lavorare su un testo intitolato “Industry 4.0, la via italiana per la competitività del manifatturiero”. L’obiettivo è “come fare della trasformazione digitale dell’industria un’opportunità per la crescita e l’occupazione”. In sintesi il documento dovrebbe individuare alcune aree dove intervenire per tenere anche l’Italia al passo con l’epocale trasformazione in atto, ovvero: rilanciare gli investimenti industriali in ricerca e sviluppo; aiutare la crescita delle imprese; favorire le nuove imprese innovative (startup); definire criteri di azione condivisi a livello europeo; cybersecurity e tutela della privacy; migliorare le infrastrutture di rete e diffondere conoscenze approfondite sull’Industria 4.0”.
Tavola Rotonda – Automazione Oggi N. 392 (Settembre 2016), pubblicata da M. Gargantini e R. Maietti
Per scaricare l’Intervista completa pubblicata sulla rivista, seguire il link riportato di seguito http://www.intellisystem.it/it/portfolio/ao-settembre-2016-3.

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